Su ilLibraio.it un capitolo da "Eppure cadiamo felici" di Enrico Galiano, insegnante molto amato dai suoi alunni, che racconta una storia dedicata agli adolescenti...

Arriva in libreria il romanzo Eppure cadiamo felici, edito da Garzanti, di Enrico Galiano, la storia di una ragazza di diciassette anni che non si sente al suo posto tra i suoi coetanei, firmata da un insegnate di lettere nominato nella lista dei migliori cento professori d’Italia: grazie a un metodo di insegnamento poco convenzionale, Galiano riesce a entrare veramente in contatto con i suoi studenti, al punto da diventare molto seguito su Facebook.

Gioia, nonostante il suo nome esprima allegria e vitalità, è stata soprannominata dai compagni di scuola “Maiunagioia“, e tra di loro non si sente al suo posto. Lei non è come loro, non le interessano i vestiti e le feste piene di gente, ha una sola passione, di cui non ha mai parlato a nessuno, ma che la rende felice: collezionare parole di tutte le lingue del mondo, parole intraducibili, come cwtch, un termine gallese che indica non un semplice abbraccio, ma un abbraccio affettuoso che diventa un luogo sicuro.

Una notte, fuggendo ancora una volta dalle discussioni dei genitori, incontra Lo; così dice di chiamarsi il ragazzo che gioca a freccette da solo, in un bar chiuso, nascosto sotto il cappuccio di una felpa. Parlando con Gaia si sente compresa per la prima volta in vita sua, non più sola, incapace, per una volta, di dar nome alla nuova emozione che prova ogni volta che lo vede. Una sensazione che non è destinata a durare.

Lo scompare nel nulla, all’ombra di un segreto che solo Gioia può svelare, gli indizi che il ragazzo ha lasciato sono pensati apposta per lei, e per capirli bisogna imparare a riconoscere tutti i mille significati del verbo amare: un romanzo per insegnare che, a volte, basta essere in due perché le emozioni non facciano più paura.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto del romanzo:

Non è che non ci abbia mai provato. Anzi. È da quando ha ricordi che ci sta provando.

Ha provato cercando di essere come loro. Non ha funzionato.

Ha provato cercando di essere sé stessa. Non ha funzionato.

È sempre stato così, e nella nuova scuola è anche peggio.

Quando faceva finta di essere come loro, inciampava continuamente: provava a dire le stesse frasi, a fare gli stessi gesti, ma le uscivano tutti goffi. Sbagliava i tempi, il tono della voce, tutto. Rideva senza capire le battute e provava a fare battute a cui non rideva nessuno. E poi ogni tre secondi inciampava davvero su qualcosa, camminando. E tutti a ridere. È più o meno in quel periodo che è nato il soprannome Maiunagioia.

Allora un bel giorno si è detta: e va bene, se mi vogliono così come sono, bene, se no amen.

È stato amen.

Un attimo, e l’etichetta della snob alternativa da evitare come la peste bubbonica non gliel’ha levata più nessuno. Così come naturalmente nessuno si è poi preso la briga di andare a vedere chi fosse davvero, Maiunagioia Spada, la tipa che non parlava mai, e che se lo faceva era solo per cacciare fuori acidità a tutto spiano.

Perché sì, vista da fuori, Gioia è davvero una che ti viene da evitare. Una che ti sembra ce l’abbia col mondo intero, senza motivo. Una che seriamente ti chiedi se abbia qualche problema coi muscoli facciali deputati alla formazione del sorriso. Maiunagioia, come soprannome, in ordine cronologico è arrivato solo dopo Ottimismo e Erpes.

Eppure.

Magari, sì, insomma, c’è anche dell’altro. Solo che nessuno lo sa.

È che Gioia Spada è una che è capace, quando le fanno un regalo, di aprire solo il bigliettino e di scordarsi di aprire il pacco. Gioia Spada è una che quando piove non prende l’ombrello, e che se ce l’ha lo lascia chiuso. Gioia Spada è una che quando trova un libro che le piace non inizia a divorarlo, ma a leggerlo più piano, per paura di finirlo presto. Gioia Spada è una che non sorride tanto spesso, ma quando lo fa accende la luce. Gioia Spada è una che non sa bene chi sia Belén Rodríguez. Gioia Spada è una che nei temi scrive tutto senza punti e senza virgole e poi aggiunge la punteggiatura alla fine. Gioia Spada è una che quando vede un cane lo saluta, sempre. Gioia Spada è una che, quando mette la camicia, sbaglia sempre l’ordine dei bottoni. Gioia Spada è una che in camera ha un muro con un sacco di foto di cantanti e scrittori e pittori e poeti, e il novantacinque per cento di loro attualmente sono morti. Gioia Spada è una che quando mangia la pizza parte dalla crosta. Gioia Spada sì, è vero, è una che non parla quasi mai con la gente, specie con quella della sua età, e non perché odi tutti quanti o perché si ritenga migliore di loro come tutti credono, ma solo perché lo vede e lo sente benissimo che loro, tutti loro, sono migliori di così, e che mandano per così dire in giro una versione cambiata di sé stessi, una brutta copia, come dei sosia inviati al posto loro a scuola, al lavoro, in piazza, mentre loro, quelli veri, se ne stanno a casa, belli chiusi e nascosti in una stanza, per paura che li veda qualcuno. Gioia Spada è una che se solo ne vedesse uno, anche solo uno di loro, che non manda in giro il sosia, non ci penserebbe due secondi ad attaccarcisi come un adesivo a doppia colla. Perché Gioia Spada è una che chiunque la conosca dice che odia la gente, che starebbe bene solo in un’isola deserta, e invece lei lo sa che non è così, che la gente la ama, la ama alla follia, la studia, la osserva, la capisce, sempre.

Lei non odia la gente, odia solo le bugie: e il casino è che quasi sempre le due cose corrispondono.

Nessuno lo sa, ma lei è una che quando alle elementari le chiedevano: «Cosa vuoi fare da grande?» rispondeva sempre nello stesso modo, e cioè: «Fare felice qualcuno».

(Continua in libreria…)

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