L'autore di "Trainspotting" racconta una storia di violenze, ritorsioni, depravazione e manipolazione, tra sesso e cibo a volontà... - Leggi un capitolo da "La vita sessuale delle gemelle siamesi" (Guanda)

Nell’America di oggi, ossessionata dal successo, dalla celebrità mediatica, dalla perfezione del corpo, può accadere che una personal trainer di Miami Beach finisca sotto i riflettori della televisione per aver disarmato e immobilizzato un uomo, grazie a una testimone che ha avuto la prontezza di riprendere tutto con il telefonino.
Le due donne sono Lucy Brennan, l’eroina sportivissima e salutista, e Lena Sorenson, artista bulimica in crisi d’ispirazione. Dopo quell’incontro fortuito, l’obesa Lena si affida a Lucy per tornare in forma, non perché lo desideri ma solo perché non riesce a togliersela dalla testa. Sviluppano così un attaccamento morboso, una dipendenza psicologica tinta di sadomasochismo non dissimile dal legame tra le gemelle siamesi quindicenni dell’Arkansas che impazzano su tutti i canali tv: una rivendica il diritto di avere una vita sessuale e l’altra si rifiuta di assecondarla, mentre il grande pubblico, mascherandosi dietro il dibattito morale, segue la vicenda con interesse voyeuristico.
Nel nuovo romanzo di Irvine Welsh, l’autore di “Trainspotting”, ci vuol poco perché le vittime diventino carnefici, i magri ingrassino e le star improvvisate vengano affossate dalle malelingue…
Ecco un estratto da “La vita sessuale delle gemelle siamesi”, pubblicato per gentile concessione di Guanda

PRIMA PARTE

Trapiantati

 

1

Lebbrosario

2-4-6-8, il tacchino non è cotto.

I numeri sono la grande ossessione americana. Tutto va quantificato. La nostra disastrata economia: indici di crescita, consumi, produzione industriale, PIL, PNL, il Dow Jones. La società: omicidi, stupri, gravidanze tra le minori, bambini poveri, immigrati clandestini, drogati, stime ufficiali e non. E gli individui: altezza, peso, fianchi, girovita, seno, massa grassa. Ma è il numero che ho in mente adesso a darmi la gran

parte dei problemi: 2. La discussione con Miles (1 e 86 per 95 kg) è stata sì banale, ma abbastanza polemica da non farmi passare la notte nel suo appartamento di Midtown (vero quartiere fantasma). Il cretino si era lamentato tutta sera del mal di schiena, rinunciando a fare qualsiasi cosa a forza di scuse fregnone. Man mano che gli si inumidivano gli occhi, a me si seccava la passera. Cazzo, non è troppo difficile da capire. Mi ha letteralmente zittita nei minuti finali di un episodio di Big Bang Theory; cioè, nel senso! E poi, il suo chihuahua, Chico, che guaiva incazzato e lui non lo voleva spostare in un’altra stanza, insistendo che lo stronzetto occhi a palla si sarebbe calmato subito. Vabbe’, fanculo. Quando ho detto ti mollo non l’ha presa bene: sembrava un poppante immusonito, tutto rigido col suo broncetto. Cioè, cazzo, ma sei un uomo o no? Certi maschi non sono abbastanza tosti per incazzarsi. Chico, che ha

fatto una variazione alla solita solfa saltandomi sulle ginocchia anche se continuavo a rimetterlo per terra, ha più palle di lui. E allora sto tornando a South Beach, manca un paio di minuti alle tre e mezzo di notte. Prima era tutto tranquillo, una luna là in alto e una spruzzata di stelle che mandavano schegge di luce per il cielo viola. Poi, praticamente appena accendo la mia bolsa Cadillac DeVille del ’98 ereditata da mamma, mi rendo conto che il tempo è cambiato. Non c’è problema, perché ho I hate myself for loving you di Joan Jett che gracchia dallo stereo, ma quando arrivo sulla Julia Tuttle Causeway il vento a raffiche investe la macchina da davanti. Rallento per le secchiate di pioggia che si riversano sul parabrezza, costringendomi a strizzare gli occhi tra i rapidi fruscii del tergicristallo. Proprio mentre, di botto, l’acquazzone si riduce a un piovischio e pian piano il tachimetro risale sugli 80, dal buio – adesso inchiostro senza stelle – escono due uomini in corsa verso di me proprio al centro della superstrada semideserta, agitando le braccia. Il più vicino ha il fiatone e due guance da criceto sotto l’ondata bianca dei fari, che all’improvviso illuminano due occhi sconvolti. All’inizio penso che sia una specie di scherzo: goliardoni sbronzi o tossici sconvolti che fanno un gioco di ardimento cazzaro. Poi nella mia coscienza si pianta un secco merdaal sospetto che sia una specie di elaborato trucco per rubarmi la macchina, e mi dico: vai avanti, Lucy, che si spostino loro quei coglionima non si spostano, e allora freno di colpo, sterzando e facendo stridere le gomme. Serro il volante, manco un gigante cerchi di strapparmelo di mano, poi un tonfo, un fruscio, e vedo uno degli uomini sobbalzare sul cofano. L’auto alla fine si ferma, sbattendomi indietro sul sedile mentre il motore si blocca e il cd tace proprio quando Joan sta per rompere il culo al ritornello. Mi guardo attorno per capirci qualcosa. Proprio davanti a me, sull’altra corsia, un automobilista non ce la fa a reagire così in fretta; il secondo uomo rimbalza sul suo, di cofano, di15 menandosi in aria come una ballerina impazzita e carambolando sulla strada. La macchina sfreccia via nella notte senza neanche far finta di fermarsi. Grazie al beato culetto del Bambin Gesù, dietro di noi non c’è nessuno.

 

(continua in libreria…)

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