Un romanzo diretto e durissimo, che racconta la lotta di una donna contro decenni di oppressione. La storia di Monique è la storia di tutti coloro che sono costretti a combattere per uscire da una condizione materiale di sofferenza, e lo scrittore francese Édouard Louis, in “Monique evade”, la racconta con lucidità e amore, in un libro intimamente politico, dedicato alla madre
Ci sono libri dei quali è molto difficile scrivere. E non perché siano essi stessi complicati, ma al contrario a causa del loro tono asciutto e durissimo, levigato come un sasso, che sembra rendere inutile qualsiasi orpello — e forse questo è proprio uno degli obiettivi.
È molto difficile parlare di Monique evade di Edouard Louis, edito da La nave di Teseo e tradotto da Annalisa Romani, proprio perché lima la letteratura e la porta a un grado di chiarezza quasi insopportabile, senza perdere nulla in intensità.
Mostra la concretezza delle condizioni sociali con una sorta di calore gelido. Ogni pagina dice: è questo. È così.

Le parole servono a raccontare ciò che è inesprimibile, che non è l’abisso di una sofferenza metafisica, ma il dramma della materialità più greve: la violenza, la miseria, la vita di una donna sottoposta costantemente a violenza e miseria, che si intrecciano e passano l’una nell’altra diventando il tessuto reale di giorni dai quali, a un certo punto, Monique vuole semplicemente scappare.
“Quando ho iniziato a scrivere questo libro, mi prefiggevo di annotare a margine della storia della fuga di mia madre le somme di denaro che erano servite alla sua evasione. Volevo provocare la letteratura. Volevo che questo romanzo assomigliasse alla forma e nell’aspetto a un documento banale come uno scontrino, ossia agli antipodi di come spesso si presenta un’opera letteraria”.
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Ogni momento di questo racconto è sottoposto al vaglio delle condizioni reali. Da quando la madre del protagonista gli telefona perché l’uomo con cui vive è ubriaco e la insulta, la maltratta, la minaccia fino all’ultima scena di riscatto in un’esistenza parzialmente riconquistata, non c’è una singola riga che non riporti il conflitto implacabile con le circostanze sociali, economiche, psicologiche. Perché questo romanzo è la storia di una fuga ma — l’autore stesso ci avverte — deve portarci alla domanda su perché alcune persone devono trovare il coraggio di scappare e altre possono permettersi di non farlo.

La voce dell’autore, però, è programmaticamente in secondo piano. Questo libro è la storia di Monique e Monique parla nel suo discorso diretto, nei suoi piani per liberarsi, nelle sue paure, nei ricordi e in un passato che affiora costantemente e che presenta analogie continue con il dolore di ciò che sta vivendo.
Le esperienze personali e lo sguardo generale si intrecciano naturalmente, e Louis riesce a scrivere il romanzo di sua madre, il romanzo su sua madre e anche, col ricordo dei non detti e il presente di sensi di colpa o slanci d’affetto che cercano di ricucire gli strappi del tempo, un romanzo con sua madre.
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Monique non è un simbolo, è Monique. Monique è forte e ama sentirselo dire. Monique ha subito violenza ed è stata violenta con suo figlio durante l’infanzia. Monique conosce la povertà, ha odiato che il figlio scrivesse di quella povertà che è stata sua, è stata oppressa in molteplici forme e a cinquantasette anni inizia a scoprire un mondo dove può sentirsi libera. Monique cerca la libertà e il figlio, che ha imparato a guardare la povertà e l’oppressione da diverse angolazioni, racconta la ricerca di quella libertà sottolineando quanto abbia un prezzo non metaforico ma misurato in denaro.
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Questo libro ha una fine felice che non è lieta. Monique ha vinto, ma tutto ciò che ha creato le condizioni per cui fosse costretta a combattere è ancora in piedi. Il romanzo di Louis è un’opera che mostra le viscere e contemporaneamente riesce ad avere l’obiettività di un referto. “Ho imparato l’incanto che procura la scomparsa, la cancellazione, il fatto di diventare solo uno sguardo nella storia di un destino diverso dal mio”.

E, in effetti, l’autore di questo libro è diventato solo uno sguardo, uno sguardo sul mondo e su destini che sono preda di forze straordinariamente potenti e intangibili ma al tempo stesso molto concrete.
A volte oggi sembra esserci un po’ di paura a chiamare con il loro nome le cose, soprattutto a nominare le responsabilità di un sistema sociale ed economico. Monique evade, invece, lo fa senza sconti e senza bisogno di forzature ideologiche, semplicemente raccontando la realtà, e raccontandola nella verità di una vita singola, fiera e calpestata. È un libro davvero intimamente politico, in tutti i significati che queste parole possono avere.
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Édouard Louis è uno scrittore militante che non ha intenzione di lasciare spazio alla retorica. Viene dalla classe operaia, da un contesto di degrado, e lo racconta con una lucidità spietata che proprio per questo può mettere in luce tutto l’amore e la forza che restano, senza nessuna illusione stucchevole o una facile romanticizzazione.
Lo stesso autore che in un’intervista afferma che “appartenere a una categoria dominata non rende automaticamente rivoluzionari”, che “i dominati partecipano della propria oppressione” e “più si è poveri più la mascolinità oppressiva diventa una risorsa simbolica” sa anche, mentre partecipa al trasloco dei mobili da casa dell’ex-compagno della madre, ultimo atto della fuga lunga e difficile della donna da un carcere che ben conosce e che ha rappresentato la normalità della sua vita emotiva, guardare Quello, il responsabile delle sofferenze di Monique, e vedere un uomo dall’aspetto debole e patetico, corpo conduttore di una violenza più grande di lui, prodotto di situazioni che non sapeva controllare e che erano diventate la sua carne.
Una pietà che non è assoluzione, ma tentativo di capire. Capire, forse, per trasformare.
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