Si può ridere di tutto? E come infilare la morale dentro questa prassi? Camille Bordas risponde a queste domande, molto attuali, con il romanzo “Materiale sensibile”. Il risultato? Una commedia dark sulla stand up comedy, il desiderio di piacere agli altri e il sottile confine che separa vita e arte, vergogna e ispirazione…

Nel fantomatico secondo libro della Poetica, della cui esistenza ancora si discute, Aristotele avrebbe dovuto trattare della commedia. Cosa la rendeva divertente, invisa ai potenti, vicina all’esperienza umana, di tutte le forme d’arte forse la più vicina, perché mette in moto il prezioso meccanismo che ci fa ridere delle nostre debolezze e, così facendo, ci libera anche dal peso delle aspettative.

Ma Aristotele della commedia non scrisse mai. Scherzetto.

Questa misteriosa perdita è stata indagata in infinite pagine di critica filosofico-letteraria e, uno su tutti, nel romanzo-bestseller di Umberto Eco, Il nome della rosa.

Così anche noi contemporanei, orfani di una riflessione primigenia, ci troviamo a ripensare questo qualcosa che accompagna il nostro modo di sentire e di stare nel mondo. Il comico, l’ironia, il wit o motto di spirito.

Perché alcune cose ci fanno ridere, di cosa è giusto ridere, si può ridere di tutto, e come infilare la morale dentro questa prassi?

copertina di Materiale sensibile di Camille Bordas

È un tema gigante, che Camille Bordas affronta in Materiale sensibile (edito da NN e tradotto da Chiara Manfrinato) con intelligenza, una buona dose di rovello cervellotico e molta ironia, appunto. Lo vediamo anche noi costantemente, quando seguiamo con attenzione qualche account di stand up comedian sui social, italiano o internazionale, quando andiamo a vedere i loro spettacoli, quanto sia difficile per loro evitare le shitstorm. Femminismo, genitorialità gentile, il sesso, il matrimonio, il divorzio, i genitori, la politica, Maria Montessori…

Ogni pezzo comico si basa anche sull’iperbole, e certo, sul paradosso. Intercetta la contemporaneità e ne fa critica sociale, come una lente di ingrandimento che devia i raggi del sole, ma si ferma un momento prima di bruciare il foglio. Arianna Porcelli Safonov fu criticata, a più riprese, sullo stesso mezzo, dai sostenitori del metodo montessoriano e del gentle parenting e quindi, potremmo dire, aveva colpito nel segno. Le si contestava la durezza e la pericolosità (addirittura) del messaggio.

Questo è solo un piccolo esempio del meccanismo che mette in moto chi dell’ironia vuole fare professione. A qualcuno devi pur pestare i piedi, sta nelle regole del gioco. Ma, complice l’esposizione digitale di chi ha scelto questo mestiere, la dissezione da parte del pubblico si amplifica, si fa più cruda. Con l’impressione sempre più accentuata che sia difficile fare ironia sul serio in un mondo senza ironia.

Camille Bordas mette in scena esattamente questo tipo di paradosso.

È tutto pronto al master in stand up comedy dell’Università di Chicago. I talentuosi studenti Artie, Olivia, Phil e Jo dovranno portare in scena uno spettacolo in cui mettono alla prova ciò che hanno appreso dai loro mentori, comici rodati e quasi tutti di successo.

Ma qualcosa va storto sin dal primo mattino. Un allarme raggiunge i cellulari di quasi tutti. Possibile sparatoria in corso nel campus.

Da questo espediente letterario si mette in moto tutta l’azione del romanzo. Un libro dove non esistono protagonisti, ma solo comprimari alle prese con le stesse debolezze, nevrosi, famiglie disfunzionali, genitori ingombranti, infanzie traumatiche: tutti vivono lo stesso materiale che portano in scena, tutti sospettano che anche gli altri siano travolti da un dolore, ognuno si interroga su quale sia il materiale migliore da trasformare in piece teatrale.

Nessuno è risparmiato, nemmeno gli insegnanti. Dorothy, quarantenne poco appagata nella vita come sul palco. Ben Kruger, comico di successo, che si è ritrovato a calcare le scene perché è l’unica cosa che può fare senza sforzo, ma non si perdona di aver deluso il padre e Manny Reinhardt, forse il comico più in vista, in procinto di assumere il suo ruolo di docenza al Campus, ma contemporaneamente travolto da uno scandalo sessuale.

E così questo sparuto gruppo di “casi umani”, nel senso più proprio che ci riguarda un po’ tutti, prova a stare a galla, semplicemente passando del tempo insieme, interrogandosi su cose che sembrano di piccolo conto, del tipo, ordinare un margarita è un atto di appropriazione culturale? I meme sono davvero l’inconscio collettivo che prende forma? Come fronteggiare il singolare desiderio di anonimato degli autori di meme sui social? Si può parlare di una sorella sociopatica? E di un figlio che ha avuto durante l’infanzia una malattia cronica? Come si affrontano i nuovi temi del femminismo? Si possono portare in scena se sei maschio e se sì, come?

“Non c’è modo di assimilare le novità senza prima sbeffeggiarle durante quello che si configura come un periodo di latenza?”

Spesso, oggi, ci si lamenta di non poter più dire niente, che tutto è diventato tabù. Paolo Poli in una delle ultime interviste ha detto “io credevo che questo fosse il secolo del sesso, e invece è il secolo della cucina. Ogni volta che accendi la tv c’è qualcuno che spadella”.

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“Eppure” – scrive Bordas – non è proprio il genere di sfida che un bravo comico dovrebbe voler affrontare?”.

E ha ragione, perché vedete, se c’è un autore che meglio di tutti ha descritto cosa sia il comico, quello è Anthony Ashley Cooper, terzo conte di Shaftesbury.

Nel suo libro purtroppo poco letto e conosciuto, la Lettera sull’entusiasmo (1708), Shaftesbury scrive:

Le opinioni più ridicole, le mode più assurde possono essere dissipate soltanto con la dote dell’irriverenza e da un pensiero meno serio e più lieve. Perché la pesantezza è l’ingrediente essenziale dell’impostura.

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All’epoca, entusiasmo era sinonimo di fanatismo, fosse esso in campo religioso o politico.

Shaftesbury sosteneva l’uso dell’ironia, del comico e dell’irriverente non solo come vaccino contro l’autoritarismo, ma anche come vaccino contro l’immaterialismo di Berkeley allora nascente.

All’”essere è essere percepito” Shaftesbury risponde con la necessità, per una vita umana felice e libera, di osservare l’esistente senza velleità di appropriazione.

Come sarebbe liberatoria per tutti un’esistenza dove non si sente la necessità di essere percepiti, riconosciuti, applauditi, carezzati e compresi.

Come sarebbe bello se, metaforicamente, ogni volta che prendiamo un aereo, una hostess o uno steward ci ricordasse: “in caso di depressurizzazione della cabina, le maschere di ossigeno si attiveranno automaticamente. Indossate le maschere per primi e poi aiutate chi ne ha bisogno, rimanete calmi e ricordate che non siete voi i protagonisti del film”.

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