Torna in libreria “A mille miglia da Kensington” della scrittrice britannica (con un speciale legame con l’Italia) Muriel Spark (1918-2006), “una commedia di caratteri” ambientata nell’editoria degli anni ’50 in cui l’autrice inserisce ricordi personali, equivoci e colpi di scena…

Il suo esordioI consolatori (1957), entusiasmò Graham Greene e Evelyn Waugh, “cattivo” quanto lei. Che scrisse a un’amica: “Mi sono state mandate le bozze del geniale romanzo… La protagonista è una scrittrice cattolica che soffre di allucinazioni… Sono sicuro che tutti penseranno l’abbia scritto io. Vi prego di smentire”. E spedì una cassa di champagne.

La destinataria era ovviamente Muriel Spark (1918 – 2006) destinata a diventare popolarissima, che col filtro dell’ironia e di un distacco meraviglioso ha raccontato l’Inghilterra del Novecento, e non solo quella. Vita tumultuosa all’inizio, successo strabordante poi fra Londra e New York dopo il suo romanzo più noto, Gli anni fulgenti di Miss Broodie (1961), era arrivata a Londra dopo durissime prove in Rodesia (un marito maniaco depressivo, il divorzio, l’impossibilità di tornare in Europa perché c’era la guerra, infine la decisione di lasciare il figlio piccolo in un convento e di avventurarsi con mezzi di fortuna in Inghilterra); debuttò come poetessa e da allora ha conservato un’idea lirica della prosa: non nei toni, ma nella cadenza, nel ritmo e nell’equilibrio generale delle pagine.

A mille miglia da Kensington

La nuova edizione di A mille miglia da Kensington (Adelphi)

Lei che è nata “mezza ebrea” – secondo la sua stessa definizione – ed è diventata cattolica (come Waugh), ogni volta sa di dovere risolvere anche un problema morale. Alla sua maniera, naturalmente: “La letteratura è menzogna – ci disse in occasione di un incontro in Toscana -. E proprio per questo bisogna avere un forte senso della verità. Senza di esso, non si può praticare l’arte dell’inganno”.

Miss Brodie decise anche della sua vita, e del particolare rapporto con l’Italia. Il successo fu infatti tale che in Inghilterra se ne ricavò un lavoro teatrale con Vanessa Redgrave, e in America, oltre a un musical, un celebre film con Maggie Smith. Lei, che sull’onda della popolarità appena acquisita ebbe a apprezzare e godere tumultuosamente della vita sociale newyorkese, dopo qualche anno disse basta. Venne in Italia, in cerca di calma per poter scrivere, avendo deciso che l’essere celebre non faceva per lei.

Era il 1967. Pensava di restare qualche settimana a Roma, ma poi divennero mesi, e infine anni quando decise di trasferirsi con l’amica scultrice Penelope Jardine nella campagna toscana: ricevendo molti scrittori anglosassoni e tanti amici, godendosi una nuova serenità. Con ciò, non disdegnava qualche apparizione in pubblico, senza mai negarsi il gusto delle battute feroci; come quando a 86 anni disse di una editor americana che ne aveva ferocemente contrastato (nel ’92), la pubblicazione della biografia, Curriculum Vitae: “Mi ha voluto dedicare la sua menopausa”. Gran parte dei libri, da Memento mori al più recente Invidia, sono pubblicati da Adelphi e tutti, nella loro varietà di temi, puntano con quella che pare una sorta di soave ingenuità stilistica al lato oscuro del quotidiano.

Ora la casa editrice milanese ripropone, (è la terza volta) uno dei più noti, A mille miglia da Kensington (traduzione di Anna Allisio), vicenda ambientata nell’editoria londinese degli anni cinquanta dove forse c’è qualche ricordo personale, fra tessere annonarie e povere camere d’affitto, pochissimo denaro, lavori mal pagati, profughi e tutto sommato una certa gioia di vivere.

La protagonista, vedova di guerra dalla complessione piuttosto corpulenta, chiamata da tutti sempre per cognome, signora Hawkins, signoreggia risolvendo problemi e dando buoni consigli su un’umanità piuttosto varia e variamente problematica. Dal direttore della casa editrice in cui lavora come editor (disastroso e simpaticamente chiacchierone, porterà la baracca al fallimento e finirà pure in prigione) a una tormentatissima sarta polacca che vive nel suo stesso stabile, la sua capacità di comprensione ed immedesimazione negli altri pare non aver limiti. Ma non vale per “tutti” gli altri.

Libri di Muriel Spark (Memento mori e Invidia)

Ci saranno infatti imbarazzi divertenti, equivoci e simpatici colpi di scena. Ma la vicenda, che all’inizio sembra condotta con mano lieve, una commedia di caratteri – ivi compresa l’interpretazione diabolicamente imprevedibile della cura dimagrante che la signora Hawkins, ansiosa di diventare finalmente l’affascinante trentenne Nancy che nasconde in sé, intraprende con successo – svelerà tra fraintendimenti impensabili le pieghe di una mente malata e letale, sempre all’opera. È quella di un tale che, protetto dall’amicizia con una scrittrice di successo, tenta vanamente di farsi pubblicare, e trova sempre sul suo cammino, benché sia riuscito anche a farle perdere il posto in ben due case editrici, l’inflessibile protagonista.

Viene così bollato da subito, e per sempre, con un’espressione cavata dalla signora Hawkins nei testi di un simbolista francese, francamente geniale: pisseur de copie, pisciapagine. È più forte di lei: glielo sibila tutte le volte che si vedono, fino alla fine del romanzo. Ora non staremo a raccontare nel dettaglio una trama godibilissima dove entra in gioco anche una pratica parascientifica, esoterica, magica, insomma una cialtronata, per curare o far ammalare a distanza le persone (la radionica: non è un’invenzione fantastica, esisteva ai tempi del romanzo e ce ne sono tracce anche oggi, gli scettici possono controllare su Google per conferma).

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Come spesso accade nei libri della Spark, lo schema sempre molto accurato è soprattutto l’architettura di un’infinita serie di osservazioni su un certo mondo e i suoi rappresentanti, e in questo caso le coordinate spazio temporali delle molte vite londinesi (non solo, ci sono anche certi buoni consigli per chi vuole scrivere una storia, dispensati dalla signora Hawkins ai suoi scrittori). Ma come accade altrettanto spesso c’è quasi a sostenere musicalmente lo schema generale un motivo, un refrain, un tema che si ripete e che collega i più vari elementi narrativi.

In questo caso è ovviamente l’espressione pisseur de copie, come poniamo in Gli anni fulgenti di Mss Brodie quello delle ragazze invitate a essere sempre “la crème de la crème”, o in un romanzo breve forse meno noto, La badessa di Crewe (una sorta di parodia in convento della scandalo Watergate, film con Glenda Jackson) il “vigilate sorelle, vigilate” che scandisce la narrazione. Senza dimenticare certi incipit che hanno la stessa funzione di eco. Come quello, è il nostro preferito, di Le ragazze i pochi mezzi, che un poco ricorda l’educata bohème di A mille miglia da Kensington e ribadisce uno stile inconfondibile: “Molti anni fa, nel 1945, tutte le persone simpatiche in Inghilterra erano povere, a parte qualche eccezione”.

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Fotografia header: Fotografia di Muriel Spark (credit Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images 10/12/2025)

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