A colloquio con suor Elena Francesca Beccaria, abbadessa del monastero di Santa Chiara a Roma e autrice del libro “La gioia nel silenzio”: “Come diceva Giorgio La Pira, le sorti del mondo si decidono nei monasteri di clausura, solo che nessuno lo sa. A chi dice che la nostra è una vita sprecata mi viene da ridere però capisco che, al di fuori della dimensione spirituale, la nostra esistenza sia un’avventura incomprensibile”. E ancora: “Le persone che si rivolgono a noi chiedono di essere ascoltate. Il silenzio? A molti fa paura, ma in un tempo dominato dal rumore costante di suoni e immagini è un atto controcorrente, che libera”. Poi riflette su cosa farebbe se potesse vivere un giorno nella vita ‘di prima’: “Starei più vicina a mia mamma, che avrebbe bisogno di me. E poi mi piacerebbe semplicemente stare con gli amici, poterli vedere con più libertà e naturalezza…” – L’intervista

Ci sono due modi autentici, seppur rischiosi, di vivere: da santi o da avventurieri, affrontando, in entrambi i casi, senza filtri, l’abisso dell’esistenza fatto di ingiustizia, dolore, incanto e meraviglia.

Talvolta questi due mondi si incontrano, come nella vita di suor Elena Francesca Beccaria, entrata in clausura nel 1988 a 27 anni dopo aver rinunciato alla relazione con il proprio fidanzato e a una carriera prestigiosa nell’industria farmaceutica.

Nel suo libro La gioia nel silenzio – Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura (Marsilio) racconta il cammino di discernimento, la quotidianità nel monastero di Santa Chiara a Roma, di cui è abbadessa dal 2013, e gli incontri con chi le affida ferite e domande profonde.

La sua vicenda dimostra – a dispetto di un pregiudizio duro a morire – come la vita consacrata, anche nella sua radicalità com’è quella di clausura, possa diventare un’autentica avventura spirituale.

La gioia del silenzio di Elena Francesca Beccaria

Suor Elena Francesca, cosa prova di fronte alla curiosità che il mondo nutre verso la vita delle consacrate e la clausura? Le piace o la infastidisce?
“La capisco perfettamente, perché anch’io mi sono avvicinata a un monastero spinta solo dalla curiosità. Non avevo l’intenzione di entrarci, non immaginavo che quel passo avrebbe cambiato la mia vita. Quel mondo era per me misterioso, sconosciuto, e allo stesso tempo, irresistibilmente affascinante. Non mi sorprende, quindi, che anche gli altri vogliano conoscerlo”.

Rifacendomi al sottotitolo del libro, le chiedo come ha scoperto il mondo dalla clausura.
“Mi ha permesso di guardare il mondo con una profondità diversa rispetto a prima, quando ero fuori. È un paradosso: stare dentro questo contesto ci fa osservare la vita esterna da un’angolatura particolare, un po’ come se fossimo fuori dalla mischia. Non ‘in alto’ rispetto agli altri, non in una posizione di élite, ma con la possibilità di raccogliere le esperienze e le vicende del mondo con più lucidità”.

E che cosa, dalla clausura, ha scoperto del mondo?
“Le contraddizioni, e quanto spesso si perda tempo in ricerche sterili, inseguendo cose che non danno vera soddisfazione. La vita con Dio, invece, apre una prospettiva diversa perché Lui è la via, la verità e la vita. Guardando il mondo senza Dio, lo si vede confuso, a volte violento, e proprio in quelle contraddizioni emerge la necessità di cercare pace, senso e autenticità”.

Suor Elena Beccaria

La grata non rischia di mettere in soggezione chi si rivolge a voi?
“No. Anzi, quello che mi sorprende ogni volta è l’incontro con le persone attraverso il parlatorio. Anche se oggi la grata ha maglie più larghe rispetto al passato, resta un segno importante: garantisce uno spazio di fiducia e di consegna. Chi viene a parlarci si sente custodito e libero di aprirsi con sincerità. E da queste conversazioni emerge il mondo reale, fatto di vite, emozioni e storie che altrimenti resterebbero nascoste. Conoscere davvero le persone significa conoscere ciò che stanno vivendo nel profondo, e la clausura offre questa possibilità unica”.

Cosa le affidano le persone che si rivolgono a voi?
“Spesso si avvicinano perché stanno attraversando un dolore. Malattie gravi, tensioni familiari, separazioni, problemi lavorativi: sono queste le situazioni che più di frequente le spingono a cercare conforto e sostegno. Ma non mancano nemmeno inquietudini più sottili, esistenziali, simili a quelle che ho vissuto io stessa. A volte la vita appare normale, senza grandi problemi, eppure resta un vuoto o un’inquietudine di fondo che spinge a porsi domande e a cercare risposte. In alcuni casi ci chiedono semplicemente una parola di consolazione e la certezza che la preghiera li accompagnerà; in altri, quell’incontro diventa l’inizio di un vero e proprio percorso spirituale”.

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C’è qualche incontro o richiesta che l’ha particolarmente colpita?
“Una in particolare mi ha segnato profondamente. Anni fa, la sorella di una mia compagna all’università ha avuto un bambino che si è ammalato di sarcoma di Ewing, un tumore osseo rarissimo e molto aggressivo. Il piccolo ha combattuto per tre anni, ma purtroppo è morto a 11 anni. La famiglia ci aveva contattato per chiedere preghiere per il bambino. Attraverso questo contatto, però, ha intrapreso un percorso spirituale molto intenso e significativo nell’accompagnare il figlio, e ha continuato anche dopo la sua morte. Ci ha colpito profondamente il momento in cui la mamma ci ha informate della scomparsa di Edoardo, dicendo che il bimbo ringraziava tutte le sorelle: un commento sconvolgente, che però nasceva dal fatto che avevamo creato per loro uno spazio di vita e di accompagnamento per elaborare un lutto impensabile. Quel percorso li ha aiutati a gestire il dolore in maniera più profonda, con un atteggiamento interiore che altrimenti non sarebbe stato possibile”.

A chi sostiene che la vostra è una fuga dal mondo cosa risponde?
“Mi viene da ridere. Attualmente, a Roma, siamo venticinque sorelle: dalla più anziana, novantenne e ricoverata in infermeria, fino alla più giovane, di venticinque anni. Viviamo in spazi limitati e con relazioni molto strette, con persone reali, con i loro limiti e la loro umanità. La sfida quotidiana è costruire relazioni autentiche, evangeliche, sane e caritatevoli, affrontando al contempo i propri limiti interiori. Senza una motivazione forte, sarebbe impossibile restare qui: fuggiremmo”.

Nella sua lunga “carriera” ha accompagnato tante persone che volevano abbracciare la clausura. Quando capisce che la vocazione non regge?
“Un segnale chiaro sono i sentimenti negativi: tristezza, insoddisfazione, insofferenza, lamentele continue. All’inizio può essere normale provare queste emozioni, perché il passaggio a una vita nuova richiede un adattamento psicofisico. Ma se queste sensazioni persistono nel tempo e la persona non riesce a fiorire, allora c’è qualcosa che non va. Una vocazione vera, al contrario, aiuta a crescere e a svilupparsi: le esigenze restano, ma la persona le affronta e ne esce più viva, più piena. Quando questo non avviene, dopo un periodo di attesa e osservazione, si prende la decisione di interrompere il cammino”.

A chi le dice che, in fondo la vostra vita è uno spreco inutile perché non fate nulla di “attivo”, se non pregare dalla mattina alla sera, cosa risponde?
“È una delle critiche più frequenti che riceviamo: ‘Hai sprecato la tua vita, hai fatto tanto e ora butti via tutto’. Fuori da una dimensione spirituale, è comprensibile che la nostra scelta sembri difficile da capire. Ma in realtà facciamo molto: accogliamo le persone, ascoltiamo le loro storie, dedichiamo tempo, gratuitamente, a chi ha bisogno. In un mondo dove la gente viene ascoltata a pagamento, questo diventa un gesto prezioso. Resta vero che, senza la dimensione spirituale, la nostra vita può apparire misteriosa, persino sprecata. E va bene così: non cerchiamo di convincere nessuno, perché sappiamo il perché della nostra scelta. Mi stupisce sempre quando chi aveva criticato capisce, davanti a un dramma senza soluzioni umane – una malattia grave, ad esempio – e si rivolge a noi dicendo: ‘A questo punto pregate’. La nostra vita non è una gara, e non interessa arrivare per primi: ciò che conta è essere presenti”.

Che ricordi ha del suo ingresso in monastero nel 1988?
“La prima cosa che mi viene in mente è che fu l’unica volta nella mia vita in cui vidi mio padre Francesco piangere. Era una persona di carattere forte, e raramente aveva ceduto alle emozioni in modo così evidente. La cerimonia d’ingresso, un piccolo rito, prevedeva che ci si inginocchiasse alla soglia del monastero, seguita dalla proclamazione di un brano della Parola di Dio, una breve preghiera, e infine ci si alzasse per abbracciare i familiari più intimi, coloro che ci avevano accompagnato fino a quel momento. Era un gesto preliminare, un passaggio delicato di cui non si dà molta pubblicità, perché non sai come si evolverà la vita da lì in avanti. Girandomi verso i miei parenti, mi accorsi delle lacrime di mio padre. Mi colpì profondamente la forza emotiva che quel momento aveva suscitato in lui. Per me era tutto normale: ero felice, pronta a scalare qualsiasi vetta. Ma capii allora quanto stavo chiedendo loro, quanto dolore implicasse la mia scelta e quanto fosse potente l’impatto di quel passo sulla loro vita”.

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Sua madre invece non era d’accordo con la sua scelta. In un’intervista dell’epoca disse: “Come farà mia figlia senza il mare che adora”? Ecco, come ha fatto?
“In realtà, non mi è costato tanto. La mia vera preoccupazione era il freddo: sono freddolosa e sono entrata il 30 gennaio nel monastero – piuttosto gelido – di Città della Pieve, a 600 metri di altitudine. Ma ho resistito. Il mare, poi, non mi è mancato davvero. Anni dopo ho letto una frase del grande teologo francese Henri de Lubac che diceva che chi è abituato al mare sa quali profondità può nascondere, quali scenari può offrire, anche nella sua apparente monotonia. Così è la vita di Dio: può sembrare ripetitiva dall’esterno, ma nasconde profondità e stimoli continui. Alla fine, il mare a cui il Signore mi ha chiamata è un altro tipo di mare, monotono solo in apparenza, ma ricco di vita, di preghiera e di stimoli. Non mi è mai mancato nulla”.

Lei hai vissuto per 25 anni nel monastero di Città della Pieve, in Umbria, prima di andare a Roma, dove si trova adesso. C’è differenza tra vivere la clausura in due luoghi così diversi?
“Sì. I monasteri sono sempre contestualizzati: il loro ritmo di vita si rapporta al territorio e alla comunità che li ospita. Città della Pieve, un borgo di 4mila abitanti, offriva spazi di silenzio infiniti, soprattutto di notte e durante l’inverno. La città sembrava fermarsi, e questo favoriva una preghiera più verticale, profonda, immersa nel dialogo continuo con il Signore. Roma, invece, è una metropoli di milioni di abitanti. Il monastero si affaccia su una via di alto scorrimento, la Via Olimpica, e il traffico, le ambulanze, il rumore incessante della città diventano parte della quotidianità. Qui la vita monastica procede con gli stessi ritmi di preghiera, lavoro e incontri comunitari, ma la città ti raggiunge costantemente. La preghiera non è più solo verticale: resta un dialogo con Dio, ma è continuamente sollecitata dal mondo esterno, dalle vite che arrivano fino a te. Entrambe le esperienze sono preziose”.

Com’è la sua giornata tipo?
“Comincia molto presto, alle 5.20 del mattino. In alcuni periodi dell’anno, uno o due giorni alla settimana, ci alziamo all’1.30 di notte per la preghiera notturna del Mattutino. Le ore del mattino, fino alle 9, le dedichiamo alla preghiera personale e comunitaria, con la celebrazione della Messa alle 7. Segue la colazione e l’inizio delle attività quotidiane. Ogni sorella conosce il proprio compito: la comunità è organizzata in modo che tutti sappiano dove devono andare e cosa fare. Alcuni incarichi sono settimanali, altri mensili, ma ciascuna ha il proprio ‘ufficio’ da svolgere. Fino alle 12.30 ci sono altri momenti di preghiera, poi il pranzo e un’ora di riposo nel pomeriggio per chi ne ha bisogno. Alle 15 un nuovo momento di preghiera, seguito da attività pomeridiane più formative: incontri comunitari, revisione di vita, prove di canto per le liturgie più solenni. Alle 17.30 ci sono ancora due ore di preghiera, il Rosario e i Vespri, seguiti dalla cena. Dopo cena trascorriamo un momento ricreativo insieme, raccontandoci la giornata, condividendo intenzioni di preghiera o semplicemente stando vicine l’una all’altra. Infine, alle 21 celebriamo la Compieta e poi si entra nel cosiddetto ‘silenzio grande’: un tempo di preghiera e ascolto interiore. Non tutti vanno a dormire subito, ma il silenzio viene rigorosamente custodito, sia per chi ha bisogno di riposare sia perché la notte è considerata tempo di Dio, tempo dedicato al silenzio e alla preghiera personale”.

Il silenzio che scandisce la vostra vita non fa paura a chi viene da fuori?
“Spesso sì. In realtà il silenzio suscita reazioni molto diverse. Molte persone vengono a trascorrere dei giorni di ritiro nella nostra foresteria e, quando iniziano un piccolo percorso spirituale con una delle sorelle, chiediamo sempre di custodire alcuni tempi di silenzio. Sono spazi pensati per la riflessione, per la preghiera, per lasciar sedimentare quello che emerge negli incontri. C’è chi riesce a viverli con naturalezza fin da subito, magari perché è già abituato, o perché per carattere è più riservato, più educato al silenzio. Altri invece fanno più fatica: sentono il bisogno di riempirlo, di coprirlo con parole, attività, stimoli. Per questo cerchiamo di accompagnare, di educare al silenzio, senza forzare. Perché il silenzio è uno spazio prezioso, che il mondo di oggi non garantisce più. E non è solo una questione di silenzio acustico: è anche silenzio di immagini, di sollecitazioni continue. In un tempo dominato dai social e dal rumore costante, imparare a stare nel silenzio diventa quasi un atto controcorrente, ma profondamente liberante”.

Come vi informate su quel che accade nel mondo?
“Riceviamo ogni giorno L’Osservatore Romano, riviste missionarie e altri periodici e consultiamo anche i social e siti internet. Ma spesso le informazioni ci arrivano attraverso i contatti personali. Nel libro racconto che molti si stupiscono ancora quando siamo informati prima di loro: succede perché chi vive un lutto o un dramma ci chiama per raccontarcelo in tempo quasi reale, fidandosi del nostro ascolto e della preghiera. Per esempio, di recente in Spagna due treni ad alta velocità si sono scontrati provocando 41 morti. Una mia amica di Córdoba, che non era coinvolta, mi ha mandato subito un messaggio per raccontarmi l’accaduto, così ho saputo di questo terribile incidente prima ancora che la notizia comparisse sui media”.

Perché ha scelto di entrare tra le Clarisse?
“Vicino a casa mia, ad Alessandria, c’era un monastero di carmelitane che potevo raggiungere facilmente, ma frequentarlo era più complicato: le monache erano spesso in ritiro e non sempre era possibile incontrarle. In Umbria, invece, nonostante la distanza, le porte si aprivano sempre e potevo incontrare chi dovevo incontrare”.

Non l’affascinava la figura di Santa Chiara?
“Più di lei, mi affascinava e mi affascina molto San Francesco d’Assisi, che esercita su di me un’attrazione particolare: la povertà, la semplicità, il ritorno all’essenziale del Vangelo. Nel mondo carmelitano ero attratta dal silenzio e dalla contemplazione verticale. Con le Clarisse, invece, ho trovato questa semplicità, questa vita essenziale e concreta che mi ha molto colpita”.

A una ragazza di 25 anni di oggi cos’ha da dire la clausura secondo la Regola francescana che lei ha scelto?
“Molto perché insegna a cercare ciò che è veramente vero ed essenziale. Alla fine penso che ciò che muove davvero è ciò che ha mosso anche me: la consapevolezza che molte delle cose che la vita propone possono illudere, ingannare, e alla fine deludere. C’è qualcosa di più vero da cercare, qualcosa da scoprire. Qui in monastero la vita si riduce al Vangelo, alle relazioni fraterne, alla semplicità. Oggi i giovani hanno migliaia di contatti digitali, ma spesso non sono amicizie vere; nella comunità, invece, le relazioni sono poche, ma profonde, e si vive un vero senso di famiglia”.

Le novizie che ci sono oggi in monastero che esperienze hanno?
“Oggi entrano principalmente giovani o laureate, o comunque con un titolo di studio superiore. Tre di loro hanno già una laurea. In generale, le nuove vocazioni tendono ad arrivare un po’ più avanti rispetto ai miei tempi. Io stessa sono entrata a 27 anni, ed era considerata una vocazione adulta. Oggi invece è più comune che entrino trentenni che hanno concluso gli studi, fatto una piccola esperienza lavorativa, vissuto qualche anno di fidanzamento, e attraverso il percorso della vita sperimentano un senso di soddisfazione che apre alla chiamata. Spesso è proprio questa esperienza concreta a far emergere il segno di una vocazione”.

C’è qualche storia di vocazione che l’ha colpita?
“Quelle simili alla mia: persone che, dopo anni di lontananza dalla Chiesa e dalla fede, vivono una conversione e subito dopo avvertono la chiamata. Devo però dire che chi ha fatto così “in fretta” sono stata soprattutto io. Oggi il percorso di discernimento è più lungo e accurato rispetto ai miei tempi. Le novizie provengono da esperienze diverse, e non c’è una storia singola che mi venga in mente in questo momento”.

La resistenza delle famiglie c’è ancora?
“Sì. Ci sono state ragazze che, di fronte a resistenze familiari significative, hanno dovuto lasciare la casa per poter rispondere alla chiamata. Sono situazioni limite, perché normalmente si cerca di vivere il percorso insieme alla famiglia, per far sì che tutti comprendano e accolgano il cammino gradualmente e senza fretta. Ma in alcuni casi concreti, prendere la valigia e partire è stato l’unico modo per aprire un dialogo e seguire la vocazione. Sono pochi casi, e oggi, grazie a Dio, succede molto più raramente”.

Se potesse per un giorno fare qualcosa della vita “di prima”?
“In questo momento storico direi che starei più vicina a mia mamma, che avrebbe bisogno di me. Ha già due badanti fisse, ma io potrei offrirle il supporto di una figlia, un aiuto che va oltre l’assistenza professionale. E poi mi piacerebbe semplicemente stare con gli amici, poterli vedere con più libertà e naturalezza. Sto riscoprendo, soprattutto ora, il valore delle amicizie di un tempo: persone che forse non hanno seguito un percorso di fede particolare, ma che restano preziose. E, in fondo, posso godere di tutto questo anche da qui, perché vengono spesso trovarmi e il legame resta vivo”.

Com’è cambiata la clausura negli ultimi anni?
“Sicuramente oggi c’è più apertura e anche una possibilità più ampia di essere raggiunte. Anche le abbadesse hanno maggiore autonomia nel discernere le uscite delle monache, cosa che un tempo spettava solo al vescovo. È una libertà preziosa, ma anche una sfida: bisogna saperla vivere senza smarrire ciò che rende unica la vita contemplativa”.

Cos’è il peccato?
“Un allontanamento da Dio. È un eccesso di autonomia, una gestione sbagliata della libertà che il Signore ci lascia: a volte ci allontaniamo senza nemmeno rendercene conto, scegliendo la nostra strada invece di quella che Lui ci indica”.

Se dovesse spiegare cos’è la preghiera a chi di solito non prega mai, o non l’ha mai fatto, cosa gli direbbe?
“Il primo passo della preghiera è entrare dentro sé stessi: toccare la propria interiorità, capire cosa ci abita, dare un nome ai sentimenti, anche a quelli confusi o dolorosi. Solo così possiamo presentarli a Dio e aprire il dialogo. Poi, occorre mettersi in ascolto di ciò che Lui risponde, magari attraverso mediazioni: qualcuno che ci aiuti a comprendere le risposte, a cominciare dalla Sacra Scrittura, che è il modo principale con cui Dio parla. La preghiera personale è questo: dire a Dio ciò che è dentro di noi e restare in ascolto, con semplicità. Non serve avere grandi parole o tecniche particolari, serve un cuore che si apre e si affida”.

Dov’è Dio oggi?
“Dappertutto. Entrando dentro sé stessi, lo si può incontrare. Ci segue in ogni passo del cammino, nelle cose grandi e in quelle più semplici. Come diceva la scrittrice e mistica francese Madeleine Delbrêl: ‘Se Dio è dappertutto, perché io sono così spesso altrove?’. È proprio così: non lo incontriamo perché non lo cerchiamo con le categorie giuste”.

Nel deserto delle vocazioni religiose che è l’Europa di oggi la clausura, invece, è molto attraente e persino in ripresa. La sorprende?
“Per nulla. Capisco profondamente chi sceglie questa via, perché è spesso una conseguenza dello smarrimento che molti giovani percepiscono. Nel ‘900, molte ragazze si dedicavano a opere di servizio sociale o apostolato, che oggi lo Stato garantisce con professionalità, come nel caso di infermiere o operatrici sociali. Così, chi sente il desiderio di donare la vita al Signore non deve più necessariamente passare da questi percorsi, ma cerca una risposta altrettanto radicale e profonda e la clausura può offrirla. Ma queste sono spiegazioni più antropologiche o sociologiche. C’è dell’altro”.

Cosa?
“A livello più spirituale, la motivazione principale è che il Signore ha bisogno di preghiera. È Lui a chiamare, e chi risponde entra in una missione vitale per il mondo. Chi abbraccia la clausura sa bene che pregare è davvero la risposta a ciò che il mondo vive”.

La preghiera regge il mondo?
“Giorgio La Pira diceva che le sorti del mondo si decidono nei monasteri di clausura. Il problema è che nessuno lo sa”.

Qual è il pensiero che fa la sera prima di dormire?
“Penso alle anime dei defunti, ai miei cari che sono in cielo. Li saluto nella preghiera, perché mi sembra doveroso e bello poterli raggiungere in questo modo”.

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