Dopo il fortunato esordio con il romanzo “The Book of Love”, la scrittrice americana Kelly Link torna con “Gatta bianca, cane nero”, una raccolta di fiabe profondamente rielaborate in chiave contemporanea, che superano, negano o ribaltano la funzione per cui erano nate, confrontandosi con le derive del viaggio dell’eroe, gli aspetti meno salvifici del desiderio e la precarietà del nostro tempo…
Nel panorama sempre più affollato dei retelling contemporanei, si potrebbe pensare che la fiaba sia tra i generi a cui si attinge più spesso per via della sua vasta costellazione di archetipi, in grado di farci riflettere sulle storture delle società di oggi e, in parallelo, su tante contraddizioni universali.
In parte sicuramente è così, ma sarebbe riduttivo credere che le antiche fiabe popolari facciano solo da contenitore alle più disparate variazioni su un tema, quando a renderle davvero affascinanti e vive è la loro capacità di generare significati sempre nuovi ogni volta che le riportiamo al presente, superando, negando o ribaltando di volta in volta la funzione per cui erano nate.
E, se c’è una raccolta di fiabe rivisitate appena arrivata sugli scaffali che fa di questo tentativo sovversivo il suo tratto peculiare, è Gatta bianca, cane nero di Kelly Link, tradotta da Claudia Durastanti per Mercurio e illustrata dall’acclamato artista australiano Shaun Tan, che già dalle prime pagine si discosta non solo da certi schemi tradizionali, ma anche dalle rielaborazioni attualizzanti a cui potrebbe ricorrere con più facilità.
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Gatta bianca, cane nero: oltre il solito viaggio dell’eroe

Le sette lunghe storie di Gatta bianca, cane nero rigettano infatti l’idea di un viaggio dell’eroe impeccabile e trasformativo, proponendoci un ventaglio di esperienze più picaresche e zigzaganti, che oltretutto possono contare sul piglio sardonico e irriverente della loro autrice.
Libraia, editor, editrice e pluripremiata scrittrice di racconti fantasy, horror e di fantascienza, della quale Mercurio aveva già portato in Italia il romanzo The Book of Love (tradotto sempre da Durastanti, e che avevamo recensito qui), nonché finalista al Pulitzer nel 2016, Kelly Link (Miami, 1969) vede del resto, nelle fiabe, non tanto un patrimonio da preservare e svecchiare con deferenza, quanto un materiale narrativo riproposto troppo spesso e ormai consunto, i cui dispositivi vanno quindi forzati dall’inizio alla fine.

Kelly Link (nella foto di Adrianne Mathiowetz)
Ecco perché I musicanti di Brema diventano una compagnia di attori itineranti “che faceva su e giù tra Filadelfia e Hot Springs, nell’Arkansas, per comprare e vendere cimeli di famiglia, inscenare esibizioni teatrali, recapitare lettere e notizie”, fra insulina, veglie funebri ed erba, in un contesto saturo di relazioni, sogni e fallimenti che non può più parlarci di altruismo, riscatto e comunità, ma solo della precarietà di una convivenza casuale, egoriferita e deformante.
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A est del sole, a ovest della luna, invece, si incentra qui sulla storia d’amore di una coppia omosessuale di New York, ostacolata da un nefasto incantesimo della Regina dell’Inferno. Peccato che non esistano sentieri ed escamotage abbastanza efficaci da poter scongiurare, più che la minaccia di un’antagonista in carne e ossa, quella dello scorrere del tempo, che troppo presto porterà comunque uno dei due a fare i conti con la morte dell’altro.
In questo caso la struttura della fiaba norvegese – ispirata alla favola di Amore e Psiche – resta dunque intatta, anche se il suo scioglimento non può sfociare in un happy ending duraturo e dovrà limitarsi a ritardare il più possibile l’inevitabile.
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E ancora più radicale è la reinterpretazione di Hänsel e Gretel, che in Gatta bianca, cane nero diventano due entità simbiotiche e tecnologicamente avanzate, abbandonate dai genitori in una Casa connessa a una base spaziale.
In una cornice straziante, poetica e scrupolosamente distopica, l’evoluzione-emancipazione dei protagonisti non passa più dalla sconfitta di una strega cannibale, ma dalla distruzione delle loro parti più vulnerabili, mentre viene smembrata pezzo dopo pezzo l’idea di una famiglia nucleare forse protettiva, sì, eppure al tempo stesso disumana, infestante e colonizzatrice.
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Se desiderare non salva…
Rifiutandosi di stabilire un contatto con una matrice orale perduta, o di aggiornarla moralmente e politicamente, le fiabe di Gatta bianca, cane nero finiscono per mettere in crisi le trame fondative della nostra cultura, una volta capaci di dare forma al caos e oggi sempre meno in grado di sostenere il peso del mondo che cercano di descrivere.
Non sorprende, di conseguenza, che a tenerle insieme sia sempre lo stesso leitmotiv: il desiderio come forza ambigua e mai redentrice, che anziché guidare i personaggi verso un epilogo edificante li spinge con le spalle al muro, obbligandoli a trasformazioni repentine, sproporzionate e fatali.
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Lo vediamo in una versione della fiaba La gatta bianca che porta al parossismo la paura d’invecchiare dell’Occidente, accettabile solo se ci illudiamo che oltre al nostro spirito possa rinnovarsi con un colpo secco pure il nostro corpo; nella rilettura insieme cruda e dolce della ballata scozzese di Tam Lin, in cui l’inquietudine della notte di Halloween viene soppiantata da quella del Natale da passare in famiglia; e nell’audace adattamento de Il ragazzo senza paura, che in chiave lesbica e poliamorosa evidenzia quanto gli imprevisti della vita possano farci perdere di vista la nostra identità.

Una delle illustrazioni di Shaun Tan contenute in Gatta bianca, cane nero
Un discorso a parte merita infine Il velo di Skinder, ultimo e più riuscito racconto della raccolta, che stravolge e moltiplica le metafore alla base di Biancaneve e Rosarossa.
Riassumerne il contenuto sarebbe impossibile e forse ingiusto, trattandosi di una storia costruita su un perfetto bilanciamento di suspense e disvelamenti fantastici, ma possiamo comunque osservare come – nella vertiginosa mise en abyme del suo intreccio – confluiscano le suggestioni di tre voci del calibro di Angela Carter, Margaret Atwood e Samanta Schweblin, benché l’unica visione della letteratura che poi emerge davvero sia quella sincretica, brillante e terribile di Kelly Link.
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Una visione di sconfinamento, che tiene un piede nel realismo magico e l’altro nel gothic weird, mentre decine di altri piedi tentacolari si insinuano nei territori meno prevedibili della (sci-)fiction.
Pastosa, ammaliante e duttile, la scrittura dell’autrice non si focalizza infatti su botole magiche o altre furbe scorciatoie di genere, e ci chiede di essere decriptata un paragrafo alla volta – senza lasciarci prevedere in che modo si allontaneranno dal seminato i racconti che stiamo leggendo, per quale errore di calcolo o per quale atto di immaginazione malriposta.
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[…] per quel che mi riguarda, non so cosa sia questa storia. È una commedia o una tragedia? Ora che l’ho scritta, non riesco a vederne ancora la forma. E non c’è dubbio che abbia sbagliato molti dettagli […]. Ma tirerò le somme e metterò questa storia in una busta […]. Forse qualcuno che non dovrebbe leggere questa lettera la leggerà, proprio come un tempo io ho letto le lettere di Meredith e quelle di altri uomini e donne. Ma non ci spero. Non spero, eppure spero ancora, e non so neanche in cosa spero.
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.
Fotografia header: Kelly Link (nella foto di Adrianne Mathiowetz)