In “Una collezione di assenze”, la scrittrice brasiliana Aline Bei parte da una storia generazionale al femminile per indagare sulla questione delle assenze. Nel corso del libro viene fuori come le donne, in mancanza di termini adatti a nominare le cose – in un mondo dove il vocabolario è funzionale al dominio maschile – non riescano a tramandare alle loro discendenti cosa accade ai loro corpi durante le varie fasi della vita. E così il silenzio diventa l’unica lingua…

Nel nuovo romanzo della scrittrice brasiliana Aline Bei si parla di madri e figlie, un arcano indagato spesso nella letteratura, eppure mai portato a compimento.

Siamo in Brasile, in un tempo che sembra sospeso dalla Storia.

Una delicata collezione di assenze (traduzione di Marta Silvetti) si apre con Margarida che abbandona la casa materna ancora giovanissima, in cerca di una vita tutta sua. Per talento o per fortuna la ragazza si trova a lavorare in un circo come assistente del mago Oberon, che vorrebbe fare di lei la sua amante.

Ma Margarida ha un altro amore: il pagliaccio la conquista e Oberon, scornato, la allontana dal circo dopo aver tentato di sedurla, per l’ennesima volta.

Una delicata collezione di assenze Aline Bei

A Margarida non resta che tornare a casa, nella città di Belva. È sola ed è incinta e la madre Filipa presto scomparirà dal suo orizzonte, schiacciata dal peso del senso di colpa per aver messo al mondo una genìa di donne senza radici, senza appartenenza, senza un senso religioso della famiglia.

Molti anni dopo troviamo Margarida, ormai nonna, alle prese con il compito tutt’altro che semplice di allevare la nipote Laura, una bimba vivace e curiosa che custodisce troppe domande. Sua figlia Gloria, madre di Laura, le ha abbandonate subito dopo la nascita della piccola.

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A Margarida è rimasto quel talento che aveva visto in lei il suo amato pagliaccio, quello di leggere il destino delle persone tra le linee delle mani. È così che si è guadagnata da vivere, è così che ha potuto garantire una vita dignitosa alla nipote Laura.

Poi, però, tutto cambia, il pagliaccio glielo aveva preannunciato: “La tua vita sarà piena di donne, le amerai tutte di un amore folle, non sempre ricambieranno“.

E un giorno, infatti, torna a vivere con lei l’anziana madre Filipa, bisnonna di Laura, abbandonata ed estromessa dalla casa parrocchiale dove aveva scelto di vivere, per espiare i peccati della sua schiatta.

Filipa aveva consacrato la sua vita a Dio, un amore tutto sommato più semplice rispetto a quello terreno, perché non prevede reciprocità o connessione emotiva, e nemmeno il rispetto che si deve ai vivi, anche quando fanno scelte diverse da quelle che ciascuno di noi considera moralmente accettabili.

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Dopo il ritorno della bisnonna in casa si innesca quindi una spirale di silenzi. Tre generazioni di donne sotto lo stesso tetto condividono una quotidianità che però non le aiuta a chiarire né il passato né il futuro, ed è qui che troviamo la riflessione più profonda che Aline Bei voleva forse esprimere in questo romanzo.

Un libro scritto come una pièce teatrale

Scritto come una pièce teatrale, senza maiuscole, quasi senza pause, e alternando i punti di vista delle due protagoniste (Margarida e Laura), Una delicata collezione di assenze deve molto di certo alla letteratura ispanoamericana.

Il realismo magico, il fatalismo, la Storia che si infila nelle cucine, negli spazi privati, là dove le donne sono state confinate per secoli, testimoni di un percorso che ha sempre avuto, secondo loro, nelle sorti della collettività l’inizio, il culmine e la fine. Non ci sono eroine nella storia delle donne, tutte hanno avuto il medesimo destino.

Perché accade questo? Sembra chiederci l’autrice. Le risposte possono essere molteplici, ma qui la scrittrice brasiliana ne inquadra due.

Prima di tutto le donne non sanno nominare le cose, non sanno, per esempio, nominare cosa accade ai loro corpi, nella trasmutazione dall’infanzia all’adolescenza, e poi nella maternità, e poi nella menopausa, nel corpo che si riposa anche quando gli si chiede (ancora) di lavorare per gli altri. Non lo sanno perché tutto il loro vocabolario, e il loro intendersi nel mondo, è stato ed è funzionale al dominio maschile.

Un’assenza di parole…

C’è anche un secondo livello di comprensione di questo testo: non sapendo nominare la loro storia, le donne non sanno trasmetterla alle generazioni successive.

Questa collezione di assenze è quindi alla fine un’assenza di parole.

Il dolore era grande, e il silenzio è la lingua materna”, scrive a un certo punto Aline Bei.

Non c’è verità più grande. Non sapendo cosa ci accade, non possiamo fornire alle donne che vengono dopo di noi codici di significato per interpretare la realtà: perché la libertà può non essere considerata una devianza; cos’è il mestruo, cosa sono la solitudine, il sesso, il desiderio femminile, il silenzio intorno a questo argomento; perché solo a noi sia stata chiesta continenza; e poi ancora la maternità, la vita altra da te che è insieme meraviglia e terrore, amore e perdita di ogni dominio sul nostro corpo, e se infine la solitudine possa essere evitata.

Esistenze funamboliche, lontane dall’essere comprese, ma che proprio per questo non bisogna smettere di indagare.

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Fotografia header: Aline Bei nella foto di Isa Arruda

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