“Ho paura torero” è l’unico romanzo del cileno Pedro Lemebel (1952-2015), attivista per i movimenti queer: un libro – scritto con una lingua barocca, frizzante ed esuberante – che si muove sul doppio binario di una storia d’amore queer – quella tra La fata dell’angolo e Carlos – e la dittatura di Pinochet. L’autore racconta il mondo sotterraneo dei “travestiti”
C’era una volta una fata, un torero e una dittatura. E poi una rana regina dei maricones, una soffitta clandestina, pizzi, cappelli a falda larga e il sangue, e le urla delle madri dei desaparecidos, e la lotta armata, i sotterfugi, le frasi in codice, le fucilazioni, e la morte, tanta morte.
Queste sono solo alcune delle immagini che saltano fuori da Ho paura torero dello scrittore cileno Pedro Lemabel (1952-2015), recentemente ripubblicato da Feltrinelli Gramma con la pregevole traduzione di M. L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi, che restituiscono il ritmo e la cadenza dello spagnolo cileno.

Un libro, questo, che parla di dittatura ma anche di amore, di sesso, di cultura queer e del mondo sotterraneo dei “travestiti”, in un miscuglio barocco e colorato che trascina chi legge, in appena duecento pagine, in una storia d’amore indimenticabile, sussurrata all’orecchio da Lei, La fata dell’angolo, una protagonista da fiaba dolce e malinconica, un personaggio che sembra voler quasi violare il vincolo delle righe stampate per uscire fuori a farti compagnia per giornata intere, lì al tuo fianco, sarcastica e pungente, ma anche incredibilmente fragile.
“Non è che da piccolo mi piacesse giocare con le bambole: io volevo essere la bambola”
Ho paura torero esce in Cile nel 2001 firmato da una figura di spicco nella comunità omosessuale locale: parliamo di Pedro Lemebel, autore, saggista, speaker radiofonico, insegnante e, soprattutto, attivista per i movimenti queer e fervente oppositore della dittatura di Pinochet.
Lemebel, che “non ha bisogno di scrivere poesie per essere il miglior poeta della mia generazione” – così diceva di lui Roberto Bolaño – durante gli anni ’70 e ’80 si fece portavoce dei movimenti di liberazione sessuale: nel 1987 fonderà, insieme al poeta e artista Francisco Casas, il collettivo Yeguas del Apocalipsis (Le cavalle dell’Apocalisse), impegnato in manifestazioni e performance libere e provocatorie che portavano in scena un’alternativa alle pratiche artistiche affermate nel Paese.
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Ho paura torero è l’unico romanzo dello scrittore che, venuto a mancare nel gennaio del 2025, ha lasciato un’ampia produzione, tra racconti, pensieri e riflessioni, alcune delle quali provenienti dal suo programma radiofonico Cancionero, in cui l’autore parlava apertamente contro la dittatura, ma non solo, contenute in Di perle e cicatrici (2019, Edicola Ediciones, nella traduzione di Silvia Falorni).

Un’immagine dallo spettacolo teatrale Ho paura torero (© Masiar Pasquali – fonte Piccolo Teatro), con la regia di Claudio Longhi e Lino Guanciale sul palco
“Questo libro nasce da venti pagine scritte alla fine degli anni Ottanta, rimaste a lungo confuse tra ventagli, calze di pizzo e cosmetici che hanno macchiato di rosso la calligrafia romanzesca delle loro parole”
Il romanzo si apre nella primavera dell’’86 a Santiago del Cile: la città, in piena dittatura, è assediata dai copertoni fumanti, dai pattugliamenti, dai “fermo lì, stronzo, gli spari e le corse a perdifiato, come nacchere di metallo che frantumavano le notti di feltro”.
Non lontano dagli scontri, in una casetta malandata, vive La Fata dell’angolo, un travesti con un passato da sex worker che trascorre le sue giornate a ricamare elaborate tovaglie per ricche signore cilene, comprese anche alcune mogli di generali.
La Fata sembra portare alla mente la tradizione napoletana dei “femminielli” (almeno per quanto riguarda il pubblico italiano), tanto da richiamare figure come quelle dell’opera teatrale La gatta Cenerentola di Roberto De Simone, oppure il personaggio di Rosalinda Sprint: il “femminiello” di Scende giù per Toledo, che per certi versi ricorda tanto la protagonista.

L’opera teatrale La gatta Cenerentola di Roberto De Simone si ispira alla favola omonima di Gianbattista Basile. Nella versione di De Simone diversi personaggi sono dei femminielli, in scena con episodi come Il rosario dei femmenèlli e Il suicidio del femmenèllo
Assieme a lei facciamo presto la conoscenza di Carlos, un giovane “studente” che le chiede la cortesia di ospitare i suoi “compagni di studio” nella sua soffitta e di conservare in casa diverse casse piene di “libri” e altri oggetti decisamente sospetti. Carlos è un sovversivo, non c’è dubbio. Eppure la Fata accoglie bonaria le sue bugie, completamente accecata da una passione esuberante e gioiosa.
Sono tanti i passaggi in cui la protagonista sottolinea l’impossibilità del loro amore, la probabile differenza di orientamento sessuale e quella di età… ma, nonostante tutto, non riesce a fare a meno di lanciarsi a capofitto in quest’innamoramento così appassionato e tenero.
Carlos, dal canto suo, non sembra fare nulla per tenere lontano l’evidente interesse della Fata: è gentile, brillante, misterioso e accerchiato da segreti. Sì perché se nella casa della Fata si consuma una passione tacita, fatta di sguardi desiderosi, di parole abbozzate e allusioni pronunciate a mezza bocca, fuori imperversa la dittatura, la guerriglia dei sovversivi che si scagliano contro i militari di Pinochet, gli stessi sovversivi che si riuniscono nella soffitta della casa sgangherata, disseminata di armi…
Tutto il romanzo sembra dividersi su questo doppio binario di amore e guerra, di passione e violenza. La radio sembra farsi portavoce di queste due realtà, passando dalle notizie degli scontri in piazza alle canzoni di Violeta Flores (una delle quali dà anche il nome al romanzo, Tengo miedo torero).
Doppi sono anche i capitoli, che alternano la prima persona della Fata – in un monologo personalissimo, fatto di sogni a occhi aperti, ricordi di una gioventù ormai passata e profonda tristezza per una Santiago completamente martoriata – alla prima persona di Augusto Pinochet – descritto come un dittatore piccolo e paranoico, assillato da una first lady totalmente distaccata dalla realtà, che arriva a sostenere che “la gente non è scontenta di te o del tuo governo […] la colpa è del grigio delle uniformi, così deprimente, troppo sobrio, spento, difficile da abbinare”.
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E infine il concetto di doppio traspare anche nella lingua: una lingua barocca, frizzante, esuberante, soprattutto – verrebbe a dire – nei momenti più difficili del romanzo, quando la miseria che dilaga per le strade della capitale schizza fuori dalle pagine, attraverso il racconto crudo e preciso della Fata; ma anche nei passi più poetici ed erotici:
“Come se il pedale di quella lingua mancina si fosse incantato su quel nome, chiamandolo, lambendolo, assaporando quelle sillabe, masticandole, riempiendola tutta di quel Carlos così profondo, di quel nome così ampio da lasciarla senza fiato, rannicchiata tra la ‘C’ e la ‘a’ di quel Carlos che illuminava con la sua presenza tutta la casa”
È difficile scrollarsi di dosso il personaggio della Fata dell’angolo. Sarà forse perché leggendone i pensieri sembra di sentirne quasi l’eco dei sussurri nelle orecchie: il suo desiderio, quest’innamoramento così primitivo e allo stesso tempo così infantile, che pare restituirle una realtà edulcorata, in cui Carlos, Carlos studente/Carlos sovversivo, potrà essere per sempre suo.
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Fotografia header: Pedro Lemebel nella foto di Basso Cannarsa