Un’atmosfera quasi da “Twin Peaks”, e un meccanismo da thriller. Un romanzo politico e dagli echi filosofici che, però, sceglie consapevolmente di non dare una risposta. Una lingua a tratti visionaria e a tratti brutalmente reale. “La peggior specie” di Maurizio Torchio è un libro sulla dimensione della sofferenza che coinvolge ogni essere vivente, e si articola in una catena di dominio e sfruttamento in cui sembra difficile, forse impossibile, trovare un senso e un modo giusto di vivere

L’impressione che lascia La peggior specie, il nuovo romanzo di Maurizio Torchio edito da Sellerio, è quella di ruotare intorno a un nucleo muto, impenetrabile, che si mostra continuamente senza mai poter trovare una spiegazione ultima o una ragione. Questo nucleo è il dolore, la sofferenza nella sua accezione più fisica, più concreta e per questo difficilissima da pensare o da dire.

Si può solo vederla, ma anche questo non la libera da un fondo di opacità silente e quasi incomprensibile. Non è un caso che il motore scatenante della narrazione sia un video esibito in un programma tv: lo shock visivo dei maltrattamenti e delle crudeltà inferte ai maiali nello stabilimento di uno dei più grandi mattatoi del Piemonte, la RonCarni, un tipico esempio di azienda di media grandezza, ma a conduzione ancora familiare, che innerva l’apparato produttivo italiano. Quel video è stato girato all’insaputa dell’azienda e scatena un’ondata di indignazione, perché gli animali vengono picchiati e sbeffeggiati, con un sadismo di cui solo l’uomo può essere capace. È davvero l’uomo la peggior specie?

copertina di La peggior specie

È davvero l’uomo la peggior specie?

Non se lo chiede, almeno all’inizio, lo specialista che Stefano Ronchi, proprietario della RonCarni, assume per sistemare le cose.

L’uomo deve salire nelle Langhe con un compito preciso: trovare chi ha girato e fatto uscire quel video – il traditore – e fermare e screditare le proteste delle organizzazioni animaliste che ora assediano la RonCarni e i paesini intorno, quei borghi così caratteristici che ora stanno riconvertendo la loro economia nella vendita di prodotti dal marchio di autenticità, che possano essere definiti “esperienze” (“Nessuno può permettersi di essere burbero, in queste campagne, incontrare contadini gentili è parte dell’esperienza”).

C’è un’atmosfera quasi da Twin Peaks in questo romanzo, nello straniamento continuo che propone e che contagia anche il protagonista la cui indifferenza si muta pian piano in inquietudine mentre si immerge nella quotidianità della produzione industriale di carne e contemporaneamente ascolta le ragioni della protesta animalista. E in generale il suo viaggio lo porterà a scoprire una realtà di dolore, umano o animale, cui sembra difficile provare a dare un significato.

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Un’atmosfera quasi da Twin Peaks, e un meccanismo da thriller

Il meccanismo è quello di un thriller: lo specialista dovrà infiltrarsi. Infiltrarsi tra gli animalisti di Animal Testimony – i diffusori del video – e Mutual Liberation, una formazione rivale che sta anch’essa portando avanti una campagna politica. Scoprire la fonte, bloccare la fuga di informazioni, coprire l’azienda.

Ma proprio come in un noir nessuno è innocente, nessuno è al riparo. Mentre gli umani mettono in scena una danza di doppi giochi, menzogne e tradimenti, gli animali di cui si cibano continuano a morire e soffrire. È giusta questa sofferenza? È naturale? C’è un modo giusto di ucciderli, c’è un modo giusto di nutrirsi, due domande che forse equivalgono a una sola: c’è un modo giusto di vivere?

Maurizio Torchio

Una foto dell’autore

La peggior specie è un romanzo politico e dagli echi filosofici che, però, sceglie consapevolmente di non dare una risposta. La sua lingua – a tratti visionaria e a tratti brutalmente reale – dice senza sciogliere nessun enigma. Evoca un malessere, un disagio comune a tutti le creature, alimentato da una catena di produzione e riproduzione che sembra dipanarsi inarrestabile, e forse immodificabile. È difficile prendere le parti di qualcuno, è difficile non empatizzare con tutti. Perché l’ombra grande che questo romanzo lascia stendere sulle teste di tutti gli esservi viventi – di tutti gli animali –  è quella del dominio: il dominio dell’uomo sull’uomo, il dominio dell’uomo sull’animale, il dominio che si fa filiera produttiva ed estrattiva, e processa le carni, tutte le carni.

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Che cosa resta della vita in tutto questo è l’interrogativo muto dal quale scaturisce questo racconto. Lo stabilimento della RonCarni, il luogo da proteggere o violare, un piccolo moloch industriale dietro il quale sta il segreto di una crudeltà che è il vero paesaggio naturale nel quale si muovono tutte le figure grigie, ambigue, che popolano le pagine del romanzo: si muovono senza vederla, quando la vedono ne restano scioccati e faticano a tornare indietro. Ed è proprio con il desiderio utopico, impossibile e al tempo stesso disperatamente vitale di tornare indietro che il romanzo si chiude.

Se si era aperto con un video si chiude con un video, ma proiettato al contrario, cercando senza successo di risalire a un’origine da cui ci si è distaccati, una giustizia perduta. “Il sollievo di vedere il vaso caduto ricomporsi e saltare sul tavolo. Mary Poppins riordinare la stanza dei bambini schioccando le dita. Come se la natura fosse dalla parte delle forme, e non della polvere, non del rumore. L’unico modo sensato di guardare il bombardamento di Dresda, o un qualsiasi mattatoio, è al contrario”.

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