Definito come un grande romanzo americano scritto da un europeo, “Max, Mischa e l’Offensiva del Tet” del norvegese Johan Harstad è un libro monumentale ed enciclopedico. Non è solo una lunga storia d’amore e di amicizia, è una digressione sull’ossessione per il Vietnam e parla, senza stancarsi mai, di Apocalypse Now, Shelley Duvall (ritratta in copertina), teatro, fragilità, o della caduta delle ideologie novecentesche. Alternando dramma familiare e romanzo di formazione (strizzando l’occhio agli scrittori massimalisti), cinismo nordico e malinconia da sogno americano, Harstad esprime lo stato d’animo di una generazione e di un’epoca segnata da grandi eventi storici (in cui il Vietnam è una metafora del disincanto) e racconta, attraverso la parabola dei personaggi, del lungo tragitto per la riconciliazione, dei conflitti insanabili, delle gioie e dei dolori dell’essere continuamente alla ricerca del proprio posto nel mondo…

Tra i “mattonida leggere in estate, arriva per Sellerio la traduzione (a cura di Sara Culeddu e Maria Valeria D’Avino) di Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, il romanzo monstre (oltre 1200 pagine) dello scrittore norvegese Johan Harstad.

Un grande romanzo americano, scritto da un europeo

Già autore di Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?, uno dei titoli storici e tra i più iconici del catalogo Iperborea (pubblicato nel 2008), Harstad è una voce poliedrica della letteratura nordica, versatile nella scrittura di drammi teatrali, nella musica, nelle arti visive e impegnato anche nel graphic design dei suoi stessi libri (come ha raccontato in un’intervista del 2018 a Literary Hub).

Ambientato in una brulicante New York in costante evoluzione artistica, Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, pubblicato in Norvegia nel 2015, è stato definito dalla stampa estera come un grande romanzo americano scritto da un europeo, così come, ad esempio, Europe Central di William T. Vollmann è considerato un grande romanzo europeo scritto da un americano.

copertina del libro "Max, Mischa e l'offensiva del Tet" di Johan Harstad

Se in Buzz Aldrin la ricerca identitaria del protagonista si concretizzava nell’isolamento sociale nelle Isole Faroe, nel romanzo-mondo che è Max, Mischa e l’Offensiva del Tet la ricerca si sposta altrove e il mondo sono gli Stati Uniti, visti come terra promessa, il paese delle opportunità, un luogo dell’anima dove poter vivere senza mai dover mettere le radici, perché “l’America è il paese dei senza casa”.

Tra dramma familiare e romanzo di formazione

La scrittura di Harstad accompagna il lettore dalla periferia norvegese di Stavanger alle villette piccolo-borghesi di Long Island, attraversa i decenni di vita di Max Hansen, da ragazzino immigrato a regista teatrale di successo, segue lo sgretolamento del matrimonio e degli ideali dei genitori (da attivisti in patria, membri del partito comunista, a persone comuni, conquistate dal benessere americano), alternando dramma familiare e romanzo di formazione.

Accanto al protagonista seguiamo le vicende strettamente connesse dell’artista canadese dal nome russo, Mischa, di Mordecai, talentuoso attore di origini ebraiche, e dello zio Owen, musicista, veterano del Vietnam, volontario a Ground Zero, un’anima tormentata che fa da baricentro emotivo dei sogni e della ricerca esistenziale dei tre ragazzi.

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Se Long Island somiglia al Vietnam

Non solo una lunga storia d’amore e di amicizia, o romanzo sul potere trasformativo dell’arte, il libro di Harstad è anche una digressione sull’ossessione per il Vietnam e parla, senza stancarsi mai, di Apocalypse Now, di Shelley Duvall (ritratta in copertina), di teatro, di recitazione, e della fragilità, o della caduta delle ideologie novecentesche.

Che ne è stato di te, Buzz Aldrin

Un’opera monumentale ed enciclopedica, senza la pretesa postmoderna di rappresentare la totalità

Attraverso una prosa fluida e magnetica che strizza l’occhio a scrittori massimalisti come Thomas Pynchon e David Foster Wallace, ma anche ai classici realisti dall’ampio respiro (catturando ogni dettaglio della vita quotidiana), il romanzo, narrato in chiave intima e nostalgica, aspira a essere un’opera monumentale ed enciclopedica (abbonda di digressioni e nozioni sul teatro d’avanguardia, le tecniche della pittura espressionista, Rothko, la discografia jazz, il marxismo, le fasi dettagliate della guerra del Vietnam, le conseguenze sociali del boom petrolifero nel Mare del Nord, le controculture newyorkesi, dai beatnik ai Figli dei fiori, solo per dirne alcune…), senza avere la pretesa postmoderna di rappresentare la totalità della realtà.

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L’operazione letteraria massimalista di Harstad è piuttosto dettata da una motivazione puramente emotiva, una passione genuina, ma non cerebrale, per la scrittura come atto creativo, un istinto urgente di sopravvivenza: “Ecco perché scrivo queste pagine. Prima che finiamo di scomparire gli uni per gli altri, trasformandoci in persone diverse, prive dei legami che un tempo ci univano”.

Harstad è capace di passare dal cinismo nordico (esemplificativo l’incipit: “Il giorno inizia. E non ci puoi fare niente”) al registro malinconico, quasi fitzgeraldiano, mentre descrive la neve che scende su Long Island, un’evocazione nostalgica che esprime il senso di sradicamento e di meraviglia per la vita che scorre via.

Una generazione in bilico tra passato e futuro

Max, Mischa e l’Offensiva del Tet parla soprattutto a una generazione in bilico tra passato e futuro, tra analogico e digitale, tra Generazione X e Millennial, e a un’epoca segnata da grandi eventi storici, dallo sbarco sulla Luna alle Torri Gemelle, in mezzo il Vietnam come metafora del disincanto, e la ricerca di nuove forme di spiritualità come strumenti per colmare il vuoto interiore.

La storia di Max, insieme alla parabola dei genitori, dello zio Owen, di Mischa e di Mordecai è in definitiva una storia di amore, di amicizia e di ossessione, per i traumi passati e per quelli ancora da affrontare, per i progetti in divenire, per le sfide che ci capitano all’improvviso e racconta del lungo tragitto per la riconciliazione, dei conflitti insanabili, delle gioie e dei dolori dell’essere continuamente alla ricerca del proprio posto del mondo.

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