Conosciamo davvero le persone a noi più vicine? Come spiega in questa riflessione la scrittrice Laura Pariani, il filo rosso che lega i libri finalisti del Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane 2026 è dato dai segreti di famiglia. A contendersi la vittoria finale, autrici e autori come Julia Deck, Mathias Enard, Andrew Miller, Andrew e Clara Usón. Sabato 17 ottobre l’appuntamento conclusivo – I particolari

Il filo rosso dei libri finalisti del Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane 2026 è dato dai segreti di famiglia. E la domanda che ci segue nella lettura è: conosciamo davvero le persone a noi più vicine?

Conosciamo davvero le persone a noi più vicine?

Se lo chiede Julia Deck in Ann d’Inghilterra (Adelphi, traduzione di Yasmina Melaouah), indagando sulla storia della famiglia materna inglese, dove l’autrice sospetta ci sia qualcosa di mai apertamente raccontato. “La passione di Ann per le storie di figli illegittimi ha acuito il mio smarrimento”. Il punto di partenza – “lo schiaffo della realtà” – è il momento drammatico in cui Julia ritrova sul pavimento la madre colpita da un ictus. Salvata in extremis, Ann resta in parte paralizzata e per la figlia inizia il complicato iter di seguirla nelle cure riabilitative durante la pandemia del Covid.

copertina di Ann d'Inghilterra di Julia Deck

La malattia o la morte di un genitore è qualcosa a cui non si è mai davvero preparati, e in Julia mette in moto – attraverso archivi, diari e album di fotografie – la propria ricerca della verità sul passato di Ann: nata negli anni ’30 nell’Inghilterra operaia, capace di sfuggire al suo destino attraverso l’amore per la letteratura, buoni voti e borse di studio, fuggita in Francia cavalcando in pieno l’onda di libertà del periodo tra i ’60 e i ’70, approdata al matrimonio con un coetaneo francese, padre della scrittrice.

Nel libro i tempi del presente di cure si alternano con i salti nel passato, seguendo le tracce della vita “inglese” della madre, “straniera” – “Mia madre viene dall’estero, straniera alla figlia, al marito, agli amici” – nel doppio senso francese del termine, perché oltre che “proveniente da un altro paese” significa anche “sconosciuta. Ma, alla fine della sua lunga indagine, la figlia trova il tanto sospettato segreto? Se si intende la parola “verità” come qualcosa di assoluto – sì o no, bianco o nero – la risposta è negativa. Ma sicuramente Julia scopre un altro modo di leggere la storia di famiglia: “Ho capito che nella parola verità non c’è nulla di oggettivo, non riguarda i fatti in sé, piuttosto un adattamento che ti permette di affrontare la realtà relazionandoti con le persone vicine”.

Premio Lattes Grinzane 2026

In Disertare (e/o, traduzione di Yasmina Melaouah) di Mathias Énard la voce narrante è quella di Irina che racconta un convegno organizzato in memoria di suo padre, Paul Heudeber, un geniale matematico tedesco che fu capace di risvegliare l’interesse per la matematica nei suoi compagni prigionieri nel campo di concentramento di Buchenwald. Nello spazio ristretto di un battello sulla Sprea, nei dintorni di Berlino, gli interventi dei convegnisti rinfocolano in Irina alcune domande sui propri genitori: perché il padre è rimasto fedele alla Germania dell’Est nonostante il crollo del comunismo? e perché l’amatissima moglie  Maya ha scelto di abbandonare la figlia e tutto ciò in cui aveva creduto, per vivere all’Ovest e diventare un personaggio di rilievo in campo politico?

Che giudizio bisogna dare se tradire significa salvare qualcuno, se abbandonare significa fare il bene di chi amiamo?

La tensione di Irina cresce mentre la televisione trasmette ininterrottamente la tragedia dell’11 settembre 2001: le immagini delle torri gemelle che implodono nel fumo la obbligano a ripensarsi in profondità: che giudizio bisogna dare se tradire significa salvare qualcuno, se abbandonare significa fare il bene di chi amiamo?

copertina di Disertare di Mathias Enard

Avevo voglia di scendere dalla nave, di sciogliere le sue enormi cime, di spingere con il piede la prua dell’imbarcazione e di guardarla andare alla deriva, verso Potsdam, poi verso il Brandeburgo, raggiungere l’Elba e scomparire nel mare, come Paul, come una barca funeraria caricata di ricordi perché se li portasse via”.

Anche in questo libro la vicenda di Irina si alterna con la storia di un anonimo soldato lacero e sporco, in fuga da una guerra non precisata, in un tempo non detto – ma non sono in fondo uguali tutte le guerre del mondo?… – insieme a una donna rapata, anche lei fuggitiva, in groppa a un asino.

Le due storie si intrecciano a prima vista senza alcun collegamento apparente, ma alla fine chi legge si avvede che tutti i personaggi del romanzo hanno in comune il fatto di aver lasciato, ciascuno a modo suo e in misura diversa, il mondo a cui appartenevano, sperimentando solitudine, sensi di colpa e l’impossibilità di spiegare agli altri che il proprio gesto non è nato dalla vigliaccheria.

Il peso del passato e la difficoltà di comunicare il dolore

Ne La terra d’inverno (NNE, traduzione di Ada Arduini) di Andrew Miller ritroviamo il peso del passato e la difficoltà di comunicare il dolore. Durante un gelido inverno degli anni ’60, si alternano punti di vista di due giovani coppie inglesi che celano parecchie zone d’ombra nelle proprie vite: Eric nasconde una relazione con una donna sposata; Irene, incinta, sente che il marito si allontana ma non osa affronta la situazione; Bill rifiuta di conoscere certi particolari della vita del padre ebreo ungherese – “il clandestino, la spia, il sopravvissuto” – e lo tiene a distanza; Rita nasconde a tutti le voci che sente nella testa, la dipendenza dai farmaci e il discutibile passato da ballerina in un nightclub di Bristol.

copertina di La terra d'inverno diAndrew Miller

Riuscirà forse Rita a sfuggire a una vita bloccata, evadendo nel meraviglioso della fantascienza; non ne sarà invece capace la razionale Irene. E a suggerire che i traumi più gravi non sempre si manifestano in modo evidente è proprio una riproduzione del Ritratto dei coniugi Arnolfini del fiammingo Jan van Eyck, regalo di nozze alla coppia Eric-Irene: apparentemente il ritratto della felicità coniugale. Qui il marito con la sinistra sostiene “morbidamente” la mano della moglie – ma si intravede una gargolla sorridente che allude al passato dell’uomo, probabilmente donnaiolo e adultero – mentre alza la destra “come a zittirla, a zittire tutti”.

In quel quadro c’era qualcosa che lasciava senza fiato, una pausa che durava da centinaia di anni, una domanda, un’attesa, la sensazione che nulla potesse continuare finché lui non avesse abbassato la mano e detto ciò che aveva deciso di dire. A quel punto allora lei avrebbe potuto alzare gli occhi e dire la sua. Sempre che le fosse permesso farlo”.

La vita immaginata (Feltrinelli) di Andrew Porter ha un narratore in prima persona, Steven, che rievoca il momento in cui il padre abbandonò per sempre la famiglia. L’occasione, per indagare su quanto è successo 30 anni prima, nasce dal fatto che Steven attraversa una crisi coniugale e teme di ripetere i fallimenti paterni.  Il padre del protagonista era stato infatti un insegnante di lettere effervescente a cui si prospettava un futuro brillante in un college nel sud della California: carismatico e volubile, citava Proust in francese ma si lamentava anche con veemenza paranoica della gelosia dei colleghi. Quale motivo lo spinse a sparire, abbandonando la moglie e un figlio 12enne?

copertina di La vita immaginata di Andrew Porter

Un romanzo sull’assenza, non solo del padre ma anche di un presente funzionante

Gli attuali colloqui con ex colleghi del padre, amici e parenti si alternano con vecchi ricordi dell’adolescenza di Steven: le feste “trasgressive” in giardino, dove i suoi genitori proiettavano all’aperto vecchi film con “gloriose icone dell’età dell’oro di Hollywood, perfettamente conservate nella loro brillantezza cinematografica, assolutamente belle, come strane divinità di un altro tempo”; l’ossessione con cui il padre proibiva agli altri l’ingresso alla cabana della piscina, “santuario privato di mio padre”, “la sua caverna”; l’impaccio provato quando il padre l’aveva portato a vedere un film di Herzog, non adatto alla comprensione di un 12enne.

Questo è un romanzo sull’assenza, non solo del padre ma anche di un presente funzionante; e, in fondo, un’assenza di sé: “Mi sono sempre sentito come se mi nascondessi in un bunker” confessa Steven,  “come se fossi stato svuotato”. Ma il dare un senso al passato offre al protagonista la possibilità di riflettere sulla propria disfunzione familiare, perché, come diceva Søren Kierkegaard, “la vita va vissuta in avanti, ma si può capire solo all’indietro”.

Il filone della letteratura della memoria

Anche Clara Usón con Le belve (Sellerio) si inserisce nel filone della letteratura della memoria. Punto di partenza è un doppio assassinio del 1985, rimasto irrisolto. Trovare il responsabile della morte del padre e del fratellino è l’obiettivo di Miren, cresciuta in una famiglia segnata da un clima di sospetti e silenzi: il padre era infatti un poliziotto nostalgico del franchismo, coinvolto nella repressione illegale contro i guerriglieri baschi.

Due voci tragiche si alternano nel romanzo. La prima è appunto quella di Miren, intrappolata tra paure domestiche, relazioni sentimentali ambigue, pressioni della comunità. La seconda appartiene a Idoia López Riaño, nota terrorista dell’ETA, soprannominata “la Tigre” per la sua determinazione e ferocia, finita in una strada senza uscita tra narcisismo, radicalizzazione e desiderio di riconoscimento.

copertina di Le belve di Clara Usón

La duplice morte potrebbe essere opera di Idoia, ma poco a poco altre piste sembrano suggerire ipotesi opposte. E alla fine l’indagine di Miren porta a una verità insopportabile, passando per le fasi di negazione, rabbia, negoziazione, depressione, fino alla dolorosa accettazione. Disfare il passato non si può, “al massimo si può accettarlo, conviverci come si vive con una malattia cronica o con un difetto fisico, bisogna portare il fardello con rassegnazione.”

In questi romanzi, tutti incentrati sullo svelamento di un mistero, colpiscono anche le affinità strutturali: 1) i punti di vista alternati; 2) i salti temporali; 3) un procedere narrativo più per accumulo di dettagli che per colpi di scena eclatanti.

Chi cerca le trame serrate, che nei gialli portano alla drammatica soluzione di un caso, sarà deluso, anche se in tutti questi romanzi ci sono svolte finali che sorprendono il lettore. Ma la lentezza del ritmo non è solo una scelta estetica: solo nel lento approfondimento delle situazioni è possibile cogliere la complessità dei rapporti familiari.

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L’AUTRICE – Laura Pariani è nata a Busto Arsizio nel 1951. Dgli anni ’70 si è dedicata alla pittura e al fumetto, dagli anni ’90 soprattutto alla narrativa. Ha esordito nel 1993 con la raccolta di racconti Di corno o d’oro (Sellerio, Premio Grinzane Cavour). Ha poi pubblicato, per Sellerio, Il pettine (1995) e La spada e la luna (1996). Presso Rizzoli sono usciti La perfezione degli elastici (e del cinema) (1997, Premio Selezione Campiello), La signora dei porci (1999, Premio Grinzane Cavour), La foto di Orta (2001, Premio Vittorini), Quando Dio ballava il tango (2002), L’uovo di Gertrudina (2003, Premio Selezione Campiello), e La straduzione (2004). Pariani ha inoltre pubblicato per Effigie Il paese dei sogni perduti. Anni e storie argentine (2004) e Patagonia blues (2006), per Casagrande Il paese delle vocali (2000) e Tango per una rosa (2005), per Alet I pesci nel letto (2006).  Per Einaudi ha pubblicato Dio non ama i bambini (2007), Milano è una selva oscura (2010), La valle delle donne lupo (2011), Questo viaggio chiamavamo amore (2015) e «Domani è un altro giorno» disse Rossella O’Hara (2017). Con NN è poi uscito Di ferro e d’acciaio (2018) e con La Nave di Teseo sono stati pubblicati Selvaggia e aspra e forte (2023) e Primamà (2025).

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premio lattes grinzane 2026

L’EDIZIONE 2026 DEL PREMIO –  Il Premio Lattes Grinzane, giunto alla 16esima edizione, quest’anno ha scelto per la sua cinquina Julia DeckMathias Enard, Andrew Miller, Andrew e Clara Usón.

Nato in memoria di Mario Lattes e curato dalla Fondazione Bottari Lattes, il Premio fa concorrere insieme autori italiani e stranieri ed è dedicato ai migliori libri di narrativa pubblicati nell’ultimo anno. Dal 2017, l’iniziativa è parte integrante del calendario culturale legato alla Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba.

Il Premio Speciale Lattes Grinzane di quest’anno è andato ad Amitav Ghosh, “autore di rilievo mondiale universalmente considerato il più grande scrittore indiano vivente”.

I romanzi finalisti e il Premio Speciale sono stati determinati dalla Giuria Tecnica, composta dalla presidente Loredana Lipperini (scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica), Marco Balzano (scrittore, poeta, italianista), Valter Boggione (docente di Letteratura italiana all’Università di Torino), Anna Dolfi (docente di Letteratura italiana nelle Università degli Studi di Trento e Firenze), Giuseppe Langella (docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica e direttore del Centro di ricerca Letteratura e cultura dell’Italia unita), Alessandro Mari (scrittore, editor), Luca Mastrantonio (giornalista, critico letterario) e Francesca Sforza (giornalista).

Ora la parola passa ai 400 studenti e studentesse che fanno parte delle Giurie Scolastiche a cui è affidato il compito di leggere le opere in finale e decretare quella vincitrice di quest’anno. Le ragazze e i ragazzi coinvolti provengono da tutta Italia e fanno parte di 25 istituti superiori, tra cui anche il Lycée René Char di Avignone, in Francia.

Il prossimo appuntamento con il Premio Lattes Grinzane è fissato per sabato 17 ottobre: nella mattinata gli studenti saranno protagonisti dell’incontro con i cinque finalisti al Castello di Grinzane Cavour, durante il quale potranno dialogare con gli scrittori e le scrittrici e porre loro delle domande. Al pomeriggio, al Teatro Sociale Busca di Alba, Amitav Ghosh terrà una lectio magistralis su un tema a propria scelta e sarà insignito del riconoscimento, dopodiché verrà scoperto il nome del vincitore o della vincitrice della XVI edizione del Premio. L’appuntamento sarà trasmesso in diretta streaming sul sito e sui canali social della Fondazione Bottari Lattes.

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