10 anni di scrittura privata trasformati in un esperimento sorprendente: quello di estrapolare tutte le frasi dal loro contesto e riordinarle secondo un criterio esclusivamente alfabetico. Ecco la radicale e raffinata operazione messa a punto da Sheila Heti in “Diari alfabetici”, testo nel quale la scrittrice canadese porta l’autofiction a un nuovo parossismo, reinventando il rapporto tra memoria, verità e narrazione…
La vita umana: un filo sottile che si dipana da un punto X a un punto Y, o che si piega su sé stesso a formare un cerchio, una spirale, un uroboro. Comunque la si consideri, l’unica bussola con cui possiamo attraversarla rimane il tempo, o meglio, la scansione prima-dopo, accompagnata quando va bene anche da quella causa-effetto, che di tanto in tanto ci aiuta a fissare dei puntelli lungo il percorso.
E se però, a posteriori, potessimo raccontare diversamente la vita in cui abitiamo? Se ci fosse un’altra prospettiva coerente e “lineare” da cui osservare le esperienze che ci sono accadute?
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Diari alfabetici, algoritmici e umani
Perché non accettare le cose per come sono? Perché non c’è più modo di sfuggire alla situazione. Perché non ci sono soldi da buttare per smalto e rossetti, e quindi, ora che lo smalto e i rossetti ce li hai, ora che hai questa gonna verde che quando Pavel l’ha vista ha detto non togliertela per poi scoparti con la gonna addosso, smettila di spendere soldi per queste sciocchezze. Perché non dovrei averlo, se è lui che voglio? Perché non lasciare che accada il peggio? Perché non posso semplicemente essere felice e organizzare la mia vita come vorrei, come più desidero viverla?
A esplorare questo scenario è stata di recente Sheila Heti, scrittrice canadese classe 1976, che, dopo aver dato alle stampe numerosi e apprezzati libri (La persona ideale, come dovrebbe essere?, Maternità e Colore puro, quelli editi in Italia), si è cimentata con un’operazione ancora più provocatoria e seducente: negare ogni strumento di navigazione al suo stesso passato.
Il volume che ne ha ricavato si intitola Diari alfabetici (il Saggiatore, traduzione di Federica Aceto) ed è un esperimento che fonde e trascende l’autobiografia e il memoir, per realizzare il quale l’autrice ha copiato in un file Excel le oltre 500mila battute di scrittura personale accumulate in 10 anni, chiedendo al sistema di catalogare le frasi in ordine alfabetico.
Ha quindi ridotto di oltre dieci volte la mole del testo iniziale e raccolto nel primo capitolo tutti gli enunciati che si aprivano con la “A”, nel secondo tutti quelli con la “B”, e così via fino alla “Z”.

Al termine di quest’attività dai criteri algoritmici, eppure con una matrice che non potrebbe essere più umana, ciò che ha ottenuto è un’opera chiaramente “di finzione“, poiché manipolata e limata all’inverosimile, ma derivata da un racconto di sé di disarmante lucidità.
Sì, perché nel cancellare pagine e pagine di appunti Heti non aveva certo lo scopo di esporsi di meno, quanto piuttosto quello di emergere di più grazie all’essenzialità di ciò che sarebbe rimasto nero su bianco – e grazie all’incanto di un pensiero che d’un tratto, magari, avrebbe acquisito un valore ancora più eloquente per il fatto di trovarsi accostato al suo contrario.
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Tra ingegneria e fantasia
Perché mi sembra di cazzeggiare? Perché non sto scrivendo. Perché non mi trasferisco in un posto caldo, dove c’è l’oceano e posso andare a nuotare tutti i giorni? Perché probabilmente mi rovinerò la vita. Perché questa felicità non dovrebbe essere mia? Perché sarebbe meglio scrivere anche solo una storia davvero bella, come Frankenstein o qualcosa del genere, solo una volta, non deve essere più di una volta, quello che conta è riuscire a tirare fuori una storia davvero bella, magari una tragedia.
Per coltivare un’intuizione simile, l’autrice deve aver affrontato molte prove di distacco e altrettanti esercizi di umiltà, accompagnati da un invidiabile scollamento dalla vergogna e da un piacere squisitamente combinatorio, che del resto in numerose interviste (come quella rilasciata al nostro sito nel 2023) ha descritto come “un gioco“, e allo sbocco del quale si condensa più verità che in un romanzo confessionale vero e proprio.

Sheila Heti, nella foto di Steph Martyniuk
Anziché svelarsi rispettando un ordine cronologico, logico e ontologico più tradizionale, infatti, la Sheila Heti protagonista si limita a generare come un perenne campo magnetico, che a uno a uno costringe a staccarsi dal foglio incontri fortuiti, litigi amorosi e dilemmi esistenziali di cui lei si circonda poi alla rinfusa – al pari di una Venere degli stracci ferma davanti al suo mucchione di vestiti, della quale sapremo però distinguere sempre e comunque la silhouette nuda e cruda.
Così, tra aforismi filosofici, sfoghi laceranti e promemoria sarcastici, che spiazzano per il loro carattere confidenziale e la loro contingente caratura culturale, ci rendiamo conto di esserci imbattuti in una ricodifica estrema del rapporto tra la fabula e l’intreccio, oltre che tra la vita e la letteratura, in cui la frase a sé stante diventa unità di misura e chiave di (s)volta dell’intero volume.
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Verso un senso ultra-alfabetico
Perché scrivere? Perché sono egoista. Perché sono indebitata e non so come farò a vivere. Perché sono triste. Perché sto con un uomo. Perché tutti quei litigi avevano finito per prosciugarmi l’anima. Perché tutto questo viene fuori solo ora? Perché un reggiseno si allaccia davanti e l’altro dietro? Perché, come diceva Claire l’altra sera, i pensieri di una persona cambiano continuamente.
Dal momento che i Diari alfabetici dovrebbero acquisire un senso proprio in virtù della sequenza studiata a monte dalla loro autrice, peraltro, va tenuto presente che dal canto suo Sheila Heti li aveva scritti in inglese, e che sono arrivati nel nostro Paese dopo un inevitabile intervento di traduzione.
Al netto di alcuni rari casi in cui l’attacco della frase originale riesce a coincidere con quello italiano, pertanto, l’ordine concepito da Heti è stato inevitabilmente scardinato nel passaggio da una lingua all’altra, portandoci a sfogliare una versione del testo profondamente diversa da quella di partenza.
Un buon motivo per dedurne che possa apparirci meno pregnante, o anche solo meno evocativa?
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In realtà, tutt’altro. Per una ragione che forse va al di là delle iniziali intenzioni dell’autrice, infatti, anche a fronte di un lavoro di ri-creazione che sarà stato estremamente capillare, in italiano i Diari alfabetici hanno mantenuto intatte le loro suggestioni.
Il che ci porta a pensare che, se funzionano a prescindere dall’alfabeto a cui fanno riferimento, è perché il loro senso non è dato né dalle cose che succedono né dall’ordine in cui ci vengono mostrate, bensì dalla luce che proietta su di loro lo sguardo di Sheila Heti, dal filtro della sua identità di giovane donna senza veli e senza peli sulla lingua – magmatica, perturbante e solenne come è (e come non potrebbe smettere di essere, indipendentemente dai rimaneggiamenti applicati alla sua materia interiore).
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Collocandosi al crocevia fra le memorie di Anaïs Nin, i flussi di coscienza di Virginia Woolf e i lipogrammi di Georges Perec, i suoi Diari alfabetici ci ricordano quindi che il vero filo siamo noi, non la vita in quanto idea astratta, e che il nostro modo di stare al mondo va al di là di ogni ricomposizione a tavolino, s-prigionandosi dalle celle dei fogli di calcolo per adagiarsi su una terra tutta da esplorare, che dall’alba dei tempi continuiamo a chiamare “mistero“.
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.
Fotografia header: Sheila Heti, nella foto di Steph Martyniuk