Cosa sono stati gli anni Novanta negli Stati Uniti? Lo racconta Chuck Klosterman, critico musicale ed esperto di cultura pop, nel saggio “I Novanta”, un’indagine sociologica (personale e divulgativa, ma non accademica) sulle principali manifestazioni dello spirito americano nell’epoca d’oro del postmoderno, dell’estetica grunge e della Generazione X. Muovendosi tra cinema, letteratura, musica, politica e sport, gli anni Novanta (visti a posteriori) furono un decennio piuttosto fortunato: un periodo di benessere e progresso tecnologico, vissuto con poche pretese e al tempo presente, prima della distorsione dei social e del simbolico crollo delle Torri Gemelle….

La lotta a chi se ne frega di più, la lenta cancellazione del futuro e la rapida omogeneizzazione del passato, il potere del mito, dare alla gente ciò che vuole (e che in fondo non vuole), sentire il dolore (e poi non sentire nulla)…

Queste sono solo alcune delle espressioni di cui Chuck Klosterman (classe 1972) si è servito nell’ultimo suo libro, I Novanta (66thand2nd, con la traduzione di Federica Principi) per descrivere il decennio della Generazione X, dell’estetica grunge, del postmoderno, che ha visto la diffusione di massa delle videocassette, del telefono con l’antenna e del World Wide Web.

Il decennio di poche pretese della Generazione X

Copertina di "I novanta", libro di Chuck Klosterman

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Critico musicale e scrittore esperto di cultura pop, dai reality show allo sport, dalla musica a Internet, Klosterman ricorda il David Foster Wallace saggistico di Considera l’aragosta o Tennis, tv, trigonometria e tornado per la capacità di elevare il pop a oggetto di osservazione sociologica.

Non solo un’analisi critica (non accademica, ma divulgativa e personale) delle principali manifestazioni dello spirito americano del decennio, I Novanta è un resoconto di cosa sono stati gli anni Novanta negli Stati Uniti, e di riflesso, di come hanno cambiato la società occidentale e il nostro modo di pensare.

Fregarsene delle ideologie (mai vendersi l’anima)

Negli anni in cui il filosofo Francis Fukuyama dichiarava la fine della storia, intesa come la caduta (simboleggiata dal Muro di Berlino) delle ideologie novecentesche, il vero spirito della generazione cresciuta negli anni Novanta fu fregarsene del grande progetto disegnato su di loro dalle famiglie (padri e madri Boomer) e dalla stessa società americana (capitalistica e consumistica).

L’unica vera priorità, nell’arte come nella vita, era non prendersi mai troppo sul serio e, soprattutto, non vendersi l’anima (qui qualcuno potrebbe osservare un sintomo di ingenua immaturità… o di principio di narcisismo).

Nessuno come Douglas Coupland in Generazione X (ripubblicato qualche anno fa da Accento) e Foster Wallace hanno saputo raccontare meglio l’interiorità di quei ventenni che, dietro una sguaiata ironia, celavano un profondo malessere esistenziale.

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Grunge, postmoderno e New Sincerity

Negli anni Novanta tutte le mode degli Ottanta erano svanite nel nulla, ma una nuova tendenza fu etichettare qualsiasi forma d’arte come postmoderna.

Il caso manifesto fu con Pulp fiction (1994), il film che consacrò Quentin Tarantino, un regista che aveva lavorato in un negozio di videonoleggio e che giocava con il ripescaggio e il pastiche di generi (e il citazionismo di altri film). Era la dimostrazione che, se tutto era stato già raccontato, l’unica possibilità era raccontarlo di nuovo, a pezzi sconnessi, creando nuove connessioni, rendendo evidente il meccanismo della narrazione.

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In ambito musicale mai due artisti furono così antitetici come Kurt Cobain e Tupac Shakur.

Entrambi vittime del successo (in senso opposto), le loro storie tragiche restituiscono a pieno l’immagine di una società dominata da logiche commerciali, che finiscono per inghiottire l’identità artistica.

L’estetica grunge celebrava la vulnerabilità emotiva e la ricerca di autenticità così come nella letteratura americana in quegli anni Foster Wallace stava cercando di aprire una via d’uscita dal cinismo e dalla trappola dell’ironia postmoderna.

Nella musica pop Klosterman analizza la figura di Alanis Morisette, come esempio di artista femminile di successo che sfidò l’industria musicale grazie al suo linguaggio esplicito tanto da finire in prima pagina su Rolling Stone con la didascalia Angry White Female, “donna bianca incazzata”.

Nei primi anni Duemila fu chiamata New Sincerity la corrente letteraria che, con nuovi scrittori (tra cui Dave Eggers e Zadie Smith), si contraddistingueva per un’onesta apertura al realismo e alla confessione autobiografica mediata da un distacco emotivo. Secondo la lettura di Klostermann questa fu un’arma a doppio taglio, perché era francamente difficile prendere posizione contro l’idea stessa di sincerità: sforzarsi di essere sinceri poteva risultare l’ennesima arguzia postmoderna, ovvero uno sfoggio di esibizionismo.

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Questa ondata di sincerità non colpì solo la letteratura, ma fu evidente ancora di più nei programmi televisivi, dai nascenti reality show come The Real World di MTV (1992, avrà un ruolo centrale nel romanzo d’esordio di Eggers) alla serie Friends (1994). Sembrava un naturale bisogno umano, dopo anni di cinismo e individualismo, ricercare nei media e nell’arte non solo evasione, ma il piacere di sentirsi ascoltati e messi al centro della conversazione, ovvero la televisione come forma di terapia pubblica. Klosterman fa l’esempio dell’ascesa mediatica di Oprah Winfrey, la “matriarca del paese che sembrava davvero avere a cuore i sentimenti di chiunque” come paradigma della nuova società americana, ora più vulnerabile emotivamente, più empatica, ma anche più infantile.

Un decennio piuttosto fortunato e di poche pretese (visto a posteriori)

A discapito di tutti i punti negativi, gli anni Novanta sono stati (negli Stati Uniti) un’epoca di benessere, di progresso tecnologico e conseguente sviluppo economico. La definizione trovata da Klosterman di “un cartone animato grunge di poche pretese” spiega bene la percezione che la Gen X aveva di quegli anni: non erano tempi per chi aspirava a troppo.

Se da un lato incolpare la società per la propria condizione era considerato un atteggiamento piuttosto sgradevole, la conseguenza era che il normale modo di sopravvivere era semplicemente “fare spallucce e accettare la tua infelicità”. Le poche pretese, del resto, si conciliavano con la vita analogica prima di Internet per cui perdersi una puntata della tua serie preferita in televisione era qualcosa che capitava e non potevi farci niente.

Le lamentele della Gen X (quasi inesistenti se comparate alle richieste dell’attuale Gen Z) vanno contestualizzate in una visione più ampia, che ha come discrimine temporale e simbolico il crollo delle Torri Gemelle (su scala nazionale fu altrettanto simbolica la sparatoria alla Columbine High School nel 1999). Prima dell’11 settembre 2001 nessuno, in generale, aveva motivo di preoccuparsi: la guerra del Golfo appariva lontana e irreale, pur trasmessa in televisione e in diretta, non era ancora necessario schierarsi politicamente, la pervasività di Internet nelle vite quotidiane era ancora inimmaginabile, era del tutto ammesso non avere un’opinione su qualsiasi tema sociale, non era necessario essere cool.

Una consapevolezza inscalfibile

In conclusione, il ritratto degli Novanta per Klosterman è di un decennio piuttosto fortunato (se visto a posteriori), caratterizzato da una consapevolezza inscalfibile, un’epoca in cui la tecnologia esisteva (si incominciava a registrare la vita sulle videocassette) ma tutte le esperienze erano vissute nel presente, non si pensava al futuro, ci si preoccupava con esagerazione di cose di poco conto, come per un articolo sugli attacchi degli squali, o ancora di più in occasione del Millennium Bug, allo scattare del nuovo millennio: tutti pensavano a una catastrofe globale, e invece non accadde un bel nulla.

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