Ambientata in una Pechino contemporanea, contraddittoria e notturna, “Beijing Story”, scritta in anonimato per sfuggire alla censura, è una internet novel che fece scalpore in patria a fine anni ’90 (e da cui fu tratto un film cult) e che ora torna in libreria. Con le proteste di piazza Tienanmen sullo sfondo, il romanzo è un racconto erotico politico su cosa significa essere queer in Cina, e parla di lotta per la libertà, di accettazione verso se stessi e dei rapporti di potere che si instaurano nelle relazioni in una società governata dalla crescita economica sfrenata. Tra omofobia e sesso vissuto come ossessione…

In libreria per nottetempo, riappare, nella traduzione dal cinese di Lucia Regola e a cura di Mario Fortunato, l’edizione italiana di Beijing Story, l’internet novel che fece scalpore in Cina a fine anni ’90.

Da tempo fuori catalogo, nel 2009 quella italiana fu la prima versione cartacea pubblicata in assoluto.

L’autore, anonimo a causa della censura, si presenta come Tongzhi (tradotto dal cinese “compagno”), il termine politico neutro adottato dal Partito Comunista che indicava l’uguaglianza tra tutti gli individui e, allo stesso tempo, intendeva annullare qualsiasi differenza gerarchica, come tra uomo e donna, o tra servo e padrone.

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In una Pechino contraddittoria e notturna…

Ben presto il termine tongzhi passò alla comunità queer: si diffuse all’interno dei primi movimenti, da Hong Kong a Taiwan, e attraversò i forum online a indicare un altro tipo di sodalizio: era un termine efficace che permetteva di sfidare l’autorità del Partito, evitando la censura.

Il successo sul web di Beijing Story tra il 1996 e 1998 e l’adattamento cinematografico del 2001, con il titolo Lan Yu, ad opera del regista Stanley Kwan, resero ancora più popolare la storia, ambientata in una Pechino contemporanea, contraddittoria e notturna.

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Copertina di Tonghzhi, Beijing Story

Seguiamo le vicende del rampollo Chen Handong, un 27enne già ai vertici dell’azienda di famiglia, che negli anni del fervente sviluppo economico cinese post-Mao, confessa in maniera schietta in una sorta di autobiografia clandestina la propria tormentata passione sessuale per il 20enne Lan Yu, studente di Architettura.

La disparità tra i due è accentuata dalle dinamiche di potere che esercita il denaro in possesso di Handong rispetto alla condizione precaria di Lan Yu, fuorisede proveniente dalle zone rurali cinesi. Non esercita solo un controllo simbolico: per 1000 yen Handong si compra, materialmente e con scaltra consapevolezza, l’amore di Lan Yu.

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Il clima di omofobia in Cina e il sesso come ossessione

Bejing Story si legge come un racconto erotico esplicito in cui il sesso viene mostrato come una droga, una ossessione del protagonista, un desiderio che ha bisogno di essere soddisfatto a tutti i costi.

Il prezzo da pagare per Handong è il conflitto interiore: è scisso tra la passione dell’eros omosessuale e la legge delle aspettative sociali e genitoriali.

Da capitano d’industria, Handong si lascia travolgere dal cinismo (“negli affari l’unica cosa che conta è il profitto, non c’è posto per i sentimenti”) e non ha paura a dichiararlo.

Dopo alcune relazioni con donne, per dimostrare di “essere uomo”, decide di sfruttare la disponibilità, o passività, di Lan Yu come autorizzazione al sesso: “Pensi di non essere un semplice giocattolo per me. E invece io andrò avanti a usarti come un giocattolo”.

Prevale in tutto il testo il senso di colpa e l’arretratezza culturale della Cina: “Per la verità questo genere di cose in Occidente è considerato praticamente normale, ma qui è una colpevole indecenza. Quindi bisogna stare sempre attenti, è una faccenda privata e non è il caso di dire niente a nessuno…

Scena dal film "Lan Yu" di Stanley Kwan (2001)

Scena dal film “Lan Yu” di Stanley Kwan (2001)

Il clima di omofobia culmina nel momento in cui Handong cede alle pressioni materne e finisce invischiato in un matrimonio con una donna, una relazione destinata all’infelicità. Il concetto di apparire come una persona rispettabile nella cultura e nella società cinese è soverchiante tanto che lo stesso Handong rimprovera il suo giovane amante: “Lasciamoci e basta. Così anche tu potrai studiare in pace e diventare una persona rispettabile. E potrai trovarti una ragazza all’università. Non venire più qui a darmi fastidio”.

Handong si autoconvince che la sua storia d’amore con Lan Yu sia sbagliata, assurda, fuori da ogni logica. Nega di essersi innamorato, nega di aver provato sentimenti per un uomo. Si autopercepisce, sottovalutando la questione, come una persona normale a cui piace divertirsi.

Un racconto erotico politico (e, sullo sfondo, le proteste di piazza Tienanmen)

Ma i sentimenti si evolvono rapidamente. Dall’incapacità di pensare all’amore tra due uomini come qualcosa di duraturo a una graduale accettazione di sé, Handong affronta un percorso psicologico interiore doloroso, si sottopone a una seduta psicoterapeutica, elabora la propria teoria dell’omosessualità accogliendo le teorie altrui.

Dal punto di vista della madre, l’omosessualità è un vizio per ricchi, una pratica che era diffusa nelle vecchie corti imperiali, mentre nella società contemporanea è vista come incompatibile: il dovere del figlio è quello di garantire una discendenza.

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Per Lan Yu, introverso e impulsivo, la relazione con Handong è un modo per annullarsi e liberarsi dal peso delle aspettative sociali, sugli studi universitari, sul lavoro, sulla famiglia. I due si sfuggono e si rincorrono, fino a quando Handong ammette a se stesso la natura della passione: “Un sentimento che in questo mondo viene considerato irragionevole, vergognoso, perverso, mentre si trattava di un sentimento puro e innocente”.

Con le proteste di piazza Tienanmen sullo sfondo, proteste a cui Lan Yu partecipa quasi per caso, Beijing Story è in conclusione un racconto erotico politico su cosa significa essere queer nella Cina contemporanea e parla della lotta per la libertà delle persone contro la censura di stato e morale.

Fotografia header: Scena dal film "Lan Yu" di Stanley Kwan (2001)

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