“In letteratura e, ancor più, nella vita, nutro il più grande rispetto per chi sa che bisogna essere nei luoghi dove pochi vogliono guardare…”. Lo scrittore e critico Hans Tuzzi torna in libreria con “è scritto”, e per l’occasione si racconta a tutto campo: “Tutto è politico. Vivere senza una chiara coscienza politica non è vivere, è vegetare. Ma questo, per un romanziere, non si deve tradurre in enfasi retorica…”. Quanto allo stile, “è ciò che resta quando tutto è svanito. Perché, se all’inizio ci vogliono talento e umiltà e autocritica e lavoro, tanto solitario lavoro, il vero scrittore arriva precocemente a riconoscere la propria voce e il proprio passo: in modo del tutto spontaneo, eupnoico. Lo stile sarà allora il nostro vissuto trasposto naturalmente in ogni parola che noi scegliamo, in ogni frase che mettiamo insieme, perché consiste in uno scarto non sempre vistoso ma imprevedibile e divergente dalla norma…”. Tra le altre cose, in quest’intervista l’autore classe ’52 parla di rimpianti (“nessuno fondamentale”): “Rifarei senza esitazione le stesse scelte di vita, anche se tutt’altro che premianti. Meglio poveri che impiegati…”

Titolo misterioso e tale da accendere la curiosità, È scritto: di che cosa parlano queste “storie di destini”?
“Sono brevi storie vere – e sottolineo vere – che colgono l’istante in cui a ciascuno di noi sarà capitato di avvertire l’ala del Destino. Quegli attimi, ora drammatici ora salvifici, nei quali la nostra vita sembra già scritta, e un piccolo foro nel velo delle apparenze ci lascia intravedere il ribollente magma delle forze spirituali da cui, talvolta, un refolo di lava sale in superficie. Dico forze spirituali perché la questione del libero o servo arbitrio, l’esistenza del Fato già scritto o in parte modificabile dalla nostra condotta ci pone comunque di fronte a un mistero metafisico al quale le religioni non sanno dare risposta”.

copertina di È scritto, Hans Tuzzi

Sembra che lei, in questa come in altre sue opere (e penso in particolare agli ultimi due romanzi: Curiosissimi fatti di cronaca criminale e Colui che è nell’ombra) coltivi un’idea di letteratura non come strumento per risolvere il mistero, ma per sostarvi accanto. Scrivere è, per lei, un modo di interrogare l’enigma dell’esistenza o piuttosto di imparare ad abitarlo?
“Concordo con Henry James: ‘L’arte è suscitare un mistero al quale non si può dare risposta’. Perlomeno, non risposta netta e univoca. Ogni scrittore è immerso nel mistero della vita, di quella catena di fatti dinanzi ai quali ciascuno si interroga senza mai trovare certezze. Diffido di chi ha risposte – se non, e con ignota data di scadenza, in campo scientifico. Diffido dei sistemi e delle ideologie, che in molti casi non hanno nemmeno idee ma idoli. Però interrogare l’enigma dell’esistenza – come dice lei con bella immagine – può essere anche un modo d’imparare ad abitarlo. L’occhio del poeta può cogliere l’attimo in cui si palesa la cifra nel tappeto, l’anello che non tiene, e l’enigma dell’esistenza non per questo cessa di essere tale, arcano, incomprensibile per noi umani, e tuttavia capace di palesarsi alla nostra individuale solitudine: l’enigma ci abita, forse ostile ma non più estraneo”.

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In questo libro lei insiste sulla verità dei fatti narrati; eppure ogni narrazione comporta una forma di scelta, di montaggio, dunque di interpretazione. Dove si colloca, per lei, il confine tra testimonianza e invenzione? E quanto conta, in queste storie, la fedeltà al reale rispetto alla fedeltà a un significato più profondo?
“Il confine è implicito nel risultato, narrare è comunque interpretare ma sono il quanto e il come a fare la differenza. Anche un saggio, come un documentario, sceglie quali prospettive adottare, come inquadrare i soggetti; un romanzo o un film si possono concedere libertà maggiori, ma questo nei casi migliori non significa tradire la realtà bensì, appunto, aprire finestre su un significato più profondo. Se nel mito l’accoppiamento tra chimera e sfinge è sterile, in arte la contaminazione fra realtà e fantasia è fertile, la finzione può paradossalmente risultare emotivamente più autentica. Un dettaglio spurio ma di forte valore simbolico è perciò ‘giusto'”.

Lei è autore di libri molto diversi fra loro: saggi di bibliofilia, saggistica letteraria, romanzi “con delitto” come lei ama dire, e romanzi dove il reale e bizzarri altrove coesistono. Qual è il suo rapporto con la scrittura?
“Libri molto diversi, sì, e per certi aspetti poco italiani. Sono convinto che, come disse Paolo Mauri, ‘la marginalità, l’eccentricità ha una sua centralità nella nostra letteratura. Ed è lì che si pesca il meglio’, aggiunge, ma critica e pubblico se ne accorgono sempre in ritardo. Quanto a me e alla scrittura… Sono nato il 28 ottobre 1952, trentennale della infausta marcia su Roma che portò il fascismo al potere. Mi consola pensare che nello stesso giorno e mese del 1893 venne fondata al King’s College di Cambridge la Chit Chat Society, il cui motto era l’omerico épea pteròenta, parole alate, e il cui scopo era ascoltare, intorno al fuoco del camino, storie di spettri scritte dai soci. La scrittura fu in me prima che imparassi a scrivere. Eppure li vedo, i miei morti, sedere su gradinate di nuvole, lassù: e tutti, tutti hanno lo stesso sguardo severo. Perché, per la tabe della scrittura, ho interrotto la catena delle generazioni, e il nome delle mie famiglie morrà con me. Era il mio destino, e va bene così, ma li ho traditi. Ogni giorno, sotto ogni cielo, avverto questo affollato e silente tribunale di morti, i miei morti. Eppure, a mia attenuante, loro sanno che sino alla fine, benché talvolta ami sgargiare, resto fedele a uno dei loro precetti fondamentali: lo stile è ciò che resta quando tutto è perduto”.

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Colui che è nell’ombra Tuzzi

E questa, direi, è anche una dichiarazione di poetica. Lei è nato a Milano ma suo padre è d’ascendenza veneziana e sua madre triestina. Quali tracce ha lasciato, questo, nella sua opera?
“Il romanzo Colui che è nell’ombra lo rivela chiaramente. Mio padre nacque a Milano per caso: dopo Caporetto la famiglia, da secoli radicata a Venezia, lasciò precipitosamente la città, troppo esposta all’offensiva nemica. E il 3 gennaio del 1917, nove mesi prima di Caporetto, mia madre nacque a Vienna. Ma mentre la famiglia paterna fu sempre e solo veneziana, quella materna ha radici più complesse, francesi viennesi e friulane, non triestine. Poi, certo, avevano interessi anche a Trieste, che resta forse la città che più amo. Se infatti Venezia è luogo magico dove ‘i leoni volano e i piccioni camminano’, Trieste, diceva Lelio Luttazzi, è spazio dell’anima il cui dialetto Italo Svevo insegnò a James Joyce. Il quale Joyce, oltre a inventare improbabili proverbi sporcaccioni (mona come la mona de la mussa, che la spussa) si divertiva a riscriverlo all’inglese, il triestino: peacedrool, cioè pisdrùl. L’etimo è evidente: dallo slavo pizda, conno. Cioè, lì torniamo: alla mona. Pertanto il pisdrùl non è solamente un bimbetto ma, per traslato, chi come un bimbo è ingenuo, sventato: un gandula, si direbbe a Milano, dal latino glans, ghianda, da cui glande. Un con, avrebbero detto i miei avi francofoni. E quanti affettuosi pisdrùl mi son preso, da piccolo…”.

Lo scrittore Hans Tuzzi

Lo scrittore Hans Tuzzi

E ora, ben oltre i settanta, è un pisdrùl che nutre rimpianti?
“Modesti, legati a piccoli episodi privati. Nessun rimpianto fondamentale, rifarei senza esitazione le stesse scelte di vita, anche se tutt’altro che premianti. Meglio poveri che impiegati. E mi piace ancor più il distacco dalla ‘roba’ che vivo da vecchio: non mi pesa per nulla rinunciare a oggetti che mi avrebbero fatto sbavare da giovane. Moribondo, non girerò nelle stanze come il cardinale Mazarino che si chiedeva angosciato ‘Dovremo dunque rinunciare a tutto questo?’ Poco imparai, dalla vita, ma ho capito che ci vogliono molti anni per diventare giovani e che essere uomo è mestiere difficile, pericoloso, e al fondo c’è la tomba. ‘Nascere è cadere nel tempo’: verità sapienziale gemmata in un verso di Marina Cvetaeva. E il tempo è agguato, violenza, piacere, sofferenza, gloria e paura. Mai pace. Per la pace bisogna ritornare là dove si era prima di cadere nel tempo, e nascita e morte sono il nostro individuale uroboro. Se qualcosa rimpiangerò, dinanzi alla Morte, sarà la convivialità di certi momenti, la bellezza di albe e tramonti, quei sapori che si riassumono nel salso mediterraneo e nel sottobosco alpino. Il sorriso di Bilal. E le cagne con le quali ho convissuto, certo, loro sì”.

Torniamo allo stile. Che cos’è?
“L’ho detto: ciò che resta quando tutto è svanito. Perché se all’inizio ci vogliono talento e umiltà e autocritica e lavoro, tanto solitario lavoro, il vero scrittore arriva precocemente a riconoscere la propria voce e il proprio passo: in modo del tutto spontaneo, eupnoico. Lo stile sarà allora il nostro vissuto trasposto naturalmente in ogni parola che noi scegliamo, in ogni frase che mettiamo insieme, perché lo stile consiste in uno scarto non sempre vistoso ma imprevedibile e divergente dalla norma. Molto concorre a formare il Kunstvollen di un artista, non necessariamente in sintonia con quello del tempo in cui vive, ma è nell’equilibrio fra trama e lingua che sta il sostrato di ogni stile. E, certo, il vero scrittore si rileggerà, tornerà su ogni pagina, su ogni frase con trincetto e lesina e filo, come un bravo ciabattino, ma la voce – lo stile – sarà sempre inconfondibilmente la sua. Rilegga i Tre racconti di Flaubert, così differenti fra loro; eppure in ciascuno si riconosce la voce di Flaubert, il suo vissuto fattosi stile. Il talento lo si ha o no, non si acquista, ma il vero scrittore evolve combattendo con l’Ego vanitoso come Ercole con il leone nemeo, e insegue la maestria dell’arte come Ercole la cerva di Cerinea. Poi, certo, egli deve ricordarsi che le creature del mito non sanno di essere mitiche”.

Hans Tuzzi con i suoi cani, Dora e Dafne

Hans Tuzzi con i suoi cani, Dora e Dafne

Il romanzo come equilibrio fra trama e lingua, dice. Certo, è curioso come per Manzoni la questione della lingua sia così dirimente da riscrivere il proprio capolavoro, sino a sciacquarlo in Arno. Balzac, suo contemporaneo e autore di più di 55 opere in 51 anni di vita, da noi allora sarebbe stato inconcepibile?
“La lingua italiana nasce poetica o cronachistica, non narrativa o teatrale. Boccaccio non ebbe degni successori. Perciò, sì: un Balzac non sarebbe potuto sbocciare dal substrato culturale italiano. Tuttavia, già in Manzoni la ricerca linguistica convive con un elemento indispensabile al romanzo, l’attenzione al dettaglio lodata da Nabokov o da César Aria che nel racconto Cecil Taylor scrive: ‘Ciò che conta in letteratura è il dettaglio, l’atmosfera e il giusto equilibrio tra i due. Il dettaglio esatto, che rende le cose visibili, e un’atmosfera suggestiva, d’insieme, senza la quale i dettagli sarebbero un inventario disgiunto’. Nella trama di un romanzo, fatto di tante parole, si tratta di rendere anch’esse protagoniste: vi è chi le rende quasi prevaricanti e chi ne fa una ambience inseparabile dalla trama, ma, in entrambi gli estremi, è stile. E visto che la poesia, forma più alta di letteratura, nasce orale aggiungerò, nel solco di José Bergamín, che un analfabeta – vero, non di ritorno – può essere più poeta di un letterato iperculto: ogni bambino è poeta perché, in quanto bambino, analfabeta”.

Lei crede nell’arte come impegno politico?
“Tutto è politico. Vivere senza una chiara coscienza politica non è vivere, è vegetare. Ma questo, per un romanziere, non si deve tradurre in enfasi retorica. Detesto destre nazionalismi e dittature, però La madre di Gor’kij e I Miserabili di Hugo restano commoventi ma prevedibili polpettoni. I Viceré, no. E poi, chi, fornito di un cervello, non avverte le urgenze storiche del proprio tempo? Ma quanto queste devono determinare le scelte strutturali e linguistiche di un romanziere? Il quale ha, sì, delle responsabilità verso i lettori (nessuno scrive per rimanere inedito e ignoto) ma mentre scrive è solo con sé stesso e con quella storia, e deve rispondere solamente alla propria etica. Saint-John Perse, aristocratico premio Nobel, lodò un altro laureato dal Nobel definendolo ‘poeta che ha tenuto alto il lignaggio del sogno senza lasciarsi distrarre dall’uomo del suo tempo’”.

Detto ciò, se scrivere è attività solitaria, la pubblicazione lungo la filiera editoriale no. Quanto lo stile può ostacolare o favorire la pubblicazione?
“Detto ciò, vale per la lingua letteraria quel che Jacques Kerchache dice dell’arte africana: ‘Bisogna avvicinarla, frequentarla, appropriarsene, amarla. Bisogna offrirle il proprio tempo, aprirle la propria sensualità, i propri sogni, consegnarle la propria morte, le proprie inibizioni, riscoprire in sé altri universi. Strapparsi la benda dagli occhi e lasciarsi andare al piacere, lasciarsi prendere dalla magia.’ E se il tuo piacere va controcorrente, e contraddice quello dei molti, non curartene: il piacere deve essere tuo. Con il rischio, è ovvio, di essere marginali o, peggio, rimanere inediti. Perché la nota affermazione di Cyril Connolly sull’esser sé stessi e non aver lettori o avere lettori e perdere sé stessi parla di quella ambigua forma di censura che è il mercato. Chi vi si adegua scivola sul facile toboga della pubblicazione di opere dimenticabili. In letteratura e, ancor più, nella vita, nutro il più grande rispetto per chi sa che bisogna essere nei luoghi dove pochi vogliono guardare”.

Avere (lettori) o essere (sé stessi). Il successo è determinante?
“In vita o postumo? Perché, vede, cosa intendiamo per successo? Le comparsate televisive? Le tante copie smerciate? Il sincero apprezzamento di ‘color che sanno’? Kurt Wolff – primo editore di Kafka, Trakl, Walser – sostenne: ‘O pubblichiamo libri che reputiamo il pubblico debba leggere, oppure libri che reputiamo il pubblico voglia leggere. Noi cerchiamo di entusiasmare i lettori a ciò che ci appare originale, valido dal punto di vista letterario, gravido di futuro, non importa se di facile o difficile accesso. Vale la pena, il successo non è determinante’. E i suoi autori si leggono ancora oggi. I classici sono sempre inattuali (e perciò eterni) perché al di là del loro tempo, di quel presente. Purtroppo, al contrario di quanto avviene per la poesia, per il romanzo il successo planetario è fondato su un pubblico che ama forme prevedibili, un pubblico a disagio con forme e strutture che rischiano un poco di più. Le eccezioni non mancano, best-seller e grande letteratura non sono incompatibili, qualità alta e successo non si escludono a vicenda: il Chisciotte ebbe grande fortuna numerose ristampe e molti imitatori, pur avendo una struttura formale rivoluzionaria. Ma è significativo che talvolta Cervantes non si vieti di annoiare pur di restare fedele al proprio impianto metanarrativo, e questo, non a caso, risultò alieno e incomprensibile per i suoi imitatori”.

Ultima e conseguente domanda: come valuta oggi il panorama editoriale italiano?
“In sintesi: pochi editori leggono in Word, troppi in Excel”.

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L’AUTRICE – Laureata in Filologia moderna, Beatrice Bennici si occupa di editing e coordinamento editoriale per Ronzani Editore. Già collaboratrice della Oxford University Press nel settore promozionale, ha contribuito all’organizzazione del seminario internazionale di studi su Nicolas Jenson. Un pioniere della stampa del XV secolo (Venezia, Scuola Grande di San Marco, 29-30 novembre 2024) e della mostra Olivetti. L’arte di comunicare (Bassano del Grappa, Palazzo Sturm, 24.04-27.09.2026).

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