“Veramente quest’uomo era giusto”, disse il centurione romano vedendo Gesù soffrire e morire senza pronunciare parole di vendetta e di odio e senza maledire la vita. Uno sguardo che continua oggi quando vediamo le madri di Gaza e quelle dell’Ucraina e le donne in Afghanistan. Uno sguardo capace di riconoscere chi, pur soffrendo ingiustamente, non trasforma il dolore in vendetta, non aggiunge odio all’odio e continua a credere nella vita – Una riflessione in occasione della Pasqua

L’atroce spettacolo sta per concludersi. È il primo pomeriggio di un venerdì di primavera di un anno tra il 30 e il 33. Siamo su uno sperone roccioso della periferia di Gerusalemme chiamato “Golgota”, in aramaico “cranio”, ribattezzato “Calvario” dai Romani.

Il condannato alla pena capitale è un predicatore ambulante arrivato dalla Galilea, figlio del carpentiere di Nazareth, che dopo essere avanzato, qualche ora prima, scortato da quattro soldati armati di lance sotto la guida dell’exactor mortis (il centurione romano incaricato dell’esecuzione della condanna a morte) è ora appeso al patibulum, l’asse trasversale della croce (quello verticale era già infisso nel terreno).

Poco prima, un corteo vociante e rumoroso si è affollato dietro quell’uomo lungo la strada gerosolimitana che porta ancora oggi il nome di Via Dolorosa e che quest’anno, a causa della guerra in Medio Oriente, è rimasta inesorabilmente deserta con il governo israeliano che ha impedito al Patriarca di Gerusalemme di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro per la celebrazione della Domenica delle Palme.

C’è un uomo, uno degli incaricati dal “prefetto” romano Ponzio Pilato, che è lì per dovere d’ufficio, a sovrintendere l’esecuzione della pena capitale. Incombe Shabbat, peraltro, e bisogna fare presto.

Improvvisamente, il racconto di Marco precipita e si apre su uno scenario ancora più drammatico: “Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: ‘Eloì, Eloì, lemà sabactàni?’, che significa: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?‘. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: ‘Ecco, chiama Elia!'”. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: ‘Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere’. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò“.

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

In quel buio risuona il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Parole che rimandano al Salmo 22, ma che sulla croce diventano esperienza lancinante dell’abbandono. Non spiegano il dolore, lo attraversano. Non lo risolvono, lo consegnano al mistero. Di fronte a questo, anche il Vangelo tace.

O meglio, parla attraverso segni: il velo del tempio si squarcia in due, “da cima a fondo”, la terra trema, le pietre si spezzano, i sepolcri si aprono.

L’uomo che assiste più da vicino alla morte di quell’uomo che ha gettato scompiglio con la sua predicazione è un centurione romano, un pagano, probabilmente uno abituato ad assistere alla crocifissione di reietti e banditi che nella Palestina di quegli anni non mancavano di certo.

“Davvero costui era Figlio di Dio!”

Luca sposta lo sguardo proprio su di lui: “Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: ‘Veramente quest’uomo era giusto'”. Matteo introduce un elemento più drammatico e annota che “il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: ‘Davvero costui era Figlio di Dio!‘”. Anche Marco concorda, introducendo un ulteriore, diversa sfumatura: “Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!'”.

Nel racconto della Passione emerge con forza un tratto comune: la debolezza di Dio, la sua vulnerabilità esposta senza difese. Nulla, sotto la croce, corrisponde all’immagine di un Dio potente secondo i criteri umani. Al contrario, tutto sembra smentirla. Ed è qui che nasce una delle confessioni più sorprendenti: il centurione, uno straniero, uno che non appartiene al popolo dell’alleanza, guardando quel modo di soffrire e morire dice: “Davvero quest’uomo era giusto”. Non è la potenza a rivelare Dio, ma la sua esposizione totale, la sua fragilità, il grido verso un padre in quel momento lontano, o addirittura assente.

Un riconoscimento sorprendente, inaspettato, che non appartiene solo a quella scena lontana. Continua ad accadere, ogni volta che qualcuno di noi ha il coraggio di guardare fino in fondo chi è nella prova, subisce, è umiliato, soffre ma non impreca, non odia, non aggiunge male al male, anche quando avrebbe tutte le ragioni per farlo.

La peculiarità del centurione è la capacità di guardare

La peculiarità del centurione è la capacità di guardare. Ne siamo capaci tutti in realtà, ma spesso ci limitiamo a vedere senza guardare. Siamo affetti da una debolezza dello sguardo, da una sorta di cecità che dipende solo da noi. Come scrive José Saramago: “Se vuoi essere cieco, lo sarai”.

Il centurione “sceglie” di non essere cieco. Di quell’uomo sfigurato, umiliato, preso a schiaffi e sputi e coronato di spine e infine condannato al supplizio infamante degli schiavi l’aveva colpito il modo di soffrire e di morire: senza imprecare, senza odiare, senza maledire la vita.

Pasqua

Lo sguardo del centurione continua – per chi ha occhi per guardare – quando vediamo le madri di Gaza: donne ferite, private di tutto, eppure ancora capaci di custodire la vita, di piangere senza odiare, di resistere senza disumanizzarsi.

Lo sguardo del centurione continua quando vediamo le madri ucraine nelle città ferite dalla guerra, a Charkiv o Mariupol’, mentre cercano di proteggere nei figli un frammento di futuro, senza consegnarli all’odio.

Continua nei corridoi improvvisati degli ospedali di Khartoum, dove medici e infermieri sono attaccati dai guerriglieri ma restano al loro posto anche quando tutto invita alla fuga, scegliendo di curare chiunque arrivi.

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Lo sguardo del centurione continua quando riconosciamo i gesti silenziosi delle donne afghane che, private della parola pubblica, continuano a insegnare di nascosto, difendendo la dignità del sapere.

Continua quando riconosciamo le famiglie israeliane e palestinesi che, pur segnate da lutti profondi, scelgono di incontrarsi e dialogare, come fanno i membri di Parents Circle–Families Forum, rifiutando che l’odio diventi maledizione perpetua.

Continua quando ammiriamo l’ostinato attaccamento alla vita di Molly Bloom nell’Ulisse di Joyce che, nonostante la morte del figlio neonato cerca l’amore del marito Leopold, paralizzato dal lutto, perché non vuole arrendersi al dolore, non vuole che il dolore abbia l’ultima parola sulla propria vita.

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Lo sguardo del centurione si rinnova ogni volta che incontriamo – e accade molto più spesso di quanto pensiamo – uomini e donne che soffrono senza perdere la loro umanità, che attraversano il dolore senza trasformarlo in violenza, che continuano ostinatamente a cercare un frammento di bene anche quando tutto sembra crollare. Persone che non fanno rumore, che non dominano la scena, che non sono sui social ma che, nel silenzio, tengono in piedi il mondo. In loro riconosciamo, magari senza saperlo dire, qualcosa di “giusto”.

“Hai preso dolcezza da ogni dolore”

Come il centurione sotto la croce, anche noi ci troviamo davanti a una verità spiazzante, che non avevamo previsto: la dignità più alta non coincide con la forza della vendetta e dell’odio ma con la capacità di non tradire e maledire la vita, neppure quando la vita sembra tradire noi. “Hai preso dolcezza da ogni dolore”, come cantava Ornella Vanoni. Ecco, appunto.

Il centurione, sotto la croce, non ha fatto un ragionamento teologico. Ha visto. E ciò che ha visto ha cambiato il suo sguardo e, forse, anche la vita.

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