Il romanzo d’esordio della scrittrice basca Eztizen Artola Iturrate racconta la sua esperienza di “bambina con zainetto” e l’infanzia passata viaggiando per carceri lontani, in cui era detenuto il padre, militante dell’ETA. Come racconta l’autrice in quest’intervista, il libro esplora il sentimento di asfissia che provoca lo spazio carcerario, ma attraverso il tono ingenuo della piccola protagonista: “Non volevo cadere nella drammaticità e sapevo che una prospettiva infantile mi avrebbe consentito di costruire un racconto più umoristico, leggero”. Non mancano anche momenti più sereni, come il ricordo della solidarietà dimostrata dalla comunità locale
Alcuni ticchettii alla porta sono più potenti di altri.
Quando l’operatore scolastico bussa e fa il suo ingresso in aula, Ihintza sa che è lì per lei, sente che il mondo le sta crollando addosso perché qualcosa è finalmente accaduto: dopo 27 anni di detenzione, suo padre è stato scarcerato. È l’ora dell’ultimo viaggio, quello per andare a prenderlo e ricondurlo finalmente a casa.

Questa è la scena di apertura di Bambina con zainetto, il romanzo d’esordio di Eztizen Artola Iturrate, edito da Crocetti nella traduzione dal basco di Roberta Gozzi. Uscito nei Paesi Baschi due anni fa, il libro ha ricevuto una calorosa accoglienza in ambito regionale, senza essere stato ancora tradotto in lingua spagnola.
Scrittrice e insegnante ventisettenne di Bilbao, Iturrate rievoca la propria infanzia nei lunghi spostamenti verso le carceri in cui fu detenuto il padre, militante dell’ETA – acronimo per “Euskadi Ta Askatasuna”, organizzazione armata nata nel 1958 per sostenere l’indipendenza della regione basca dal governo centrale di Madrid.
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Da Mansilla de las Mulas a Burgos, da Daroca ad Aranjuez, la narratrice sperimenta, con la sua ingenuità infantile, l’asfissia dello spazio carcerario, le sfiancanti procedure burocratiche per accedere alle stanze dei colloqui e la violenza di genere inflitta dalle guardie. Limpido in lei è anche il ricordo della solidarietà dimostrata dalla comunità locale e della felicità nello stare insieme, cantando e giocando sul sedile di un furgone.
Lei è stata, e si definisce tuttora, una “bambina con zainetto”. Quanto è conosciuto il fenomeno in Spagna?
“In realtà, molto poco. Dalla conclusione della lotta armata, della stessa ETA si parla raramente e, quando viene chiamata in causa dalla destra spagnola, l’obiettivo non è mai approfondire e cercare una soluzione al conflitto, ma alimentare l’odio verso la regione basca. Sulle torture subite dai militanti in carcere, è stata condotta molta ricerca, mentre è ancora poco documentata l’infanzia di chi, con lo zainetto sulle spalle, entrava nelle carceri per far visita ai genitori”.
In lingua basca, il libro s’intitola Gurpalak. Qual è il suo significato?
“È una parola in euskera suggeritami da mia madre e significa ‘ruote’. Ero molto indecisa sulla scelta del titolo: il primo a cui avevo pensato era Generata nel carcere di Mansilla de las Mulas, perché la protagonista era stata concepita durante gli incontri privati previsti dalla legge nelle carceri spagnoli tra il detenuto e il partner. Ma era troppo lungo, l’ho dovuto scartare. A quel punto ho chiesto un parere a mia madre, che ha subito pensato alle ruote, alla mia infanzia in continuo movimento. La ruota rievoca un moto circolare, il reiterarsi degli eventi fino alla liberazione di mio padre”.
La temporalità circolare del romanzo vuole ribaltare la narrazione secondo cui la sofferenza di una “bambina con zainetto” finisce con la scarcerazione paterna?
“Sì, certamente. Siamo soliti pensare che uscire di prigione significhi ritrovare una condizione di normalità; in realtà, le ferite subite durante la detenzione restano aperte e possono esplodere proprio quando si riacquista la libertà”.
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Cosa succede quando si esce fuori?
“Se la detenzione può accendere nell’essere umano uno spirito di sopravvivenza, quando si ritorna in libertà, le difese si abbassano, la tensione si attutisce e il corpo o la mente fanno ‘crack'”.
E per i familiari?
“Si attiva lo stesso meccanismo. Il carcere è uno strumento brutale di distruzione umana”.
Quando il padre ritorna a casa, la protagonista ormai adolescente avverte il bisogno di tenere una certa distanza da lui. In che misura questo impulso è influenzato dalla differenza di genere?
“Molto, perché quella ragazza, cresciuta tra donne, deve imparare a condividere gli spazi con un uomo sconosciuto. Inoltre, in lei sta maturando una prima consapevolezza femminista, che entra inevitabilmente in conflitto con il sistema patriarcale e maschilista”.
Qual è il suo rapporto attuale con il femminismo?
“Come la protagonista del romanzo, anch’io ho sviluppato molto presto una coscienza femminista. Fin da piccola ero solita domandare a mia madre cosa sarebbe successo se, al posto di mio padre, in carcere ci fosse stata lei. Mio padre si sarebbe preso cura di me allo stesso modo? E avrebbe fatto visita a mia madre o l’avrebbe abbandonata? Sono tutte domande che mi seguono ancora oggi. A diciassette anni, ho partecipato alla nascita di un gruppo femminista di quartiere e sono tuttora attiva in diversi movimenti sociali”.
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Da un punto di vista narrativo, da dove deriva la scelta di raccontare la storia attraverso lo sguardo di una bambina e non della giovane donna che è oggi?
“Non volevo cadere nella drammaticità e sapevo che una prospettiva infantile mi avrebbe consentito di costruire un racconto più umoristico, leggero. Inoltre, è innegabile che la mia infanzia con lo zainetto sia stata dura, ma sono stata anche felice perché ho ricevuto affetto non solo dalla famiglia, ma anche dalle numerose associazioni di volontariato”.
Dopo l’uscita del libro, ha ricevuto messaggi da bambine e bambini con lo zainetto, o dai loro genitori?
“Tantissimi! Il mio romanzo ha avuto un’accoglienza incredibile e inaspettata. Molti coetanei mi hanno scritto di essersi identificati nel mio racconto e di aver consigliato il libro ad amici e genitori, perché non erano mai riusciti a trovare le parole per descrivere quell’esperienza”.
È stata invitata a parlarne nelle scuole?
“Sì, e continuo tutt’ora ad andarci”.
Da insegnante, se una alunna le domandasse perché esiste il carcere, come risponderebbe?
“Le spiegherei che le persone detenute non sono per forza cattive, che il carcere nasce per punire chi infrange le regole, ma è anche un sistema basato su controllo, esclusione e paura”.
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