Con “La macina della risacca”, Andrea Molesini intreccia memoria familiare e Storia a partire da una stanza d’ospedale al Lido di Venezia. Negli ultimi mesi di vita, il padre Aurelio racconta al figlio la fuga dopo l’8 settembre 1943, quando portava con sé i disegni segreti dell’Aquila. Da quel racconto nasce un romanzo sulla guerra, sul silenzio dei padri e sulla scrittura come forma di eredità…

È in libreria per Sellerio La macina della risacca, il nuovo romanzo di Andrea Molesini.

Premio Campiello con Non tutti i bastardi sono di Vienna, Molesini torna a raccontare il punto in cui la Storia entra nelle vite private e costringe gli individui a misurarsi con sé stessi. Questa volta, però, il cuore del libro è una stanza d’ospedale: qui il padre Aurelio, detto Rolli, negli ultimi tempi della sua vita riannoda davanti al figlio Andrea i fili di un passato a lungo rimasto nel silenzio.

La macina della risacca Andrea Molesini

Una stanza davanti al mare

Siamo negli anni ’70, all’Ospedale al Mare del Lido di Venezia, dove Aurelio è gravemente malato. Dalla finestra arriva il rumore continuo della risacca, che impone al romanzo il suo ritmo. Andrea ha 20 anni, studia Lettere a Padova, vorrebbe diventare scrittore e conosce il padre come un uomo severo, formato da un’idea antica dell’autorità. Elvira, la madre, è ricoverata altrove, schiacciata da una depressione profonda. Quando la famiglia sembra ridotta all’essenziale, Aurelio comincia finalmente a parlare.

La fuga dopo l’8 settembre

Il centro del romanzo è la fuga di Aurelio dopo l’8 settembre 1943. Ingegnere navale del Genio della Regia Marina, di stanza nei cantieri di Genova, porta con sé i disegni di uno scafo segreto, l’Aquila, destinata a diventare la sola portaerei italo-tedesca. Dopo l’armistizio deve raggiungere Venezia mentre il Paese si disgrega e ogni spostamento può trasformarsi in una minaccia. Molesini segue quel viaggio in un’Italia impaurita, dove la guerra invade le azioni più comuni e rende decisivo il minimo errore.

In questa materia Molesini ritrova uno dei nuclei della sua narrativa: il momento in cui la guerra raggiunge gli uomini, quando le formule dell’obbedienza diventano insufficienti e ciascuno deve scegliere senza potersi riparare dietro una disciplina ricevuta. L’8 settembre funziona come una frattura morale prima ancora che storica: Aurelio attraversa quel vuoto cercando una fedeltà più alta degli ordini, mentre attorno a lui la patria conosciuta si dissolve.

La risacca del tempo

Il titolo concentra il movimento del libro. La risacca consuma ciò che incontra e lo restituisce in frammenti; allo stesso modo il tempo lavora sulle vite, cancella quasi tutto e lascia emergere ciò che resiste. Aurelio racconta perché sente vicina la fine e perché vuole consegnare ad Andrea un’immagine di sé più intera di quella prodotta da anni di silenzio. La sua voce colma una distanza e permette al figlio di vedere dietro la durezza un’esistenza segnata dalla paura e dalla scelta.

piatto copertina "Non tutti i bastardi sono di Vienna" - Andrea Molesini - Sellerio

Il romanzo cresce dentro questo passaggio di voce, in cui la malattia rende possibile un dialogo rimasto bloccato. Aurelio parla dal margine della morte mentre Andrea entra nell’età adulta, e tra loro prende forma una vicinanza tardiva, resa urgente dal poco tempo rimasto. Il figlio porta al padre i propri tentativi di scrittura e Aurelio diventa il primo destinatario di quella vocazione incerta. Da qui il libro si apre a una riflessione sull’origine della letteratura: Andrea scopre che scrivere significa anzitutto ascoltare e trattenere ciò che il tempo disperde.

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Desiderio e perdita

Accanto a questa relazione si muove Anna, la dottoressa che cura Aurelio e di cui Andrea si innamora, cercando in quella passione un riparo dal dolore che avanza. La sua presenza introduce nel romanzo una tensione privata, legata al desiderio che nasce mentre la morte occupa la scena. Molesini evita ogni enfasi sentimentale e affida questa linea narrativa a una prossimità trattenuta, dove la cura del padre e l’attrazione per Anna appartengono alla stessa educazione alla perdita.

Una Venezia senza cartolina

La prosa tiene insieme precisione realistica e intensità figurativa, con una lingua che cerca l’immagine senza perdere contatto con le cose. Il mare, all’inizio presenza esterna, entra nella struttura del racconto e accompagna il passaggio tra il presente dell’ospedale e il passato della guerra. Anche Venezia sfugge alla cartolina: appare come uno spazio fisico e mentale, familiare e imprendibile, dove l’acqua ricorda la precarietà di ciò che resta.

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L’eredità del racconto

La macina della risacca è un romanzo di guerra attraversato da una domanda più intima, che riguarda ciò che un figlio può davvero sapere di suo padre. La sua forza nasce dal momento in cui Aurelio, consumato dalla malattia, riesce ancora a modificare lo sguardo di Andrea, consegnandogli un passato che rende più comprensibile la distanza tra loro. Attraverso il racconto, la figura severa dell’infanzia lascia affiorare un uomo preso nella violenza della storia.

Davanti alla tomba di Aurelio, Andrea comprende che il dialogo aperto negli ultimi giorni ha cambiato forma. Da quel momento toccherà a lui continuarlo, trasformando memoria in eredità e ascolto in scrittura.

Il romanzo trova qui il suo punto più limpido: ciò che resta di una vita dipende anche da chi accetta di raccoglierla, sottraendola alla macina del tempo.

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Fotografia header: Andrea Molesini nella foto di Mia Lecomte

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