“L’arte di esserci davvero consiste nell’esporre ciò che realmente siamo, ciò che abita il nostro mondo interiore. Altrimenti restiamo tutti prigionieri di un gioco di immagini: siamo presenti, siamo visibili, ma ciò che c’è veramente dentro di noi non viene mai allo scoperto…”. Un passato di studi sull’intelligenza artificiale, poi la conversione, in metropolitana, leggendo il Vangelo. Ora è il Predicatore della Casa Pontificia (cioè il “mental coach” del Papa e dei Cardinali), e ogni domenica, a Milano, le sue omelie sono seguite da tantissimi giovani (anche attraverso dei podcast). Fra Roberto Pasolini, in libreria con “Quello che siamo basta – Il libro di Ester e l’arte di esserci davvero”, si racconta in questa intervista, un’occasione per riflettere sulle fragilità del nostro tempo e per affrontare diversi temi (tra cui l’impatto dell’AI): “Non siamo chiamati a essere perfetti o straordinari: ciò che siamo e abbiamo è già sufficiente per fare il bene. Anche quando non si vede, Dio continua ad agire dentro le pieghe degli eventi”. E ancora: “È proprio questa intuizione che può aiutarci a leggere il nostro tempo e forse anche a superare l’antica contrapposizione tra credenti e non credenti…”

Ogni domenica sera alle 21 la chiesa dei frati cappuccini di piazzale Velasquez a Milano, accanto al Rosetum, è gremita di gente – moltissimi, giovani – per ascoltare la sua omelia. E questo ben prima che diventasse il predicatore del Papa.

Il tono è asciutto e pacato, lo stile un mix perfetto tra la profondità dello studio biblico e l’ascolto della vita reale. Non è un caso che gli audio delle sue omelie passino poi di smartphone in smartphone, vengano scambiati su WhatsApp e arrivino su Spotify, dove è autore di ben tre podcast: Nella Parola, Papale Papale e La vita eterna.

Fra Roberto Pasolini predica un Dio non estraneo alla storia, ma presente nelle pieghe dell’esistenza quotidiana; una spiritualità capace di leggere le contraddizioni del presente senza cedere né al pessimismo né alla superficialità.

Il suo ultimo libro (Quello che siamo basta – Il libro di Ester e l’arte di esserci davvero, Bur Rizzoli) è dedicato alla figura biblica di Ester, una giovane ebrea che diventa regina di Persia e nasconde inizialmente le sue origini. Quando il ministro Aman trama lo sterminio degli ebrei, Ester rischia la vita presentandosi al re per denunciarne il complotto. Grazie al suo coraggio, il popolo ebraico viene salvato.

Quello che siamo basta. Il libro di Ester e l'arte di esserci davvero libro fra Roberto Pasolini

Fra Roberto Pasolini, lei va dritto contro una delle ossessioni del nostro tempo, quello cioè di dover continuamente dimostrare qualcosa. In che senso, allora, quello che siamo basta?
“Credo che la grande ossessione degli uomini del nostro tempo sia la sensazione di non essere abbastanza – o mai – all’altezza per tutte le prestazioni che quotidianamente ci vengono proposte o imposte. Per questo il titolo del libro va volutamente controcorrente. Non pretende di risolvere magicamente la tensione tra ciò che ci viene chiesto di fare e ciò che siamo ma, attraverso la storia di Ester, prova ad accendere una luce diversa. Attraverso la vicenda di Ester si impara a guardare diversamente agli appuntamenti che la storia ci offre”.

In che modo?
“Sono proprio quelle circostanze, spesso inattese e perfino scomode, a permetterci di scoprire qualcosa di nuovo su noi stessi. Anche quando voci esteriori e interiori continuano a suggerirci che non siamo abbastanza, quando accettiamo di donarci, di esporci, di fare un passo nella direzione degli altri, accade qualcosa: molti dei pregiudizi che nel tempo si sono sedimentati dentro di noi iniziano a cadere. Ed è allora che possiamo accorgerci di una verità sorprendente”.

Quale?
“Ciò che siamo e ciò che abbiamo è già sufficiente per compiere il bene che siamo chiamati a fare. Non perché siamo perfetti o straordinari, ma perché la vita, mentre ci chiede di metterci in gioco, ci prepara anche a rispondere alle sue domande”.

Lei scrive che la vicenda di Ester è quasi una catarsi per noi. In che senso?
“Non è la storia di una persona dotata di capacità o doni straordinari. Anzi, è segnata da diverse mancanze: è un’orfana, un’esule in terra straniera, non possiede un pedigree che le consente di sentirsi all’altezza o sicura di sé. Eppure, è anche una donna astuta, nel senso migliore del termine. Riesce a servirsi dei propri limiti senza trasformarli in un luogo di vittimismo o di depressione; al contrario, ne fa un trampolino di lancio. È proprio questa la sua grande lezione”.

In un tempo in cui siamo sempre tutti connessi e, almeno apparentemente, in relazione gli uni con gli altri, cosa significa concretamente “esserci davvero” per sé stessi e per gli altri?
“Per me esserci davvero significa anzitutto esserci con quello che siamo, non con ciò che vogliamo far sembrare di essere né con ciò che gli altri desiderano vedere in noi. Attraverso il libro di Ester ho cercato di raccontare quest’arte di esserci davvero, arte che si impara innanzitutto accettando di indossare una maschera. Come spiego nel libro, tutti siamo chiamati a partecipare a una rappresentazione collettiva che ci chiede di indossare un abito, di esporre un profilo, di assumere un ruolo. Questo però non significa fingere: significa entrare nel gioco della cultura, della storia, della trama sociale nella quale siamo inevitabilmente inseriti”.

Per fare poi cosa?
“Partendo da queste maschere iniziali e iniziatiche, che non possiamo fare a meno di indossare, dobbiamo imparare progressivamente a deporle. Solo così i ruoli che assumiamo e le prestazioni che offriamo diventano traslucidi e lasciano intravedere chi siamo realmente. Un palcoscenico, una vetrina, sono inevitabilmente luoghi in cui possiamo esporci e proporci agli altri; ma poi sta a noi decidere se restare una bella statuina oppure togliere la maschera e mostrare ciò che pensiamo e desideriamo davvero. Il rischio, infatti, è quello di lasciarsi imprigionare dalla presenzialità, da quella rincorsa continua che ci spinge a essere presenti a tutto e a tutti senza però rivelare mai a nessuno chi siamo veramente. L’arte di esserci davvero consiste invece nell’esporre ciò che realmente siamo, ciò che abita il nostro mondo interiore. Altrimenti restiamo tutti prigionieri di un gioco di immagini: siamo presenti, siamo visibili, ma ciò che c’è veramente dentro di noi non viene mai allo scoperto”.

Saremo noi. Immersi nell'amore più grande

Tra gli altri suoi libri, Amanti perché amati (Tau, 2015), Non siamo stati noi (Edizioni San Paolo, 2020), È stato Dio (Edizioni San Paolo, 2021), Saremo noi (Edizioni San Paolo, 2021) e Un giorno smetteremo di morire (Edizioni San Paolo, 2023)

Nella vicenda di Ester il nome di Dio non compare mai e la sua presenza resta discreta, quasi nascosta. È una chiave che può aiutarci a leggere anche il presente, segnato da crisi e inquietudini, in cui molti si chiedono perché Dio sembri non intervenire?
“Sì, direi proprio di sì. Anche quando non si vede, Dio continua ad agire. Ed è proprio questa intuizione che, a mio avviso, può aiutarci a leggere il nostro tempo e forse anche a superare l’antica contrapposizione tra credenti e non credenti. Oggi mi sembra meno importante definirsi subito ‘credente’ o ‘ateo’, come se fosse un’etichetta da esibire. Molto più interessante è interrogarsi su ciò che accade nella storia e sul modo in cui il mistero opera dentro la realtà. Per questo trovo che il libro di Ester abbia qualcosa di estremamente attuale”.

Cioè?
“Il nome di Dio non vi compare mai, eppure la sua presenza attraversa tutta la vicenda. È come se ci suggerisse che Dio non sempre si manifesta in modo evidente, ma non per questo è assente. Anzi, spesso agisce in modo discreto, nascosto, dentro le pieghe degli eventi e delle scelte umane. Ed è forse proprio lì che anche noi siamo chiamati a cercarlo oggi”.

Qual è, allora, l’insegnamento più forte di Ester?
“La capacità di esporsi fino in fondo, assumendo la responsabilità di ciò che possiamo fare: vivere come se Dio fosse con noi oppure, per chi non crede, come se la vita fosse completamente affidata alle nostre mani. Forse è proprio questo il punto in cui tutti possiamo incontrarci: il luogo in cui non ci sottraiamo alla nostra responsabilità umana davanti alla storia e agli eventi. È lì che credenti e non credenti possono ritrovarsi, là dove ciascuno, al di là delle proprie convinzioni personali, prova semplicemente a esserci davvero, a mettere in gioco ciò che è e ciò che ha. E forse proprio facendo questo si apre la possibilità dell’incontro più autentico: quello con gli altri”.

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Parliamo un po’ di lei. Nel libro si definisce il “mental coach” del Papa. Che significa essere il Predicatore della Casa Pontificia?
“Continuare a fare quello che già facevo, ma con un’attenzione e una responsabilità ancora maggiori. Credo che ogni passaggio importante della vita, fino alla morte, in qualche modo ci riproponga sempre la stessa domanda: sei sicuro di quello che stai facendo? Ne sei davvero convinto? Lo stai vivendo con responsabilità? Non è che mi sia improvvisato predicatore da un giorno all’altro. Certo, farlo davanti al Papa e ai cardinali porta con sé una responsabilità particolare. Ma quello che sento soprattutto è il dono di poter abitare uno spazio profondamente gratuito: queste meditazioni potrebbero anche non esserci, e invece il Papa e i cardinali scelgono di fermarsi, di dedicare tempo all’ascolto e alla riflessione”.

Non avverte una responsabilità particolare?
“Sì ma non riguarda tanto la prestazione in sé, diciamo così, quanto la scelta dei temi da portare all’attenzione del Santo Padre e dei cardinali. Mi domando quale possa essere l’argomento che davvero interessa loro, o che potrebbe suscitare una provocazione importante per la loro vita e per il cammino della Chiesa”.

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Il suo è un cognome importante. C’è qualche legame di parentela, anche lontano, con Pier Paolo Pasolini?
“Credo proprio di no, se non per il fatto che il nostro cognome ha origine in Emilia-Romagna. Al grande intellettuale mi accomuna forse un’altra cosa: il Vangelo di Matteo, al quale lui dedicò un film nel 1964, e io, leggendolo un giorno in metropolitana, ho capito quale direzione dovesse prendere la mia vita”.

Si è convertito?
“Non parlerei di conversione, ma sicuramente quello è stato uno dei passaggi decisivi della mia vita”.

Racconti meglio.
“Mentre stavo leggendo la pagina delle Beatitudini sono scoppiato in lacrime. Ero in una condizione di sufficiente apertura e vulnerabilità per poter accogliere l’idea che quelle parole fossero rivolte anche a me. Non erano più soltanto un testo antico, ma una parola viva, capace di raggiungermi personalmente. In quel momento molte delle mie riserve e dei miei sospetti si sono sciolti: ho potuto riconoscere in quelle pagine una voce che Dio stava rivolgendo proprio alla mia vita. Credo che la conversione sia proprio il nome che possiamo dare a quei momenti in cui, come accade nella storia di Ester, Dio ci offre l’opportunità di aprirci a una vita più grande e noi siamo chiamati a riconoscere e ad accogliere quella possibilità. Perché, se non sappiamo cogliere questi passaggi, il rischio è che la vita finisca per impaludarsi, perdendo la capacità di rinnovarsi e di lasciarsi sorprendere”.

Un passaggio che ricorda molto il celebre episodio del “tolle, legge” di Sant’Agostino. Dopo, cosa ha fatto?
“Sono tornato nella Chiesa per cercare conferme. Volevo trovare dei segni che potessero aiutarmi a comprendere se quell’intuizione avesse davvero un fondamento. E ne ho trovati moltissimi: nella teologia della Chiesa, nella sua storia, nella profondità della tradizione cristiana. Sono stati per me tre anni, dopo la fine dell’università, di grande approfondimento del cristianesimo. Un percorso che mi ha portato a capire che, in fondo, gli studi sull’intelligenza artificiale che avevo intrapreso erano soltanto il corollario di qualcosa di molto più grande che mi si stava rivelando davanti agli occhi. Il cristianesimo è stata una curva improvvisa che mi ha restituito un panorama bellissimo, davanti al quale non ho saputo dire di no”.

Era fidanzato?
“Sì, anche se quella relazione era già in crisi e probabilmente non sarebbe comunque durata. In più, ho incontrato nella fede cristiana qualcosa di così forte e importante che, nel giro di poco tempo, la ricerca di una persona con cui condividere la vita ha smesso di essere il centro delle mie domande. A un certo punto è stato naturale congedarmi da quella relazione e non cercarne altre”.

Perché ha scelto la Regola francescana?
“È stato un caso o, forse, la Provvidenza. Una sera mi è capitato di prendere tra le mani gli scritti di San Francesco e di Santa Chiara proprio in un momento in cui stavo cercando testimonianze cristiane particolarmente significative. Quelle pagine mi hanno conquistato, un po’ come mi era accaduto con il Vangelo in metropolitana. Attraverso le loro parole ho trovato una testimonianza cristiana capace di parlare alla vita concreta, una fede vissuta con radicalità, semplicità e autenticità. Da lì è nata anche la curiosità di conoscere più da vicino i frati, di passare dall’ideale al concreto e di capire se quella forma di vita potesse davvero corrispondere alla chiamata che stavo iniziando a riconoscere”.

A quale convento è andato a bussare?
“A quello di Milano e lì i frati mi hanno indirizzato alla comunità di Varese dove nel 1997, un anno dopo la laurea, ho iniziato il mio percorso formativo. Nel 2002 ho emesso i voti perpetui e quattro anni dopo, il 23 settembre 2006, sono stato ordinato sacerdote”.

Oggi si parla moltissimo, e spesso anche a sproposito, di Intelligenza artificiale. Lei è stato un precursore perché nel 1996 gli ha dedicato la tesi di laurea. Mi dica un aspetto positivo.
“Potrebbe liberarci da molte attività ripetitive e aiutarci a comprendere meglio il funzionamento della nostra stessa intelligenza. Se usata nel modo giusto, può diventare un’occasione per recuperare tempo ed energie da dedicare a ciò che è più profondamente umano: la creatività, le relazioni, la ricerca di senso e la dimensione spirituale. Ma c’è un aspetto ancor più positivo che viene evidenziato ancora troppo poco”.

Quale.
“Se stiamo davvero riuscendo a costruire un’intelligenza sempre più simile alla nostra, questo potrebbe aiutarci a comprendere meglio ciò che ci rende propriamente umani. E ciò che ci distingue non è soltanto la capacità di pensare o di elaborare dati, ma la consapevolezza, la libertà e la profondità della nostra esperienza. Per arrivare a questo, però, ci vorrà ancora molto tempo”.

E uno negativo?
“Il rischio più grande è proprio il rovescio della promessa più positiva: mentre l’IA potrebbe aiutarci a diventare più umani, liberandoci da alcune incombenze pratiche, potremmo finire per diventare noi più simili alle macchine. Il pericolo è di lasciarci affascinare così tanto dalle loro capacità da trasformare la tecnologia in un nuovo idolo, dimenticando che è uno strumento creato dall’uomo e non qualcosa a cui sottomettere la nostra umanità. È una dinamica che la storia conosce da sempre: ogni cosa che l’uomo costruisce può diventare un idolo davanti al quale rischia di inginocchiarsi. Oggi questa possibilità assume una dimensione nuova, perché l’intelligenza artificiale appare come una creazione dalle potenzialità enormi, quasi un “golem” tecnologico”.

Tornando a quel giorno in metropolitana, c’è una beatitudine in particolare che la colpì?
“In quel momento quella dei poveri in spirito. Poi, con il passare del tempo, quella che sento più vicina è un’altra: ‘Beati i miti, perché erediteranno la terra’. Se qualcosa ho potuto comprendere del mistero di Dio e delle persone che riescono a trasmetterne un riflesso attraverso la loro umanità, credo sia proprio questo tratto della mitezza. Per me è diventato qualcosa di molto importante, quasi un criterio con cui guardo alle persone che incontro”.

Cos’è la mitezza?
“Non è l’atteggiamento rassegnato di chi non ha più voglia di combattere nella vita. Al contrario, nasce da una grande forza interiore: è come una brace che arde nel cuore di persone che hanno compiuto un lungo lavoro su sé stesse, che hanno combattuto dentro di sé per liberarsi dalla violenza, dalla manipolazione e dal bisogno di imporsi sugli altri”.

Una persona mite di oggi che le viene in mente?
“Papa Leone. La sua mitezza è una forma di intelligenza, una capacità profonda di ascolto: non avere la fretta di pronunciare subito le parole più importanti, ma saperle custodire e scegliere il momento giusto per dirle. La visita che ha compiuto recentemente in Spagna mi è sembrata già una prima manifestazione del suo modo di essere Pontefice. Mi ha colpito la sua capacità di parlare non soltanto alla mente, ma anche al cuore di una nazione e, direi, più ampiamente al cuore di un continente. C’è, in questo stile, qualcosa che appartiene proprio alla mitezza: la capacità di raggiungere gli altri senza imporsi, senza occupare tutto lo spazio, ma creando uno spazio nel quale le persone possano sentirsi accolte e realmente raggiunte”.

Gesù Cristo è ancora la via migliore per arrivare a conoscere Dio?
“Credo di sì, anche perché ci ha lasciato un criterio quasi paradossale per riconoscere la presenza di Dio: la croce. Se comprendiamo che non esiste una situazione così drammatica nella storia da impedire a Dio di essere presente, allora abbiamo una luce nuova per imparare a riconoscerlo anche nel nostro tempo, dentro le contraddizioni e le ambiguità che viviamo”.

Dov’è Dio oggi?
“Molte persone hanno l’impressione che oggi Dio sia più assente, sia perché la storia dell’umanità sembra spesso un susseguirsi caotico di drammi e sofferenze, sia perché viviamo in una società sempre più secolarizzata. Credo invece che Dio sia ancora profondamente presente nella nostra cultura e nella nostra storia, ma forse a un livello più profondo rispetto a quello a cui eravamo abituati a cercarlo in passato”.

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Fotografia header: Fra Roberto Pasolini nella foto di Marco Previdi

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