Un romanzo sperimentale, in bilico tra la poesia e la prosa, che racconta storie da una realtà allucinata, in cui uomini e donne si muovono come sonnambuli, preda di paure, ossessioni, incubi e deliri che riconosciamo come vicini. Alla scoperta di “La vecchia nuvola fluttuante” della grande scrittrice cinese Can Xue, un libro tragico, innervato di umorismo disperato

Che voglio dire? Non mi ricordo che intendessi dire, così ho detto una frase di cui io stesso non capisco il senso”.

Potrebbe essere questa citazione un buon biglietto da visita per cominciare a parlare di La vecchia nuvola fluttuante di Can Xue, tradotto dal cinese da Maria Rita Masci e edito da Utopia.

Potrebbe perché si ha a che fare con un romanzo più che sperimentale, in cui non solo sin da subito sembra (sembra!) venire meno ogni ipotesi di trama, ma in cui la stessa tessitura delle parole si sfalda, cede a ogni passo a una slogatura e scardina i nessi logici tra una frase e l’altra, dando l’impressione di una cantilena ipnotica e insensata, tanto affascinante quanto incomprensibile. E altrettanto impossibile da ricostruire, forse proprio perché tra le domande che questa storia lascia insolute resta quella che chiede se sia possibile, effettivamente, costruire qualcosa.

Un libro che sfida lettori e lettrici

In fondo, però, la sfida di un libro così, che ha l’apparenza di un romanzo, una sostanza di poesia profonda e surreale e cerca costantemente di eludere tutto, tanto la poesia quanto il romanzo, è proprio non lasciarsi ridurre a un solo elemento, rendere molto difficile trovare il centro (la domanda, ancora: che cosa vuole dire?) e al tempo stesso far emergere all’improvviso alcune cose che sono temi, paure, elementi così nostri e così chiari da chiedersi dove fossero. Ma erano proprio lì, in quelle stesse parole e in quelle immagini, parlavano di noi dietro alle nostre spalle.

La vecchia nuvola fluttuante

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Una sinossi, tanto per fare un po’ di ordine (se di ordine si può parlare, in un paesaggio tanto sconvolto): due coppie di coniugi, una con una figlia adolescente, in uno spazio e un tempo indefinito, che abitano case vicine in una zona intermedia tra la veglia e il sonno, la follia e la quotidianità, i ritmi naturali e il caos. Nessun dialogo tra loro va a segno, perché ogni frase suona a vuoto e riverbera le ossessioni, le demenze e le incomprensioni. Intorno prolifera una natura deforme – fin dalle prime righe compare un profumo inquietante di fiori di gelso – che non li aiuta a uscire da un delirio cui sembrano irrimediabilmente consegnati.

Tutto si perde in un turbine meraviglioso

Da subito tutto smotta e si perde in un turbine meraviglioso. Ma lo stupore è parente dello stordimento e le concatenazioni di frasi straordinariamente slegate, e intimamente vicine, sono al tempo stesso delicate e inquietanti. Così come è inquietante il deteriorarsi dei rapporti tra i personaggi: non sappiamo perché, ma lo capiamo. C’è qualcosa che li allontana e li divora, li costringe a stare male.

Tra i diversi possibili, però, vale la pena di evidenziare tre fili che percorrono tutta La vecchia nuvola fluttuante: lo scatologico, inaugurato da Mu Lan — una delle donne protagoniste — che nella prima pagina del romanzo prende i fiori di gelso, forse responsabili dei sogni contorti del marito (“vide numerose donne dal volto rosso affacciarsi alla stanza della finestra, avevano colli lunghi e sottili dai quali le teste pendevano come funghi velenosi”), ci fa una zuppa e “mangiata quella strana zuppa, scoreggiò ininterrottamente per tutta la notte”.

Una corporeità insopprimibile e dolente

Tutto il romanzo è percorso da corpi cadenti e disfatti, alle prese con le funzioni più basse e con i loro propri residui. Una corporeità insopprimibile e dolente, ultimo detrito di sopravvivenza che fa da contraltare alla bellezza convulsa del mondo che si muove intorno a questi uomini e donne allucinati.

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E dopo ci sono la nevrosi e la paura. Nervi scossi che ricorrono di continuo, affiorano nelle conversazioni, rievocano traumi di cui non si capisce l’origine ma sono chiare le conseguenze: “L’uomo spense la luce e iniziò ad ascoltare attentamente nel buio, capì che la moglie fingeva di russare e la sentì tremare per l’ansia. Da quel giorno diventò insonne e in breve sviluppò una nevrosi. In seguito la donna lo morse varie altre volte, ma siccome non dormiva appieno, le ferite non furono mai gravi”.

Poi c’è una paura che si fa sospetto, certezza dell’ostilità delle creature intorno, rabbia contro chi vuole il nostro male ovvero tutti, tutti gli altri, che non amiamo e che non amano come dovrebbero e che sono nemici anche se vicini, anzi, proprio perché più vicini. “Mio suocero istiga la figlia a rubare cose da casa nostra per portarle nella sua, crede che io non lo sappia, hanno messo su un teatrino”.

Un romanzo tragico, innervato di umorismo disperato

Un corpo che soffre, una psiche spezzata, l’ossessione per la propria sicurezza contro la cattiveria altrui: tre motivi che attraversano tutto il romanzo, mai espliciti e sempre in evidenza. Con il ritmo serrato di chi parla senza capirsi, mettendo una foga frustrata nei suoi propri gesti, insensati quanto lo è il mondo intorno. La vecchia nuvola fluttuante è un romanzo tragico innervato di umorismo disperato, che alterna squarci di comicità a un quadro di devastazione, interiore ed esteriore, contro la quale non sembra poterci essere scampo.

È stato detto che le storie di Can Xue fanno tornare alla mente Kafka o Borges, e c’è certamente del vero. Ma è impossibile non pensare anche al post-esotico di Antoine Volodine, che pure sta così lontano, in un altro continente.

Eppure evidentemente c’è qualcosa, forse nell’epoca, che fa riverberare insieme queste storie che sarebbe un po’ facile etichettare come distopiche o sperimentali. Invece ci stano parlando di qualcosa di molto più vicino: personaggi cadenti, sonnambulici, sconnessi, meschini e smemorati, pieni di passione sempre postuma. Quella di chi osserva la vita per come avrebbe potuto essere e non è stata, e per come invece è adesso.

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