“Avevo vent’anni. Mi trovavo nella biblioteca della Scuola Normale a Pisa e decisi tre cose: che volevo fare lo storico; che volevo studiare i processi di stregoneria; e che volevo studiare non i meccanismi di persecuzione ma i perseguitati”. A 87 anni è venuto a mancare un grande storico, Carlo Ginzburg, che nel suo ultimo libro ha scritto: “Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”
Il mondo della cultura è in lutto per la morte, a 87 anni, di un grande storico: Carlo Ginzburg. Nato a Torino il 15 aprile 1939, è venuto a mancare a Bologna.
La scelta della storia era arrivata all’improvviso, come lo stesso Ginzburg ha raccontato in un’intervista del 2016: “Avevo vent’anni. Mi trovavo nella biblioteca della Scuola Normale a Pisa e decisi tre cose: che volevo fare lo storico; che volevo studiare i processi di stregoneria; e che volevo studiare non i meccanismi di persecuzione ma i perseguitati“.

Il suo saggio d’esordio, I Benandanti, è uscito nel 1966 (“un libro rivoluzionario per la storiografia dell’epoca“, lo ha definito Simonetta Fiori su Repubblica). L’autore, 27enne, figlio dell’intellettuale antifascista ebreo Leone Ginzburg, e della scrittrice Natalia Levi in Ginzburg (di padre ebreo e madre cattolica), fratello dell’economista Andrea Ginzburg, aveva studiato prima all’Università di Pisa e alla Scuola Normale, e in seguito al Warburg Institute di Londra.
Nel corso del suo percorso accademico Carlo Ginzburg ha insegnato storia moderna all’Università di Bologna e poi alle università Harvard, Yale (New Haven), Princeton e alla Università della California a Los Angeles (dove è stato anche titolare di una cattedra di storia del Rinascimento italiano). Dal 2006 al 2010 ha insegnato Storia delle Culture Europee alla Normale, tornando così a Pisa.
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Tanti i premi ricevuti, come Premio Viareggio per la saggistica nel 1998 per Occhiacci di legno, e il Premio Balzan, nel 2010, da parte dell’Accademia dei Lincei.
Il rapporto con la madre
Parlando della madre, la celebre autrice di Lessico famigliare, ha spiegato: “È stata una figura fondamentale. Ed è possibile che io abbia scoperto qualcosa che è patrimonio comune – la dimensione narrativa della ricerca storica – grazie a questa radice personale. Ho un ricordo molto nitido di quando ero bambino, e camminavo con mia madre per le strade di Torino. A un tratto mia madre mi raccontò d’un libro che parlava di qualcuno che si svegliava trasformato in un insetto. Quando, anni dopo, lessi La Metamorfosi di Kafka mi tornò in mente quel momento”.
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I suoi libri
Tra i suoi libri pubblicati da Einaudi, oltre a I benandanti, ricordiamo Il nicodemismo (1970), Giochi di pazienza (1975, con Adriano Prosperi), Il formaggio e i vermi (1976), Indagini su Piero (1981), Miti emblemi spie (1986), Il giudice e lo storico (1991) e Storia notturna – Una decifrazione del sabba (1998).
Per Feltrinelli sono usciti Occhiacci di legno (1998), Rapporti di forza (2001), Nessuna isola è un’isola (2002) e Il filo e le tracce (2006).
Il suo ultimo libro, Il vincolo della vergogna – Letture oblique, è appena uscito per Adelphi (che ha proposto le sue ultime opere): “Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare“, scrive Ginzburg.
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