Quanto la presenza di una madre, o la sua assenza, condiziona la nostra vita adulta? Questa è la domanda a monte di “La regina della notte”, il nuovo romanzo di Lukas Bärfuss, autore di diverse opere, come “Hagard”, “Koala”, “Il cartone di mio padre” e vincitore di numerosi premi letterari (tra i quali il Berliner Literaturpreis, lo Schweizer Buchpreis e il Georg-Büchner-Preis). Nel nuovo libro, un memoir, il romanziere e drammaturgo svizzero porta avanti il racconto di un disamore: parte dall’infanzia, trascorsa ad aspettare un po’ di bene da chi l’ha messo al mondo, fino ad arrivare a un riscatto adulto, che smentisce ciò che decenni di psicologia ci hanno insegnato. Nasce così un testo che non giunge a conclusioni finalistiche, ma solo progressive

La regina della notte (traduzione di Marco Federici Solari per L’orma editore) inizia con la morte di una madre e con il racconto del figlio che, spinto più dalle convenzioni sociali che da un reale vincolo di affetto, si reca nel luogo dove la madre aveva scelto di vivere, e morire. Un’isola caraibica, quanto di più lontano dal carattere e dalle inclinazioni del figlio.

Il racconto di un disamore

Inizia così il lungo racconto di un disamore, che diventa occasione per l’autore, Lukas Bärfuss, per porsi una domanda importante.

Quanto la presenza di una madre, o la sua assenza, condiziona la nostra vita adulta? Come si fa a vivere quando manca l’empatia dalla propria esperienza infantile?

copertina di La regina della notte di Lukas Bärfuss

Lukas Bärfuss, già autore di Hagard, Koala, Il cartone di mio padre e vincitore di numerosi premi letterari (tra i quali il Berliner Literaturpreis, lo Schweizer Buchpreis e il Georg-Büchner-Preis) in questo memoir non fa sconti e racconta di un’infanzia trascorsa ad aspettare un po’ di bene da chi l’ha messo al mondo. Il padre, un criminale in prigione, il patrigno, una figura che aumenta l’entropia instabile della famiglia e la madre, una donna povera di mezzi, ma anche di spirito.

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Cresciuto in Svizzera, tra abbandoni e violenze, ha imparato molto presto cosa significhi essere una bestia da soma. Costretto a lavori saltuari, ha sempre lo sguardo rivolto verso quell’unica madre che di giorno lavora in fabbrica, o al lavaggio auto, e la notte invece sfoga le sue frustrazioni in una vita, non importa se senza regole, ma che sia soprattutto intesa senza alcuna forma di responsabilità genitoriale.

«La regina della notte», sinistro personaggio del Flauto magico di Mozart. Il ruolo richiede una notevole caratura tecnica, per i repentini passaggi ad acuti eccezionali. Esattamente come la vita di questa donna, incapace di veleggiare verso una stabilità che sia conforto per gli altri.

Ma il protagonista compie l’inverosimile. Non accetta i condizionamenti imposti dal suo stato sociale, non indulge alla violenza o alla ricerca di scorciatoie. Lui studia, e diventa uno scrittore di successo.

Ed è qui, in questo scarto all’intersezione tra esperienza e cultura che la doma, che si innesta la ricerca esistenziale di Bärfuss.

L’eredità di una madre è impossibile da ignorare

Assente o presente, l’eredità di una madre è impossibile da ignorare. Un adulto dovrà sempre fare i conti con il suo condizionamento, l’odio, il risentimento, il timore di avere un’ostinata ereditarietà genetica nella sua mancanza di compassione.

Ma anche il riscatto, che la sua vita testimonia, a smentire ciò che decenni di psicologia ci hanno insegnato. Il protagonista è la testimonianza evidente del fatto che l’assenza di una madre può anche non influire sulla funzionalità di un adulto.

Stupende e affilate le pagine che si addentrano con maestria nel pensiero che ha forgiato i nostri codici culturali di riferimento contemporanei, anche in letteratura.

Scrive Bärfuss:

Quante cose aveva associato Sigmund Freud al rapporto fra madre e figlio! Aveva descritto la madre nutrice, quella erotica, quella perturbante e le conseguenze che le diverse tipologie avevano sul successivo sviluppo sessuale del bambino. Un’opera straordinaria, ma il mio caso non era contemplato. Ero il suo punto cieco. La mia sessualità, come quella di chiunque, mi dava qualche grattacapo, ma perlopiù la vivevo con soddisfazione e serenità. In ogni caso non soffrivo di nessuna delle perversioni elencate sotto il codice F65 della Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati (icd-10). Non ero nemmeno ipocondriaco. Andavo dalla mia dottoressa solo quando era necessario. Volevo il mio appartamento pulito e in ordine, ma nessuno mi aveva mai accusato di essere un maniaco dell’igiene. Le mie nevrosi non avevano mai inciso sulla mia vita quotidiana. Di gravi malattie psichiche, depressioni e psicosi avevo avuto esperienza soltanto attraverso amici e compagne.

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Ma ancora di più il passaggio dedicato agli archetipi della madre junghiani, tutti tesi a dimostrare come la «figura etnopsicologica della madre» possa considerarsi universale.

Una madre che sceglie di non esserlo

Poi c’è lo scarto, c’è questa madre del racconto, che semplicemente sceglie di non essere madre. Ed è qui che il romanzo si lega all’analisi sociopolitica.

Cosa manca alla psicologia nell’analisi della figura materna? La considerazione delle condizioni sociali della maternità. È possibile, ed è questa la vera domanda che emerge in questa lettura, che l’istinto venga surclassato dalla fatica di vivere?

In senso lato, quindi, la madre non è solo la persona che ti mette al mondo, ma anche il posto dove vivi, per esempio. Questo fornisce l’occasione a Bärfuss di mettere in scena anche la sua terra natale, la Svizzera, luogo altrettanto crudele che ha fondato la sua fortuna sulla guerra contro gli emarginati, gli scarti, i poveri.

Nasce un romanzo che a tratti è una vertigine di poesia, con frasi dense, pregnanti e sempre puntute. Un’indagine che anche se non giunge a conclusioni finalistiche, ma solo progressive (il senso dell’andare è dunque l’andare), segna un punto notevole di riflessione della letteratura contemporanea.

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Fotografia header: Lukas Bärfuss nella foto di Claudia Herzog

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