Dorothee Elmiger ha vinto con “Quello che non si può dire” il Deutscher Buchpreis, uno dei più importanti premi letterari in lingua tedesca. Il romanzo è ambientato nella foresta amazzonica. Due turiste olandesi sono scomparse, e una compagnia teatrale e una scrittrice si mettono sulle loro tracce. Nella nostra intervista l’autrice parla, tra le altre cose, dei limiti del linguaggio, del fallimento dei valori occidentali e della violenza nella nostra società: “Via via che procedevo nella scrittura, ero continuamente stupita dalla quantità di violenza e oppressione che continuava a emergere. In quanto scrittrice, mi interessa investigare il tempo presente, che è decisamente dominato da più forme di violenza…”. Per la scrittrice e traduttrice svizzera, che cita Ingeborg Bachmann e Thomas Bernhard, è “doveroso mettere in discussione il nostro sistema di ideali”. Allo stesso tempo, non va “gettato via interamente”, ma va “preservato nei suoi aspetti ancora fondamentali”
Una foresta oscura palpitante come un organo interno, alte palme longilinee, lo stridore lacerante di un avvoltoio sopra le teste, una macchina digitale abbandonata sul fondo di uno zaino, ruscelli di acqua torbida, un buio assoluto e cieco: è nel flusso avvolgente di queste immagini magnetiche, e attraverso un racconto frammentato e slegato, che si intesse il discorso di colei che viene presentata come una delle voci letterarie più significative del nostro tempo.
Quando le viene fatto segno, la donna minuta si dirige verso il centro del palco. Sistema con cura un plico di fogli sul leggio, accosta il microfono a sé, fa una prova, poi ringrazia i pochi uditori raccolti in sala. In quella sede, dice, non esporrà il proprio metodo di scrittura, né le idee che hanno plasmato il suo lavoro letterario ma, consapevole della graduale dissoluzione a cui la sua scrittura è ormai esposta, darà voce a quel groviglio di fantasmi che, da quando è discesa nel cuore delle tenebre, la perseguitano, la opprimono, le stanno con il fiato sul collo e non accennano a lasciarla in pace.

Beve un sorso d’acqua, sposta il peso del corpo da un piede all’altro e ritorna al giorno di gennaio in cui la sua automobile si è accostata sul ciglio della strada per ascoltare meglio la voce di quel regista teatrale che le proponeva, entusiasta, di trascorrere una decina di giorni ai tropici. Lì, il suo compito sarebbe stata la trascrizione verbale di tutto il materiale necessario a fini di un’indagine collettiva sul giallo delle due giovani turiste olandesi sparite proprio in quel luogo. Spinta da un’urgenza di evasione, la scrittrice, di cui non conosciamo il nome, salta quindi su un volo diretto verso Panama, sorvola l’Atlantico e, al fianco di una variegata compagnia teatrale, si avventura nella foresta amazzonica sulle tracce delle due donne scomparse.
Da qui si avvia il racconto frastagliato, onirico, meraviglioso e insieme terribile di Dorothee Elmiger in Die Holländerinnen (letteralmente “Le olandesi”) che ora Gramma Feltrinelli porta in libreria con il titolo di Quello che non si può dire, nella traduzione di Nicoletta Giacon.
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Nata nel 1985 a Wetzikon, in Svizzera, laureata in filosofia e scienze politiche all’Università di Zurigo e successivamente in letteratura all’Istituto Letterario Svizzero di Bienna, Elmiger è traduttrice e scrittrice. Con il suo quarto romanzo, pubblicato a Monaco nel 2025 e acclamato dalla critica letteraria di lingua tedesca, ha vinto il Deutscher e lo Schweizer Buchpreis 2025.
L’anonima scrittrice afferma di essere stata, allo stesso tempo, attratta e respinta dalla scomparsa delle due olandesi. Quali riflessioni e istanze hanno condotto invece lei, come autrice, a confrontarsi con una materia così oscura?
“Io stessa, via via che procedevo nella scrittura, ero continuamente stupita dalla quantità di violenza e oppressione che continuava a emergere. All’inizio non era assolutamente nei miei piani, poiché non ho mai provato una particolare fascinazione per questo lato oscuro. Semplicemente, in quanto scrittrice, mi interessa investigare il tempo presente, che è decisamente dominato da più forme di violenza”.
“L’orrore risiede per sua natura al di fuori del linguaggio”, osserva la donna sul palco. Quindi, ogni espressione artistica, compresa la scrittura di questo libro, è inesorabilmente destinata a fallire nel tentativo di dare un nome al terrore?
“È una domanda destinata a rimanere aperta. La protagonista si confronta con un’insensata ferocia, che sembra impossibile spiegare, eppure tenta di trovare una lingua, avventurandosi anche oltre i suoi stessi limiti. È la stessa ricerca intrapresa nella foresta dalla compagnia teatrale, che continua a raccontarsi storie al fine di dare un senso e un ordine a ciò che accade”.
Il limite del linguaggio coincide e riflette il fallimento dell’Occidente?
“È quello che mi interessava esplorare e che mi ha portato a rileggere la Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer, poiché ero alla ricerca di un approccio critico al tema. Gli stessi protagonisti riflettono a lungo sul fallimento dei valori occidentali: hanno letto Adorno e studiato i libri che contano, si pongono di fronte alla realtà con consapevolezza critica e, tuttavia, si ritrovano a ripercorrere dinamiche già attraversate dalle generazioni dei secoli precedenti. È doveroso mettere in discussione il nostro sistema di ideali ma, allo stesso tempo, credo non si debba gettarlo via interamente, ma preservarlo nei suoi aspetti ancora fondamentali”.
In questa discesa agli inferi, la violenza a livello politico – prima di tutto quella esercitata dai paesi colonizzatori – si intreccia costantemente con quella di genere e sulla natura. Qual è il filo che unisce queste diverse forme di dominio?
“L’essere umano, ovvero il modo in cui noi stessi proiettiamo la nostra violenza potenziale sulla realtà che ci circonda. Se osserviamo il presente, per esempio, è impossibile non individuare una correlazione tra l’aumento della violenza domestica e l’ascesa della destra politica e della manosfera”.
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Nel libro occupa un ruolo centrale il racconto di Marilyn Trapenard, un’autorevole e fittizia scrittrice francese, autrice di quella che viene comunemente definita autofiction. La sua figura è stata il punto di partenza per riflettere sulle possibilità e sui limiti di questo genere letterario?
“Sì, sicuramente mi ha dato l’opportunità di riflettere sull’autofiction che, come ogni tendenza, è utile osservare con uno sguardo critico. Al contempo, mi ha permesso di interrogarmi sul potere della scrittura e sui limiti oltre i quali, in quanto scrittrice, non posso e non devo spingermi”.
Nel testo ricorrono spesso riferimenti a Ingeborg Bachmann e Thomas Bernhard. Che rapporto ha con la letteratura austriaca?
“Di Bernhard, Bachmann e di altre autrici e autori austriaci mi affascina l’uso che fanno della lingua, che non è più soltanto uno strumento per dare voce a una storia, ma diventa un territorio da esplorare. Di Bachmann, poi, mi interessa Todesarten, il suo progetto letterario incompiuto sui modi di morire”.
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Fotografia header: Dorothee Elmiger nella foto di Georg Gatsas