Dopo il successo di “La ferrovia sotterranea” e di “I ragazzi della Nickel”, con i quali ha vinto due volte il Premio Pulitzer, Colson Whitehead torna in libreria con l’ultimo capitolo della Trilogia di Harlem, “Freddo come una macchina”. Protagonista il ricettatore newyorkese Ray Carney, deciso a tentare un ultimo colpo e proteggere il proprio figlio dalle brutte compagnie… – Un estratto dal romanzo dello scrittore statunitense, che sarà ospite all’evento inaugurale di BookCity 2026

Colson Whitehead è tornato. Lo scrittore statunitense classe 1969, due volte vincitore del Premio Pulitzer (nel 2017 e nel 2020), è in uscita con il romanzo Freddo come una macchina (Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi), terzo e ultimo capitolo della Trilogia di Harlem, iniziata nel 2021 con Il ritmo di Harlem e proseguita nel 2023 con Manifesto criminale (entrambi editi da Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi).

Dopo il debutto nel 1999, con L’intuizionista, Whitehead ottiene un notevole successo con il romanzo La ferrovia sotterranea (Sur, traduzione di Martina Testa) che racconta e rievoca la schiavitù del primo ‘800, nel sud degli Stati Uniti, e la fuga di Cora. Un’opera, diventata anche una serie tv, che si è aggiudicata il Pulitzer e il National Book Award per la narrativa.

Segue poi I ragazzi della Nickel (Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi), che rinnova la popolarità dell’autore newyorkese. Ambientato negli anni ’60 del ‘900, il romanzo vincitore del Pulitzer narra la vicenda di Elwood, ragazzino cresciuto con il mito di Martin Luther King che finisce alla Nickel Academy, riformatorio dal lato oscuro, dopo aver accettato un passaggio su un’auto rubata…

Il nuovo libro di Colson Whitehead

E così, dopo i primi due capitoli dedicati alla figura di Ray Carney e alle sue avventure tra le strade di Harlem tra gli anni ’60 e ’70, Colson Whitehead riporta in scena il ricettatore newyorkese per un’ultima storia. Dopo il primo “dramma morale” nel quale si assiste ai conflitti interiori di Ray, e un secondo libro nel quale Harlem appare nelle sue contraddizioni – tra corruzione e ambizione, il sogno americano e il razzismo opprimente -, Freddo come una macchina è pronto a descrivere gli anni ’80: un decennio segnato dal capitalismo e dalla presidenza Reagan, con la costruzione di nuovi grattacieli mentre la violenza anima le strade meno illuminate.

Su questo sfondo Ray è deciso a tentare un ultimo colpo per aiutare l’attività della propria moglie, Elizabeth, ma anche a proteggere suo figlio dalle brutte compagnie che lui stesso conosce fin troppo bene…

Primi due libri della Trilogia di Harlem

Colson Whitehead protagonista a BookCity Milano

Per celebrare al meglio questa attesa uscita e festeggiare l’inizio della nuova edizione di BookCity Milano, con la nuova curatela affidata allo scrittore Marco Balzano, l’evento inaugurale della manifestazione vedrà proprio come protagonista Colson Whitehead, in dialogo con Francesco Costa, in un incontro condotto da Giovanna Zucconi.

Ma non solo: durante la serata, che si terrà il 23 novembre alle ore 20 al Teatro Dal Verme, lo scrittore statunitense riceverà il Sigillo della Città dal Sindaco di Milano Giuseppe Sala.

freddo come una macchina

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Città di notte
1981

Una situazione in cui è stato messo alla prova. Lui era un nero negli Stati Uniti. Quando mai non era messo alla prova? Cristo santo. Pensò all’ultima richiesta di prestito di Elizabeth, respinta da una banca di bifolchi della Virginia. Il sistema non sapeva come inquadrare Carney, e certamente non sapeva come gestire sua moglie. Immaginò i funzionari di banca che avevano silurato le richieste di finanziamento di Elizabeth negli ultimi diciotto mesi: una sfilza di decrepite mummie in tweed, tutti presi a scribacchiare codici come graffiti bancari ai margini della pratica, per avvisare il direttore che l’imprenditrice era nera: niente da fare.

«Un attimo» disse Fisher, sfogliando gli appunti.

Dalla finestra Carney vide Mike che guidava una signora ispanica di mezza età verso i nuovi Egon. Con la ristrutturazione il suo ufficio era passato dal pianterreno al primo piano, e ora si affacciava direttamente sullo show room. I mobili erano disposti il più possibile come nell’ufficio precedente. Non era riuscito a trovare un’altra foto autografata di Lena Horne ai tempi di Due cuori in cielo, ma quella nuova, una vistosa immagine a colori del suo periodo a Las Vegas nei primi anni Settanta, gli tirava su il morale nei giorni storti. La foto precedente rappresentava un talento impaziente di affermarsi; questa era la conferma di una personalità indomita. Lena era sopravvissuta.

L’ispanica sgambettava tra le ottomane. Spalle curve da casalinga stressata, sguardo vitreo. Mike le indicò un tavolino di plexiglas lì accanto e lei vi posò sopra i sacchetti dell’A&P. Uscita per fare la spesa e saltata dentro d’impulso. Si era improvvisamente ricordata dei braccioli logori del divano e della macchia decennale di Kool-Aid, oppure passava di lì ed era stata attirata dal nuovo divano letto DeMarco in vetrina? Mettere in bella vista lo Slumber King della DeMarco era stata un’idea di Rusty; Carney si ripromise di ringraziarlo. Magari lo avrebbe tirato un po’ su, con tutto quello che stava passando per il divorzio.

Mike avvicinava le mani come per schiacciare qualcosa, mimando il comfort flessibile della struttura in poliuretano. Ci sapeva fare, il ragazzo. Sembrava nato per quel mestiere: spiegava microfibre e piani di pagamento come un Casanova che promette piaceri imminenti. La cliente annuiva. Quanto sarebbe rimasto Mike? Quella nuova generazione si annoiava facilmente. Una volta, un lavoro in un negozio di uptown come quello di Carney era considerato un’ottima possibilità di carriera. Stabile, stipendio dignitoso per quel quartiere. “Ambiente professionale positivo”, a parte qualche occasionale incendio doloso.

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Il giornalista di “Quality” lo riportò al presente. «Cosa le piace di più del suo lavoro?»

Carney fischiò. «Tante cose.»

Tipo aprire la cassaforte Hermann Bros. modello 1977 e depositare un mazzo di banconote sopra quello della settimana prima, uno ben assicurato con la fascetta di carta della banca, gli altri formati da banconote sudicie legate con l’elastico. Oppure, il giorno dopo un lavoretto complicato, ripensare a com’erano andate le cose e rendersi conto che avrebbe potuto morire – ma non era morto. Vedere gli occhi di Elizabeth quando scartava un regalo e fregarsene se i soldi con cui l’aveva comprato erano puliti o sporchi, tanto lei era contenta e questo bastava, no?

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Carney disse: «Quel sorrisetto sulla faccia di un cliente quando si siede per la prima volta su un bel divano nuovo, e non pensa a quanto costa, o al padrone di casa, o alla figlia che deve farsi sistemare i denti: sta pensando a quanto è comodo. A quello e a nient’altro».

L’intervista era quasi finita. Avevano parlato della sua laurea in economia al Queens College («Mi ha davvero aperto gli occhi sui principi fondamentali»), dei suoi ventisette anni nel commercio di mobili, della guerra fredda della Sterling contro la Collins-Hathaway negli anni Cinquanta, delle fusioni aziendali e della conseguente riduzione delle possibilità di scelta per i consumatori. Dell’incendio e della riapertura.

«Non hanno mai scoperto chi è stato?» chiese Fisher.

«È stata New York» rispose Carney. La città era domanda e insieme risposta. Causa ed effetto e anche tutto il resto.

Copyright © 2026 by Colson Whitehead
© 2026 Mondadori Libri

(continua in libreria…)

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Fotografia header: Colson Whitehead, nella foto di Chris Close

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