Torna la rubrica #leparolesonoimportanti, che se la prende con l'ennesimo abuso compiuto ai danni della lingua italiana

Per la rubrica #leparolesonoimportanti oggi parliamo di un abuso orrendo compiuto ai danni della lingua italiana
Un malcostume che, strisciando silenziosamente, dilaga causando non pochi brividi nel corpo di chi difende la grammatica.
E non sono brividi di piacere.

Credetemi, non è neanche un’oziosità da purista della lingua. In questi anni ho visto cose che voi classicisti non potreste nemmeno immaginarvi: club con relativa campagna di tesseramento per l’abolizione del congiuntivo, ad esempio. Ed è vero che la lingua evolve, ma noi non siamo conservatori.  È che semplicemente c’è un sottile crinale tra la flessibilità e l’accoglienza di veri e propri errori grammaticali nell’uso scritto e orale dell’italiano. E che cavolo.

Mi riferisco al “piuttosto che” in uso disgiuntivo. Da molto tempo, in televisione e sulla carta stampata, leggiamo spesso cose di questo tipo: “vado al mare con il costume intero piuttosto che con il bikini”.

Letta così, potremmo intendere che sia meglio andare al mare con il costume intero, invece di indossare il bikini. Invece no!
Chi usa il malefico piuttosto che intende dire “vado al mare indifferentemente con il costume intero o con il bikini”. Che è molto diverso.

Ma la cosa ancora più curiosa, e bella, di questo avvicendarsi di strafalcioni ormai diventati uso comunissimo e –pensano i mal parlanti- anche fighissimo è che finalmente la questione ha dato adito a una rivolta sul web a colpi di social network, articoli e video. Tra le iniziative notevoli e lodevoli segnalo questa di Giacomo Lariccia, cantautore, che da Bruxelles, dove ormai vive da molti anni, ha fondato il F.L.P.C., il Fronte di Liberazione dal Piuttosto Che, e ha girato un video, con l’aiuto di molti utenti che hanno partecipato con entusiasmo: http://www.giacomolariccia.com/

Un buon segnale davvero.

Per completezza anche l’autorevole parere della Crusca, che infatti scrive:
Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «… piuttosto che … piuttosto che … piuttosto che …», oppure «… piuttosto che … o … o … », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?).

Mi permetto una chiosa demenziale, come mio solito, ma che commenta secondo me alla perfezione un altro tassello aggiunto alla ricostruzione di una comunicazione, quella contemporanea, che si accontenta di parlare per frasi fatte e infarcisce le proprie opinioni di espressioni “alla moda perché ormai…

Piütost che nient l’è mej piütost

Sull’uso della lingua e sulla passione per questo italiano così vilipeso mi permetto di segnalare due libri:

Valeria Della Valle, Giuseppe Patota, Piuttosto che. Le cose da non dire, gli errori da non fare, Sperling & Kupfer;

Jhumpa Lahiri, In altre parole, Guanda. La nota autrice di origini bengalesi, e che ha sempre scritto i suoi libri in lingua inglese, ci racconta la storia di un amore sbocciato per caso o per destino, e mai più abbandonato. L’amore per la lingua italiana.

Alla prossima puntata con “la pancia del Paese”…

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