In occasione del 21 marzo, Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down, su IlLibraio.it Dario Fani sottolinea: "L’esperienza con mio figlio mi ha insegnato che il modo in cui si decide di 'osservare' è alla base di qualunque comprensione" - L'intervento

di Dario Fani*

Oggi, 21 marzo si “festeggia” la Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down. Il giorno non è casuale, la SD è tecnicamente definita Trisomia-21, perché identifica tutte quelle persone che, alla nascita, hanno nel loro patrimonio genetico un cromosoma in più: il 21, appunto. Molto bene, io amo le feste. Male però, perché idealmente sono contrario ad ogni forma di singola celebrazione, non mi piace che si scelga un solo giorno, per celebrare qualcosa, così che negli altri 364 giorni ce se ne possa dimenticare.

Però non vi nego che mi piace molto la possibilità di una festa che aiuti a ricordare le piccole o grandi discriminazioni che mettiamo in atto con chi ci sembra diverso da noi, talvolta perfino senza rendercene conto. Perché per abbattere le discriminazioni non occorre neppure alzare la voce, è sufficiente trovare un modo per convincere la gente a cambiare lo sguardo. L’esperienza con mio figlio mi ha insegnato che il modo in cui si decide di “osservare” è alla base di qualunque comprensione.

Viviamo in una società che ha difficoltà a osservare e quindi a comprendere e ad accogliere. È una società improntata alla semplificazione. Abituiamo i nostri ragazzi a trovare il modo più rapido per capire “quale bottone schiacciare” così che qualcosa accada. Senza chiedersi un perché, senza approfondire nulla. Manca una visione più ampia per comprendere in profondità ciò che vuol dire integrazione con l’altro. Integrazione e accoglienza non sono altro che un sano desiderio di fare conoscenza. Spesso una buona accoglienza viene confusa con un’idea generale di buonismo che può essere più dannosa della cinica indifferenza di cui ci lamentiamo. Accogliere, in prima istanza, significa essere pronti allo stupore.

È importante comprendere quanto la felicità di ogni essere umano sia racchiusa nella sua capacità di essere integrato con gli altri. Questo vuol dire che una persona è felice nella misura in cui riesce a donare qualcosa di sé, se riesce a sentirsi utile o importante per un altro essere umano. In tal senso a volte avverto in maniera critica alcune soluzioni semplicistiche. Non credo sia importante dare a persone disabili un lavoro che possa occupare il loro tempo. È essenziale fargli occupare il tempo in un lavoro che, in funzione delle loro specifiche qualità, gli consenta di migliorare la società di cui fanno parte. C’è ricchezza e talento in ogni individuo e questa società riesce con grande fatica a valorizzarla.

Credo sia una società che ha scelto una strada sbagliata, per dirla con le parole di Papa Francesco, ha scelto la «cultura dello scarto». Una società con «un’indole del rifiuto che ci accomuna, che induce a non guardare al prossimo come ad un fratello da accogliere, ma a lasciarlo fuori dal nostro personale orizzonte di vita». È utile allora una festa che sia momento di pausa e apra a uno spazio di riflessione. Anche interiore, soprattutto interiore. La nascita del mio bimbo con un cromosoma in più mi ha fatto capire che nessun individuo può arrivare a conoscere la propria forza se non è sceso nella profondità della propria fragilità e ne è risalito. E questo vale, forse in maniera più marcata, anche per un’intera Società.

Da ultimo, mio figlio mi ha svelato anche quanto sia importante che io non abbia troppo a cuore le mie idee, se non sanno contaminarsi con la realtà. Così, per quanto (idealmente) resti contrario a qualunque ricorrenza o celebrazione di un solo giorno, voglio rallegrarmi per il Mondo intero che rallenta, “si ferma” e decide di fare festa per mio figlio, con mio figlio e insieme a mio figlio. E allora vi invito a festeggiare insieme a me, con tutta la gioia nel cuore, tutti quei bimbi e quelle bimbe, tutti quegli uomini e quelle donne, tutti quei figli e quelle figlie, nati con un cromosoma in più in questa giornata Mondiale dedicata alla sindrome di Down. Sperando che, facendolo oggi, ci riesca poi di farlo tutti i giorni.

                                                                                                                                                                                           papà Dario

*L’autore ha pubblicato Ti seguirò fuori dall’acqua (Salani)

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