"Non ho mai incontrato un fanatico dotato del senso dell'umorismo"

Se n'è andato a 79 anni lo scrittore e saggista israeliano Amos Oz. Per ricordarlo, abbiamo selezionato alcune sue dichiarazioni

Un grande autore, un grande intellettuale. Se n’è andato a 79 anni lo scrittore e saggista israeliano Amos Oz. Per ricordarlo, abbiamo selezionato alcune sue dichiarazioni rilasciate negli anni ai media italiani.

“(…) Non ho mai incontrato un fanatico dotato del senso dell’umorismo. E se potessi concentrare il senso dell’umorismo in un vaccino, vincerei il Nobel per la Medicina. Seriamente, sono convinto che la letteratura, la buona letteratura sia un antidoto al fanatismo. La letteratura è cugina del gossip. Il gossip a sua volta è il risultato della nostra volontà di guardare dentro le finestre degli altri per sapere come vivono, cosa mangiano. La letteratura però fa un passo in più: non solo vuole vedere cosa c’è dentro la finestra altrui, ma indaga su che cosa si vede da quella finestra. La letteratura permette cioè di assumere lo sguardo altrui sul mondo. Un persona capace di vedere se stesso o l’universo con gli occhi degli altri non può essere un fanatico, perché una persona così sa che ci sono tanti modi di vedere e leggere la realtà. Un uomo o una donna che frequenta la letteratura sa che non esiste un solo linguaggio. John Donne ha scritto che nessuno è un’isola. Io dico che siamo tutti una penisola. Per il pensiero di stampo totalitario siamo solo una molecola di una cosa più grande (il continente), per il pensiero neo-liberale radicale siamo un arcipelago di isole senza legami. Io propugno una via di mezzo: in parte siamo legati a qualcosa di grande e collettivo, ma di fronte all’amore e alla morte siamo soli, esposti esclusivamente al silenzio dell’oceano e della montagna” (da un’intervista a Repubblica)

“(…) I miei genitori e i miei nonni erano rifugiati. Loro però, al contrario, paradossalmente non cercavano di entrare in Europa, ma di scapparne. E non sono andati in Israele per migliorare la loro vita, ma per sopravvivere. Ecco, per i rifugiati che oggi arrivano in Europa io provo molta empatia. E credo che il problema del Terzo mondo debba essere risolto lì, nei Paesi più poveri, per dare loro uno stile di vita dignitoso. Bisogna lavorare sul Terzo mondo. Lavori che già dovrebbero essere cominciati da decenni e decenni, non limitandosi alle chiacchiere” (da un’intervista a Mangialibri)

“Dove stai, è il centro dell’universo. E Hulda, dove ho vissuto più di 30 anni, è stata la migliore università della natura umana che potessi trovare. Sulla gente, sulla vita interiore, sulle motivazioni, sui sentimenti, ho imparato nel kibbutz più che se avessi viaggiato dieci volte intorno al mondo, più di quanto si possa capire frequentando accademici a Milano o a New York. Conoscevo 300 persone. E sapevo tutto di loro. Anche i loro segreti più intimi. Il prezzo è stato che loro conoscevano i miei.Ma questo è equo, non posso lamentarmi” (da un’intervista a La Lettura)

“Se mi chiede di spiegare in una parola di cosa mi occupo nel mio lavoro, le dico la famiglia. Se devo farlo in due parole, dico la famiglia infelice. Se poi mi chiede di parlarle della famiglia, le dico: legga tutti i miei libri. So che da voi è in corso un dibattito sul riconoscimento giuridico delle famiglie conviventi: io credo che sia inutile aggrapparsi a una visione idealistica della famiglia. Occorre invece allargare il più possibile il concetto di famiglia, come avviene nella realtà. La chiave è il compromesso. Ai giovani è una parola che non piace, ma se non c’è compromesso non c’è vita. L’opposto del compromesso è il fanatismo e la morte. Fare compromessi non è concedere qualunque cosa ma arrivare a metà strada, andare incontro a chi arriva dall’altra parte. Io sono un esperto in compromessi, sono sposato da 47 anni con la stessa donna?” (da un’intervista a Vita)

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