"Questa è la storia di un viaggio al crepuscolo del secolo, una spedizione da vagabondi sulle strade d’Europa per esorcizzare la paura della vita adulta che bussa alle porte". Andrea Pomella, in "Anni luce", racconta la storia di un'amicizia sgangherata, con i Pearl Jam in sottofondo - Su ilLibraio.it un capitolo del romanzo

“C’era una volta il mondo. Nel mondo, c’era una città in cui pioveva trecento giorni l’anno. La città si chiamava Seattle, estremo occidente degli Stati Uniti d’America. In questa città arrivò un surfista che veniva da San Diego, un fan scatenato degli Who e dei Ramones. In questo surfista, c’era un’anima. In quest’anima, c’era lo spirito di un’epoca“.

anni luce andrea pomella copertina

Andrea Pomella, scrittore, collaboratore de Il fatto Quotidiano, Rivista Studio e Doppiozero (dove ha recentemente pubblicato Storia della mia depressione), è in libreria con un nuovo romanzo, Anni luce (Add Editore), una storia di formazione che ha una colonna sonora rock: i Pearl Jam.

Pomella non è all’esordio: ha pubblicato diversi saggi e monografie su Caravaggio e Van Gogh, e il romanzo La misura del danno (Fernandel).

L’idea di Anni luce è nata dallo sviluppo di un pezzo su Ten, il primo disco dei Pearl Jam, che ha travolto gli anni della giovinezza di un’intera generazione. Anni luce è la storia di un’amicizia: quella con Q., compagno di sbronze, chitarrista, viaggiatore, saggio, esagerato, imprevedibile, e il narratore, la cui voce si mescola con quella di Eddie Vedder, il cantante dei Pearl Jam. “Questa è la storia di un viaggio al crepuscolo del secolo, una spedizione da vagabondi sulle strade d’Europa per esorcizzare la paura della vita adulta che bussa alle porte”, scrive l’autore.

Romanzo a parte, per i fan italiani della band nel 2018 sono in programma 3 live: il 22 giugno agli I-DAYS di Milano (AREA EXPO-Experience Milano), il 24 giugno a Padova allo Stadio Euganeo e il 26 giugno a Roma allo Stadio Olimpico.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un capitolo dal nuovo romanzo:

Dalla parte di Q

Erano le otto di sera, settembre, gli ultimi scampoli dell’estate, quando per la prima volta lo incontrai.
Il sole tramontava ancora tardi, la città aveva da poco ripreso ad animarsi dopo le ferie d’agosto. La luce macchiava i palazzi-alveare di piazza della Radio, nel quartiere Marconi, una delle zone più cupe e trafficate di Roma.
Il Timba si trovava in via del Fornetto, una stradina alle spalle della stazione Trastevere. C’era da attraversare uno stretto arco che si incuneava sotto la ferrovia, salire per pochi metri, camminando rasenti al muro, per non rischiare di essere travolti dalle macchine che giungevano a tutta velocità.
L’ingresso della sala prove era sulla sinistra, una piccola rampa di scale immetteva in un giardinetto dissestato – erba vetriola cresciuta sui muri, radici scoperte attorcigliate come serpenti – dove spesso i musicisti in attesa improvvisavano furiose session di djembè.
Il Timba era una scuola di percussioni. Prendeva il nome da un particolare ritmo caraibico. Con gli altri della band ci eravamo dati appuntamento per la prima prova dopo l’estate, ma in quel lasso di tempo in cui eravamo stati separati, qualcosa era cambiato. Il vecchio chitarrista aveva cominciato un viaggio in India della durata di sei mesi, e il batterista si era quindi messo alla ricerca di un sostituto. Aveva scovato un tizio che suonava la chitarra da dio.
Così eravamo molto curiosi, perché tra noi non c’era mai stato qualcuno che suonasse il proprio strumento in un modo che potesse definirsi “da dio”.
Quella sera, quando imboccai via del Fornetto, Q era di spalle, fumava una sigaretta chiacchierando tranquillo con il resto della band.
Sulle prime lo scambiai per una ragazza, per via dei lunghi capelli ricci legati in un modo così folle e fastoso da ricordare un’acconciatura nuziale. Aveva occhi enormi, scuri e vigili, truccati con il mascara, dentro ai quali lasciava affiorare i pensieri, per poi annegarli rapidamente sobillato dal terrore.
Aveva le orecchie invase dai piercing, anelli alle dita e bracciali rigidi ai polsi. Indossava una giacca di pelle dal taglio anni Settanta, jeans strappati a zampa d’elefante e anfibi. La sua estetica rock mi piacque subito, ma mentre tentavo di spiegargli quale fosse il nostro genere musicale, lui dava l’impressione di non ascoltarmi, era come se passeggiasse sui campi di una genialità scontrosa e solitaria, nella vastità di una sua personale chimera.
Fu una lunga serata, così calma, così bella. Suonammo per due ore.
E quando uscimmo, le cicale frinivano in giardino e la luna brillava sul vecchio frontone della ferrovia.
Q non si rivelò un virtuoso dello strumento, non era un discepolo della religione degli iper-tecnici emersa nella seconda metà degli anni Ottanta, gente come Allan Holdsworth, Greg Howe, Tony MacAlpine, e prima ancora Eddie Van Halen, velocisti senz’anima.
Ma aveva un gran gusto, un tocco personale, ruvido e dolce al tempo stesso. Era un figlio del grunge: pochi effetti, suoni distorti, assoli rabbiosi costruiti su poche note lancinanti. Possedeva un’imitazione della Gibson Flying V, la chitarra “a coda di rondine”, un must dei chitarristi metal.
Io, oltre a essere la voce del gruppo, suonavo una Fender Stratocaster 2 tone sunburst, lo stesso modello usato da uno dei miei miti chitarristici: Stevie Ray Vaughan.
Allora scrivevo canzoni piene della più ansiosa tristezza in cui ricorrevano scenari tenebrosi, regine della notte, strade invase da fuochi intorno ai quali si consumavano quelle che Benedetto Croce avrebbe chiamato «bene che malinconie giovanili dello scetticismo e del pessimismo».
Lo stile di Q si sposava alla perfezione con quel genere di cose. Mi sembrò subito chiaro che fosse il chitarrista che faceva al caso nostro.

(continua in libreria…)

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