"Non più briciole" di Alessandra Arachi racconta una madre che combatte una duplice lotta, contro l'anoressia della figlia e contro i pregiudizi... - Su ilLibraio.it un estratto

Nel 1994 Alessandra Arachi ha pubblicato in Italia uno dei primi libri sull’anoressia: Briciole era un racconto, parzialmente autobiografico, che descriveva il male di vivere, il peso fisico e mentale, che porta all’anoressia. 20 anni dopo torna con un nuovo libro dedicato allo stesso tema, Non più briciole (Longanesi): la maturità permette all’autrice di descrivere nuovamente l’anoressia, ma dal punto di vista di una madre; negli ultimi decenni la colpa della patologia è stata troppo spesso associata a loro, e, a soccombere sotto il peso di questo pregiudizio, Marta De Bellis, la madre del romanzo, non ci sta: decide di combattere contro la malattia di sua figlia Loredana, ma anche contro medici e stereotipi…

Non più briciole

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(per gentil concessione di Longanesi):

Silvia aveva molta dimestichezza con la psicoanalisi e con i suoi padri nobili. Aveva scritto la sua tesi di specializzazione su Sabina Spielrein, l’allieva di Jung. Mi ha guardato senza sapere cosa dire, Silvia. L’esperta bionda aveva superato persino i limiti solitamente flessibili della mia amica psicologa-psicoanalista. Il tema del suo intervento era il cuore del mio problema con Loredana: il vomito di un’anoressica.
Per questo avevo deciso di accendere anche il mio piccolo registratore, oltre a prendere appunti con quella minuziosa precisione che aveva caratterizzato tutti gli anni dei miei studi. Dentro casa mia in quei giorni c’era vomito in ogni interstizio di ogni bagno, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Avevo sperato in una soluzione, se non proprio con fiducia, almeno con la forza della disperazione.
Silvia non capiva le parole che uscivano dal registratore.
Non ne capiva il senso.
L’audio era perfetto.
La psicoanalista bionda era partita da lontano e aveva citato prima Jacques Lacan, poi il suo allievo Jacques-Alain Miller, ma alla fine era arrivata a una sua personalissima aberrazione che aveva lasciato Silvia senza parole.
La psicoanalista aveva voluto tracciare un parallelo tra gli schizofrenici e le pazienti anoressiche. E aveva detto: «Uno schizofrenico che si allaccia le scarpe compie un gesto positivo, mirato a raggiungere l’equilibrio della sua personalità disturbata. Allo stesso modo l’anoressica raggiunge lo stesso equilibrio grazie al vomito».
Poi aveva concluso sostenendo che per le pazienti anoressiche il vomito è una necessità, e se si cerca di impedirglielo si creano dentro di loro un’angoscia e un panico non più gestibili.
Silvia era uscita dalla cucina sbattendo la porta. Credo si fosse precipitata davanti alla libreria del suo studio.
Mi aveva lasciato seduta al tavolo con una camomilla ormai gelata nella tazza e con la voce registrata della psicoanalista che continuava a risuonare acidula nell’aria.
Silvia è rimasta a lungo nel suo studio.
Ho continuato a tenere il cellulare spento, certa che Bruno mi stesse cercando ormai da un po’ di tempo per partire per il mare.
Poteva aspettare, mio marito.
Doveva aspettare.
Dovevo capire.
Dovevamo capire.
Quando Silvia è tornata in cucina aveva l’espressione di chi vuol far saltare in aria con il tritolo le stanze del potere.
«Jacques Lacan non si è mai permesso di dire simili sciocchezze sull’anoressia.»
Silvia era davvero furente. Per questo non voleva limitarsi a scrivere una lettera o a sporgere un reclamo.
(continua in libreria…)

 

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