"Cattiva", il romanzo di Rossella Milone, è il racconto diretto e potente della maternità di Emilia e della sua ricostruzione assieme alla neonata Lucia - L'approfondimento

Cattiva (Einaudi) è il nuovo romanzo di Rossella Milone. È il racconto diretto e potente della maternità di Emilia e della sua ricostruzione assieme alla neonata Lucia.

IL LINGUAGGIO

In Cattiva, Rossella Milone nomina la maternità senza risparmio: la neonata è quasi sempre una figlia, pochissime volte una bambina o una piccola, e la rappresentazione che ne viene fuori è perentoria: dire le cose come stanno rende la narrazione palpabile e vicina. Il lettore è chiamato a rispondere subito a una domanda: sono disposto io a conoscere il peso corretto delle parole? Sono preparato?

Nella quasi totalità dei casi no, non lo sarà, perché non esiste in questo libro un ambito dedicato all’incertezza stilistica. La forza delle parole è funzionale alla materia immersa in diverse zone d’ombra, dove si schiudono i ricordi di Emilia, la protagonista, da bambina o del giorno del parto. Esiste quindi una linea del racconto che sta a galla, subito visibile, e una più profonda, che sta ora a pelo d’acqua ora sott’acqua.

Rossella Milone traccia un confine ben preciso fra dove agisce e parla la madre e dove, invece, stanno a guardare tutti gli altri.

milone cattiva

IL TEMPO

In Cattiva non c’è una separazione univoca del tempo. Non esiste un momento in cui nasce la madre, assieme alla figlia, o la fragilità contemporaneamente alla forza. Non esiste un classico prima e dopo a separare i pensieri e le intenzioni: esistono delle esperienze del tempo, su cui si instaura il rapporto fra Emilia e Lucia.

«E allora capisco che è questo, il nodo: quando una nube bianca di gioia e una nube nera di disperazione si incontrano al centro della madre, e la madre non sa che fare. Sa che ci deve passare dentro. La madre questa cosa la sa bene; ma è il come, che non sa. A imparare il come uno ci mette tempo, che è sempre troppo lungo rispetto al tempo veloce che ti chiede una neonata.»[1]

La prima esperienza del tempo è l’attesa: quella di partorire e quella di comprendere la determinazione di un neonato. Emilia e Lucia condividono uno spazio interno al corpo il quale in poche ore diventa esterno, adiacente allo stesso corpo; se l’interno è naturale, governato da leggi biologiche, e prosegue nell’atto di accudire e nutrire l’altro essere umano, quello esterno è goffo e scomposto: Emilia domanda a Lucia «Ma tu da me che vuoi?» e la dialettica che le accompagna si sposta subito sull’impossibilità. Emilia chiede, pur sapendo di non poter ricevere risposte, se non quelle più basilari – il pianto, la richiesta di cibo, di attenzione, del corpo della madre che ora arriva risolutivo, ora esausto.

La seconda esperienza del tempo è il dopo: il periodo colpevole di una madre che si trova tale e fa i conti, da subito, con una serie di riappropriazioni mancate ma di cui sente un bisogno ineguagliabile. Il racconto si proietta, nel sottinteso, a un momento di libertà in cui il tempo tornerà come prima.

La madre, a dispetto della figlia, ha un passato, che diventa un’idea lontana ma al tempo stesso un’ipotesi di futuro, incerto per natura dunque solo ipotizzabile. Il passato, invece, appare come una sicurezza palpabile; sembra addirittura più definito e glorioso di come lo si era pensato fino all’arrivo della figlia. Questa non ha passato, vive in un continuo presente, fatto di attimi di godimento e necessità impellenti.

La terza esperienza del tempo è umana: imprecisa, si infila nelle crepe lasciate dalle altre due e riempie i vuoti, supporta le percezioni. Inequivocabile, cede il posto alla frustrazione e attiva il desiderio della madre di comprendere la figlia, di rasserenarla, di portarla a un livello conosciuto. L’esperienza di generazioni di donne che confluisce sempre nell’esperienza di ogni madre si ritrova manchevole. «Mi hanno detto tante cose», dice spesso Emilia, e nulla è davvero d’aiuto. L’omertà che si trova davanti – dei suoi genitori che non ricordano i fatti di lei neonata, di Daniele o di Vincenzo che cercano di assecondarla – si schianta contro la sua verità: l’attesa di un dopo impreciso.

LA NEGAZIONE

Emilia è una madre schiacciata dalle responsabilità e dall’incessante condizione di essere l’unica àncora di salvataggio di un altro essere umano. «Sei troppo, sei un carico smisurato, essere la tua unica fonte di sopravvivenza mi paralizza, ché essere la salvezza di qualcuno significa che un poco tu muori – e morire non vuole nessuno.»[2]

Emilia rispetta il suo ruolo, ma contemporaneamente ne è appesantita. Da sola, quando prova a stare da sola, rivendica anche la possibilità di scegliere. Il suo racconto, già dal titolo, è quello di una condizione che si afferma per negazione: è madre anche quando non è presente, non è felice, non sa, non si accontenta di ciò che una figlia è, suo malgrado. Non può tornare indietro, Emilia, può solo andare avanti e sopportare la routine, godere dei piccoli momenti in cui può limitarsi a osservare Lucia senza dover fare per forza qualcosa per lei.

[1] Pagina 73.

[2] Pagina 100

 

L’AUTRICE – Elena Marinelli vive e lavora a Milano, ma è nata in Molise, vicino a un passaggio a livello. Ha scritto per Abbiamo le prove, l’Ultimo Uomo e Gli 88folli. Il terzo incomodo (2015) è il suo primo romanzo.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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