Oggi l'antico peccato di gola sembra essersi trasformato in una cibolatria, cui tutti ci inchiniamo...Dall'Odissea al Falstaff di Verdi, da Gozzano a D'Annunzio, passando per Gadda, Tognazzi ne "La Grande Bouffe", fino a "La dieta sono io", l'ultimo libro di Luca Doninelli: con Mario Baudino, su ilLibraio.it, un viaggio negli incroci, sempre più frequenti, tra cibo e letteratura

Non c’è alcun dubbio che la letteratura sia affollatissima di cibo, il più vario, più goloso o bizzarro; e non solo la letteratura: “affiderei la mia birra a un tedesco, tutto i mio desco a un olandese lurco, la mia bottiglia di acquavite a un turco”, canta il signor Ford nel Falstaff di Verdi (e quindi con parole di Arrigo Boito), per poi concludere che invece no, non affiderebbe mai sua moglie – di cui è gelosissimo – a se stessa.

Tognazzi muore gloriosamente in un film di culto – oggi forse un po’ dimenticato – come La Grande Bouffe (1973, Marco Ferreri), abbuffandosi come uno sventurato Pantagruel. Nell’antro di Polifemo, nonostante i molti problemi che affliggono lui e i suoi compagni, Ulisse riesce a notare i graticci carichi di formaggi, gli agnelli e i capretti stipati nei recinti, i vasi che traboccavano di siero.

Il cibo è dovunque, è un sogno di abbondanza, parte integrante della nostra cultura, e per di più gli interdetti morali che lo hanno colpito nei secoli sono infinitamente minori di quelli diretti invece al sesso, cui peraltro si collega strettamente. Il cibo dà gioia, come sa Montalbano  cui basta (siamo in La gita a Tindari) riaprire il frigo per lanciare “un nitrito di pura felicità”. Ma dà anche assuefazione, dipendenza culturale, può diventare (non diremmo nel grande e ironico autore siciliano) un un luogo comune. E forse prima ancora dei vari Masterchef televisivi, il rapporto con esso (mangiarlo, cucinarlo, descriverlo) ha cominciato a puntare dritto verso l’ esibizionismo . Saper cucinare, essere un gourmet – ma all’occorrenza anche un gourmand –, sedurre con gli intingoli è divenuta condizione necessaria e forse persino sufficiente per il successo di un  personaggio letterario.

Gozzano si limitava a essere innamorato “di tutte le signore/ che mangiano le paste nelle confetterie”, D’Annunzio detestava la descrizione di pasti e cibi nei libri, per esempio nel non amato Pirandello, e Gadda si abbandonava a un tetro disgusto per i borghesi al ristorante o per le sciamannate matrone fanatiche del Duce intente a divorare amatriciane o carbonare. In altre parole, c’è stato a lungo una differenza di sguardi, di giudizi estetici e di valore, di percorsi nell’immaginario. La letteratura più contemporanea, invece, sembra essersi trasferita in blocco nelle cucine, dove i lettori l’attendono avidamente. Siamo alla totale coincidenza di intenti e di orizzonte culturale: i romanzi parlano di cibo esattamente (o forse meglio, almeno dal punto di vista grammaticale e del lessico) come ne parlano i lettori, la tv, la rete.

Luca Doninelli, che in La dieta sono io

L’antico peccato di gola si è trasformato in una cibolatria, cui tutti ci inchiniamo, volenti o nolenti. Uno scrittore che non sappia cucinare – né faccia quantomeno un piccolo omaggio sull’altare della “food fiction” – non sembra più aver diritto di cittadinanza: o quasi, perché (per fortuna) c’è Luca Doninelli, che in La dieta sono io (La Nave di Teseo) plana con tutto il peso dei suoi 140 chilogrammi – poi divenuti molti di meno – su questo mondo concorde che a taluni potrebbe ricordare il Circolo Pickwick. E senza parere lo fa a pezzi. Il suo non è un manuale di auto-aiuto, e non è nemmeno un romanzo. È un gesto di ribellione. Descrivendo il rapporto dell’autore col cibo infrange un tabù contemporaneo: quello, appunto, che il cibo si può solo esaltare, è sinonimo di civiltà, di buone maniere, di cultura.

Niente affatto: può essere orrore, fa capire molto bene Doninelli, scrittore che sa muoversi tra la misura breve del racconto e quella complessa del romanzo modificando il passo narrativo ma non il nucleo centrale della sua letteratura, ovvero la ricerca da parte dei personaggi della conoscenza di sé, una ricerca che coinvolge ovviamente l’autore. Ci parla di un “dipendenza” rimossa dal discorso pubblico: quella di chi non può smettere di mangiare, che intinge il pane nell’olio della scatoletta di tonno e quasi sviene se passa davanti alla focacceria più buona di Milano. Non è un problema la qualità, ma la quantità di quanto si ingurgita. Doninelli racconta di un mostro che proprio rendendo enorme il corpo lo fa come sparire, lo cancella dal punto di vista esistenziale. “Il cibo-dipendente ama le cose grasse”, e non può farne a meno. Quel che ci viene raccontato, diremmo quasi amabilmente, è l’inferno della cose grasse – che è anche un problema sociale, largamente rimosso.

Va aggiunto che, per la verità, anche lo scrittore paga un tributo alla cibolatria dominante (chissà però non lo faccia alla sua maniera, tra l’ironico e l’irenico), quando afferma che non ha mai guardato in tv le trasmissioni “dedicate a ristoranti, chef e pasticceri, per le quali – aggiunge – provo anche un po’ di (ingiustificato) fastidio”; ma riconosce a esse “un pregio: quello di tentare di ristabilire un rapporto corretto tra l’uomo e il cibo”. Sicuro? Tutto sommato, ci permettiamo di dubitarne. E in ogni caso La dieta sono io non è un pamphlet. Potremmo, abusando della nostra qualità di lettori, vederlo come un saggio (implicito) di critica letteraria.

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