“Città sommersa” di Marta Barone è una storia di ricostruzione, in cui vengono a galla persone, volti, fatti, storie, prendono vita fotografie, testi e testimonianze. La narrazione si origina dal ritrovamento di una memoria difensiva e dal richiamo alla mente del periodo che il padre dell’autrice passa in carcere durante gli anni Settanta. Come si riesce a ricostruire la vita intera di un uomo? La materia che ci troviamo di fronte è impalpabile, invisibile, leggendaria come la città del mito… L’approfondimento

“Imparare a camminare forse è la cosa piú pericolosa che facciamo nel corso della nostra vita.”

(Erling Kagge, Camminare. Trad. it. Sara Culeddu. Giulio Einaudi editore, 2018)

Si cammina per conoscere.

Si cammina con la testa rivolta in aria o, all’opposto nel gesto e nelle intenzioni, rivolta alla terra e per ognuno di questi modi esiste un afflato che lo genera: cercare di uscire o cercare di rimanere.

Sapere le cose del mondo, per come vengono al mondo e per come si fanno nel mondo, può passare attraverso i piedi; calpestare un sentiero e la terra, l’asfalto cittadino, con i calli e le caviglie che tremano e non assicurano un nuovo giorno di cammino ma attestano solo la fatica sino a quel momento sono gli strumenti di tale conoscenza.

Si cammina per conoscere e cercare il perimetro del mondo, circoscrivendo i limiti di se stessi, e occuparlo, per restare al mondo: avere l’opportunità di dire di esserci stati, a un certo punto, in qualche forma, per partecipare alla storia dello spazio che calpestiamo.

In Città sommersa (Bompiani, 2020) l’autrice e co-protagonista Marta Barone (nella foto di Georgette Pavanati, ndr), alla sua prima prova nella letteratura per adulti, cammina spesso. Cammina per conoscere la storia che deve raccontare, per scoprire la nuova città in cui si trasferisce, per riscoprire alcuni luoghi della sua vita che a un certo punto perdono l’anonimato.

La città sommersa Marta Barone

Città sommersa è una storia di ricostruzione, in cui vengono a galla persone, volti, fatti, storie, prendono vita fotografie, testi e testimonianze, dove Marta scompone le vite per ricomporle, facendo il mestiere della cronista, della documentarista, della scrittrice e della figlia insieme, portandoci nei rivoli del racconto che si dipana in quattro direzioni principali.

La prima si sviluppa seguendo la ricerca. La città sommersa che emerge è quella conosciuta che cessa improvvisamente di esserlo, sbiadisce e poi torna di nuovo a colori. Strade e case che fanno parte di un’infanzia e di racconti personali, di fotografie abbozzate ma reali della vita di Marta, chiaroscuri che finiscono per liberarsi dalle ombre e disegnano una cartografia rinnovata. Marta calpesta le strade di una nuova Torino, guarda alle case che ha abitato o visitato con un occhio diverso. Descrive, come fosse la prima volta, i luoghi del terrorismo degli anni Settanta e la Fabbrica. Capisce che al suo camminare manca qualcosa e prova a prenderlo.

Qui si inserisce la seconda direzione del racconto, quella funzionale: la storia che Marta vuole portare a galla, che lei stessa per prima non sa e ha necessità di scoprire. La città sommersa è la storia nella storia, gli aneddoti, gli avvenimenti di circa quindici anni della vita di Leonardo Barone – L.B. – un arco di tempo da recuperare e raccontare, attraverso la voce e i ricordi di chi ne ha fatto parte. Marta cerca amici, conoscenti, attivisti, compagni di partito, compagni di fabbrica, politici e avvocati e ripercorre le strade che ha attraversato Leonardo, suo padre, prima che diventasse suo padre.

La terza riguarda il limite, l’incapacità di sapere ogni cosa. Marta non cammina guardando dall’alto ciò che accade, ma ci inciampa, si scontra con parole altrui a volte manchevoli e vaghe, ostacoli alla conoscenza, invece che aiuti. La città sommersa rimane tale, senza alternativa possibile, con rassegnazione e una certa sotterranea forma di ingiustizia informativa. Marta Barone non ci nega le sconfitte della sua ricerca, i punti non illuminati o gli angoli in cui non è riuscita ad arrivare, anzi: ci rende partecipi del suo calpestio claudicante, mostrandoci senza remore tutti i limiti dei luoghi che abitiamo e i modi che usiamo per raccontarli.

La quarta e ultima, la più sottile di tutte, ha a che fare con il rapporto fra Marta e L.B., messo in discussione fin da subito, la miccia che porta all’avvio della ricerca e dunque di ciò che leggiamo: “avrei voluto che questa storia me la raccontasse lui, avrei voluto avere il tempo di sentirla, ma in un certo senso sono consapevole che il libro esiste perché non c’è più l’uomo“.

La narrazione si origina dal ritrovamento di una memoria difensiva e dal richiamo alla mente del periodo che L.B. passa in carcere: Marta lo ha sempre saputo ma l’incontro casuale e fisico con quel documento dà il via all’intero racconto. Marta inizia la sua ricerca, contatta le prime persone, ci fa capire come la sua vita cambia e come il legame con suo padre si scioglie: sotto la coltre di gelo esistono memorie e ricordi che hanno bisogno solo di essere nominati.

La città sommersa è il rapporto con L.B. declinato in mancanza e sottrazione, “una nostalgia al futuro anteriore”, per il cui svelamento Marta si trova a lottare e scrivere, da sola, nel modo più vicino possibile alla verità, per non tradire i passi di un tempo, i racconti di un tempo, i dialoghi con L.B. o le memorie che a sprazzi le tornano in mente, ora baluginio ora fuoco d’artificio. Siamo certi di assistere a un’impresa epica e struggente insieme.

Anche lo spazio dentro il libro raccoglie le intenzioni sviluppate al suo interno. Città sommersa, infatti, si divide in tre parti: Lacuna e Conchiglia, la seconda e la terza, affrontano la ricostruzione della vita di L.B. più o meno cronologicamente – il racconto si sviluppa in modo sequenziale, con l’aiuto ora di documenti ora di ricordi altrui – e quindi la riuscita dell’impresa, assieme al fallimento, al disturbo, all’incapacità e alla resa di fronte a particolari impossibili da imparare. La prima, La prima Kitež, presenta senza sconti l’entità dell’impresa di Marta: la materia che ci troviamo di fronte è impalpabile, invisibile, leggendaria come la città del mito; come si riesce a ricostruire una vita intera? Come si può ripercorrerne letteralmente i passi e dirsi soddisfatti della ricerca della verità sull’uomo e sulle sue azioni?

Queste domande trovano risposta, a un certo punto del libro; una risposta che ha a che fare con la scoperta di “un’altra Kitež”, di una sorta di riconciliazione, nuova luce e nuovo proposito sotto cui rileggiamo tutta la storia, guardandola riavvolgersi meccanicamente all’indietro, quando l’abbiamo quasi finita, facendo quello che Marta fa, anche noi camminando.

 

GLI APPUNTAMENTI – Mercoledì 15 gennaio, alle 19, al Circolo dei Lettori di Torino, l’autrice presenta il libro con Claudia Durastanti; l’appuntamento a Milano è per martedì 21 gennaio, alle 19, alla Libreria Verso, con Marta Barone e Giorgio Fontana;

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