Colson Whitehead racconta a ilLibraio.it "La ferrovia sotterranea", romanzo vincitore del Pulitzer, nato da un'idea sorta diciassette anni fa. E riflette sulla politica americana, da Obama a Trump, sottolineando come l'America oggi sia ancora "un paese molto razzista". Inoltre, si chiede se i libri abbiano la stessa influenza di un tempo, quando "La capanna dello zio Tom" ha aperto gli occhi a molti americani. Poi rivela i suoi prossimi progetti, a partire da un romanzo sugli "anni Sessanta in America" e da una crime story... - L'intervista

Colson Whitehead ne La ferrovia sotterranea (Sur, traduzione di Martina Testa), che gli è valso il Premio Pulitzer, racconta la storia di una fuga verso la libertà, ma affronta anche uno dei capitoli più bui della storia statunitense, la schiavitù.

Whitehead, classe ’69, laureato a Harvard, ha scritto di libri, tv e musica per The Village Voice. Nel 1999 ha esordito con L’intuizionista (Mondadori), seguito da John Henry festival (di cui presto arriverà in libreria una nuova edizione per Sur). Nella sua carriera quasi ventennale ha spaziato da un genere all’altro e ha scritto anche due saggi, Il colosso di New York (Mondadori), dedicato alla sua città, e La nobile arte del bluff (Einaudi), un reportage sul mondo dei tornei di poker.

Con La ferrovia sotterranea si è cimentato nel genere del romanzo storico, ma lo ha fatto secondo le sue regole.

Colson Whitehead

Se Paul Beatty con Lo schiavista sviscera il razzismo con il bisturi della satira, Whitehead, invece, decide di usare la lente d’ingrandimento della storia, ma da abile inventore di narrazioni letterarie qual è, aggiunge un particolare che ha del fantascientifico (non a caso La ferrovia sotterranea ha vinto anche il premio Arthur C. Clarke per la science fiction).

La ferrovia sotterranea del titolo, infatti, è una linea servita da treni più o meno lussuosi, di cui non si sa la destinazione, se non che portano lontano dalle piantagioni del Sud. Si muove attraverso cunicoli bui, unendo stazioni nascoste; esiste grazie a ferrovieri e autisti che sperano in un futuro migliore, siano essi bianchi o neri.

La protagonista del romanzo è Cora, ultima perfino nella piantagione. Sua madre l’ha abbandonata per cercare la libertà quando era ancora bambina, tutti la evitano tranne Cesar, che le propone di fuggire con lui. Dalla Georgia risalgono gli Stati Uniti con la ferrovia sotterranea, scoprono altri orrori al di fuori della piantagione. Si dividono e non si ritrovano mai più.

Sulle loro tracce un cacciatore di schiavi che si meriterebbe un intero romanzo tutto per sé, un cattivo con uno spessore e una back story degna dei migliori antagonisti.

Queste sono le premesse di un romanzo che racconta un capitolo della storia degli Stati Uniti e mette a nudo l’umanità e i nostri peggiori istinti, ma anche gli slanci di bontà. Ed è anche la storia di una famiglia e della sua unica erede, Cora, che si porta appresso un bagaglio di dolore, ma anche di speranza. Perché, come ha raccontato Colson Whitehead incontrato a Milano da ilLibraio.it, “i traumi dei nostri genitori si ripercuotono anche sulla famiglia da loro fondata. Da bambini impariamo a reagire e a comportarci in base a quello che ci insegnano loro, che a loro volta hanno imparato dai nostri nonni”.

Perché ha deciso proprio ora di scrivere un romanzo storico sulla schiavitù?
“In realtà l’idea l’ho avuta diciassette anni fa. Mi è venuto in mente di scrivere della ferrovia sotterranea, ma non mi sentivo ancora pronto ad affrontare la storia. Preferivo lavorare ad altri libri prima e poi, da autore più maturo e capace, ritornare a questa vicenda. Scrivendo, non mi è mai sembrato di raccontare l’America contemporanea, anche se le somiglianze non mancano: le cose sono cambiate, ma non così tanto in fondo. Tuttavia, lavorando al romanzo, non mi sono sentito così legato a quello che sta accadendo ora nel mio paese”.

La ferrovia sotterranea nel suo romanzo non è solo l’organizzazione segreta che ha permesso a moltissimi schiavi di scappare dal Sud verso gli stati settentrionali, ma anche una vera e propria linea ferroviaria. Da dove è nata questa idea?
“Quando da bambini si scopre la storia della ferrovia sotterranea, più che a un gruppo di persone si pensa a un vero e proprio treno. Mi sono chiesto: cosa sarebbe successo se fosse stato davvero così? Tutto è nato da questa domanda, non avevo in mente nient’altro, nemmeno i personaggi”.

Cosa significa essere una persona di colore nell’America di oggi?
“Il paese è razzista, sicuramente meno di quanto lo fosse ai tempi dei miei genitori e dei miei nonni, ma lo è ancora”.

Ha mai sperimentato il razzismo sulla sua pelle?
“Sì, come ho detto l’America è un paese molto razzista”.

Le cose sono cambiate con il successo come scrittore?
“Se sono in un quartiere in cui dei poliziotti razzisti credono non dovrei essere, non ho un cartello addosso che dice che sono uno scrittore conosciuto. Il razzismo si basa sul colore della pelle, non considera il successo o la personalità”.

Cosa è significato passare da un presidente afroamericano come Obama a Trump?
“Non avrei mai pensato che avremmo avuto un presidente nero, invece è successo. Anche se ha vinto solo con il 51% dei voti, quindi quasi la metà del popolo americano non ha votato per lui. E probabilmente quelle stesse persone lo scorso anno hanno votato per Trump. C’è stato un progresso, ma ora siamo tornati indietro. Si tratta di un fenomeno molto comune nel processo di avanzamento culturale”.

Negli ultimi anni non mancano le opere di autori che hanno deciso di raccontare i soprusi perpetrati nei confronti degli afroamericani. La letteratura può cambiare il rapporto che abbiamo con il passato e influenzare il futuro?
“Credo che la storia abbia un potere maggiore, se viene insegnata correttamente. Ad esempio, affrontando la verità del genocidio dei nativi americani o spiegando come funzionava davvero la schiavitù. Non sono sicuro che i romanzi oggi abbiano ancora la stessa funzione di un tempo. Quando è stato pubblicato, La capanna dello zio Tom ha aperto gli occhi ai bianchi del Nord su quello che accadeva al Sud e ha cambiato la storia americana. Non sono sicuro che oggi ci si confronti con i romanzi come si faceva un tempo. Certo, sarebbe molto bello se qualcuno leggesse il mio romanzo e poi approfondisse gli eventi storici che vengono accennati”.

Come autore ha sperimentato numerosi generi letterari, a quale le piacerebbe dedicarsi in futuro?
“Ho scritto una parodia di un giallo, L’Intuizionista (pubblicato in Italia da Mondadori nel 1999). Ora mi piacerebbe una vera e propria crime story”.

Sta già lavorando a questo progetto?
“In realtà ho in mente sia l’idea per una crime story, che quella per un romanzo sull’America negli anni Sessanta. Ho iniziato questa seconda storia in primavera, ma poi sono stato molto impegnato con la promozione de La ferrovia sotterranea. Tra pochi giorni, però, sarò di nuovo a casa, pronto a dedicarmici”.

C’è un libro o un autore che l’ha profondamente ispirata?
“Lavorando al mio ultimo romanzo ho riletto molto Cento anni di solitudine. Mi piace molto Moby Dick. Quando ho scritto Il colosso di New York leggevo Walt Whitman e Allen Ginsberg. Ma per La Ferrovia Sotterranea il realismo magico di Gabriel Garcia Márquez è stato fondamentale”.

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