Intervista a Maria Pace Ottieri autrice di Ricchi tra i poveri ISBN:8830423513

In Ricchi tra i poveri il giornalismo investigativo di Maria Pace Ottieri sceglie un punto di vista molto speciale attraverso cui provare a fotografare la realtà delle nazioni meno sviluppate del mondo di oggi: l’autrice ha incontrato una dozzina di grandi imprenditori dei paesi poveri, più o meno conosciuti al grande pubblico ma importantissimi nella realtà locale, li ha intervistati e ora ce ne narra le storie, insieme rappresentative e assolutamente eccezionali. Tra i paesi che ha visitato nel suo viaggio compaiono Cina, India, Indonesia, Turchia, Marocco, Albania… luoghi dove la ricchezza è un’eccezione e si costruisce, si manifesta, si vive diversamente da come la conosciamo. Ne abbiamo parlato con lei.

D. Da dove nasce l’idea di un libro sui ricchi del mondo povero?

R. La prima lampadina si accese sei anni fa, nel 2000, scrivendo un articolo sulla vendita della Necchi, storica fabbrica di Pavia, a una famiglia di industriali indiani, i Dhoot. Qualche anno dopo, nel 2003, ero in India con una troupe di Rai 2, a girare un documentario sulla doppia identità di un immigrato sikh del Punjab, che a Reggio Emilia era operaio e a Chandigar, in India, era proprietario di una piccola fabbrica. In quei giorni lessi un articolo su “India to-day” che parlava dei Tata, la più vecchia e potente dinastia indiana e mi resi conto, che, instancabile esploratrice di periferie, baraccopoli e slums, non avevo mai pensato che anche nei paesi proverbialmente poveri, si potessero nascondere grandi figure di persone che avevano creato imperi industriali. Era l’altra faccia del tema che mi ha occupato per tanti anni e continua a occuparmi, quello dei poveri che lasciano i loro paesi per trovare migliore fortuna in Occidente.

D. Come è entrata in contatto con le persone che poi hai intervistato?

R. Al ritorno in Italia ho cominciato a cercare sul Web nomi di ricchi imprenditori in Cina, in India, in Indonesia, in Turchia, in Sudafrica, in Egitto. Volevo ricchezze nate intorno a un’idea e non di pura e semplice rapina, ma una volta individuati il problema era come raggiungerli? Mi sono rivolta alle ambasciate, a giornalisti corrispondenti di giornali italiani, agli Istituti del Commercio Estero, non facevo che pensare chi, tra amici e conoscenti, avrebbe potuto farmi da tramite indiretto per arrivare il più vicino possibile al “riccone “ scelto. Non tutte le persone scelte hanno accettato di incontrarmi e neanche uno ha accolto la mia proposta di seguirli come un’ombra in una giornata della loro vita, al lavoro e a casa, ma alla fine sono riuscita a conoscerne tredici, undici uomini e due donne e a intervistarli a lungo. Sono stati viaggi intensissimi e faticosi perché gli appuntamenti erano incastrati in tempi molto stretti, i ricchi non stanno fermi più di ventiquattr’ore nello stesso posto, ma sono abbastanza soddisfatta del bottino riportato, anche se diverso dall’idea originaria.

D. Le persone da lei avvicinate appartengono a paesi, età, condizioni sociali di provenienza molto diverse fra loro. E’ rintracciabile (aldilà della loro invidiabile situazione economica) un comune denominatore che li lega? Se sì, quale? Se no, perché?

R. Sono persone dotate di energia, determinazione e ambizione straordinarie, oltre che di capacità e intelligenza. L’idea di costruire un impero industriale, di annettersi nuovi territori, di espandersi sconfina nell’ossessione e nella visionarietà. Alcuni si sono, come si dice, fatti da soli, riuscendo a vedere e cogliere occasioni di ascesa di cui altri non si sarebbero accorti, come se seguissero un piano prestabilito di cui solo alla fine si riesce a leggere il disegno.

D. Qual è la caratteristica che più differenzia un ricco occidentale da questi nuovi ricchi tra i poveri?

R. E’una delle domande che pongo agli intervistati, alcuni mi hanno risposto “la stabilità dei governi e delle leggi nei paesi occidentali”, altri “la capacità illimitata di lavoro”. Il tratto interessante è che per quanto “global” le persone intervistate, mantengono forti legami con i propri paesi, a cominciare dal modo e dalle circostanze con cui hanno accumulato le loro fortune inestricabilmente intrecciato con la storia degli ultimi cento anni o poco più dei loro paesi. Penso ai Koc, la famiglia industriale turca che ha lanciato la Anadol, la prima automobile prodotta in un paese non occidentale, o ai Godrei di Bombay, il cui nome è diventato un aggettivo, si dice un mobile Godrej, per dire un mobile sobrio, di metallo. Un’altra caratteristica che però è anche americana e molto meno europea, è una certa idea di mecenatismo paternalistico che da noi o non c’è più o è stata sostituita dalle sponsorizzazioni che scelgono gli investimenti in base al ritorno pubblicitario e mediatico e non all’utilità per il maggior numero di persone.

D. Che cosa l’ha più sorpresa negli incontri con questi uomini e donne potenti di mondi a noi poco noti?

R. La certezza che il vento della storia sia tornato a soffiare dalle loro parti e il tono di bonaria sufficienza, per quanto rispettosa, con cui parlano di noi, vecchia Europa. L’idea del libro era proprio di affacciarsi a questa nuova era…

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