Un trentennio di storia del porno, in un romanzo, "Candore", ambientato in un'Italia in continua oscillazione tra bigottismo e trasgressione, scambismo e voyeurismo. Su ilLibraio.it un capitolo dal nuovo libro di Mario Desiati

Martino Bux, il protagonista di Candore (Einaudi), il nuovo romanzo dello scrittore pugliese Mario Desiati, cammina tra le macerie di un’era che non c’è più, senza moralismo e morbosità. Un po’ soldato Švejk, un po’ il protagonista di Shame, un po’ Fantozzi, un po’ tutti noi che almeno per un giorno abbiamo desiderato essere estremi, perversi, senza aver la forza di andare fino in fondo. Martino Bux è un giovane militare diciottenne quando scopre in un cinema a luci rosse che i sogni possono diventare realtà. Le donne irraggiungibili sono lí davanti ai suoi occhi, può guardarle senza essere visto, può goderne senza dover render conto a nessuno. Ma per Martino la pornografia è un’arte così come una dannazione.

Piano piano le donne in carne e ossa, quelle che si potrebbero abbracciare, perdono consistenza e verità. Si innamora solo di ragazze che somigliano ad attrici hard, lavora solo in posti in cui regnano libertinaggio e sensualità esplicita, si affida a chiunque possa concedergli un attimo di felicità del corpo. Martino e Mario Desiati attraversano così un trentennio di storia del porno, passando per i giornaletti, le vhs con Rocco Siffredi, i locali di striptease, e poi internet e i privé, fino ad arrivare a oggi.

Sullo sfondo, Desiati pone Roma e un’Italia fatte di cialtroneria e finta opulenza, in continua oscillazione tra bigottismo e trasgressione, scambismo e voyeurismo. Nella danza del vizio, Martino si ritrova a non poter toccare, a non poter partecipare, come un bambino che guarda gli adulti giocare a pallone senza potersi buttare nella mischia. Un romanzo sulle debolezze di tutti gli uomini…

Einaudi

Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto

Capite perché le amavo?

Le amavo tutte. Cominciai guardando le eroine della Golden Age, che non prendevano neanche un caffè senza tenere addosso pizzi, veli e corpetti. Mi crogiolavo nei dettagli, gli anelli alle mani, la tensione di una caviglia sui tacchi alti, la grana del nylon in una calza scesa. Di un film porno amavo la contrattazione che precedeva l’incontro («Te la senti, ragazza? Ma sai quanti sono?»), l’improbabile seduzione a cui sarebbe seguito il sesso. Al momento della penetrazione ero già andato via.
Erano gli anni delle riviste porno (le fotografie su carta  lucida ispirata ai fotoromanzi della Lancio), i cinema a luci
rosse rappresentavano il mio passatempo preferito. La prima volta ci ero andato con dei commilitoni il pomeriggio
della visita di leva, in un paese vicino a Lecce. Per qualche tempo li avevo idealizzati, dopo che mi ero accontentato dei disegni in bianco e nero della Edifumetto: «Sukia», «la Scopona», «il Tromba» e «Odissea» (una serie ispirata al viaggio omerico). Il disegno non bastava piú, il cinema era la nuova frontiera, femmine e maschi in carne e cellulosa, ma soprattutto a colori. Qualcuno era riuscito a entrare a Caprarica, a Maglie, a Copertino, e non aveva ancora compiuto diciotto anni. Anche se ero diventato maggiorenne, parlavo il piú possibile in dialetto per apparire piú adulto, soprattutto a me stesso. Entrando si respirava odore di fumo stantio e velluto sudicio. Non c’erano locandine, però un cartello recitava: solo adulti. Era lo stesso font dei manifesti elettorali, il
nero graffiato sullo sfondo rosso acceso, molto piú allusivo delle foto oscene di altri cinema vietati ai minori.
– Quanto manca alla fine dello spettacolo? – chiese uno di noi, ma il cassiere, olivastro e peloso, non lo degnò di uno sguardo, limitandosi a emettere il biglietto senza staccare gli occhi da un rebus della «Settimana Enigmistica».
La platea era rischiarata dal bagliore dello schermo punteggiato da minuscole screziature nere, teste indistinguibili
componevano il campo degli spettatori, un fitto bisbigliare faceva da sottofondo. Eravamo una dozzina, gli ormoni
fermentavano, anche se permaneva la timida stanchezza che sale tra sconosciuti dopo una giornata passata in mezzo a sergenti incattiviti e medici in divisa militare.
La prima immagine che vidi proiettata fu quella di una donna coi bigodini davanti a uno specchio; un uomo anziano le sedeva accanto. Nessuno in sala stava ascoltando le parole dei due, tranne me. Ero rapito da quel dialogo inverosimile. Il regista aveva appena enunciato una sconcertante verità: non ci si fa belli per amare, ma per farsi desiderare. Il film, scoprii dopo, si chiamava Starbangers 5, la pellicola perfetta per dare forma a quella che sarebbe stata la mia passione negli anni a venire. Mentre i miei compagni avevano già perso la pazienza, dentro di me montava l’adrenalina che precede l’eccitazione. Samantha Strong non era più con i bigodini e spaurita davanti a un regista lumacone che le spiegava cosa fare, adesso incedeva in décolleté, collana di perle, guanti neri e una pelliccia di volpe; ad attenderla, ai piedi di una scalinata, un uomo a torso nudo (bretelle nere e muscoli di pietra) con la mano tesa. – Toglile la pelliccia! – urlò un tizio. La voce fu sommersa immediatamente dalle risate. In un cinema normale ci sarebbe stata la sommossa dei «ssshh, silenzio!», invece un improvviso terremoto agitò i sedili della platea, qualcuno stava correndo goffamente verso una porticina che si apriva tra i pilastri laterali della galleria. Filtrava una luce lattiginosa. Anche i miei compagni si alzarono e corsero ad appostarsi in fila dietro l’uscio illuminato. Io non mi mossi. Ero rapito dall’incedere di Samantha Strong, i lunghi vaporosi capelli biondi, gli occhi felini incorniciati dal make-up. Il fusto la stava accompagnando in un’altra stanza, dove undici uomini vestiti allo stesso modo, bretelle e pantaloni neri, erano in attesa. Samantha fece cadere la pelliccia, assecondando l’urlo belluino della sala, e si piegò su uno degli uomini seduto in poltrona. Fu come un lampo abbagliante. Gli altri maschi l’accerchiarono, lei li teneva a bada con un solo gesto, le sue dita sprigionavano un potere magnetico e alieno. I suoi capelli coprivano la faccia dell’uomo che avrebbe avuto l’onore di baciarla per primo. Le teste divennero due, tre, quattro… sentivo odore di ormoni, percepivo l’essenza del suo profumo, argan, mughetto, alloro…

Poi iniziò la meccanica delle penetrazioni cosí io mi alzai dalla poltrona tenendo un occhio su Samantha e un altro sulla porta del bagno. Varcai la soglia seguendo le tracce di gemiti feroci. I miei commilitoni erano lí, e con loro quelli che col tempo avrei chiamato lupi mannari, i morti di sesso. C’erano anche figurette teatrali che stazionavano tra i vespasiani bianchi, avevano facce truccate malamente, tailleur di pessima fattura, parrucche carnascialesche e mani tozze ravvivate da uno smalto rosseggiante.
– Sono donne? – domandai a uno dei lupi mannari.
– Hanno la sorpresina in mezzo, – disse, slacciandosi la cintura.
– Non fa per me.
– Facciamoci un giro.
– Ma hanno l’uccello.
– E allora? Non lo vedi che è tutto pagato, – mi urlò con l’aria di chi non si capacita di un tentennamento cosí plateale.
– Preferisco la bionda sullo schermo, – risposi.

– Fatte cura’, damme retta. Se non ce vieni, fai la parte del frocio.

Tornai in sala e mi emozionai concentrandomi sul primo piano di una caviglia di Samantha Strong, sentii i polsi caldi, calore e vibrazioni, la gola s’inaridí, le labbra mi bruciavano, non c’era mucosa del mio corpo che non partecipasse infiammandosi. Ogni tanto gettavo lo sguardo verso la porta del bagno, il viavai era ancora frenetico.
Tra i miei commilitoni c’era chi favoleggiava di donne disposte a tutto che entravano in cinema come questi con
indosso abiti succinti. Ma intorno a me non vedevo che assatanati, travestiti, vecchi. Alcuni di loro si muovevano
come mosche impazzite da un posto all’altro, chiedevano di sedere vicino, ti sussurravano: – Posso toccare il ginocchio? Chissà quanti, tra quelli che speravano davvero che una donna entrasse in sala e li scegliesse per giocare, confondevano la realtà con i film di Marisa Mell, un’austriaca dalle gambe statuarie che in uno storico b-movie era stata filmata proprio mentre faceva quel tipo di giochi. La verità è che non era facile per una donna entrare in un cinema a luci rosse, i gestori facevano storie temendo denunce per favoreggiamento.
Uscii fuori con il cuore ferito da Samantha Strong e il suo mondo di monili, tulle e collant. L’uomo dietro la cassa
sembrava interessato solo alle parole crociate. Era un lavoro che avrei fatto, il suo: stare lí a guardare masnadieri e disperati di ogni sorta, aspettando Marisa Mell per poterle dire: «Dormi con me, lasciati amare».

(continua in libreria…)

© 2016 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

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