Quattro anni di guerra civile hanno condotto la Siria a una completa disgregazione del tessuto sociale, sprofondandola nel baratro del dramma umanitario. Su ilLibraio.it un resoconto di quanto accaduto negli ultimi (tragici) anni al popolo siriano e uno sguardo al pensiero di scrittori e intellettuali

«Una guerra quasi invisibile dove il calcolo dei morti e dei danni rimane solo una variabile marginale in un contesto di polemiche e appelli fra capi di Stato». Così il corrispondente di Repubblica, Nicola Lombardozzi, fotografa un conflitto dove l’urgente lotta al terrorismo dell’Isis, gli aspetti politici e geopolitici ambigui, le strategie opache e le innumerevoli forze in gioco rischiano di far perdere di vista le sorti del protagonista principale: il popolo siriano.

Quattro anni di guerra civile hanno condotto la Siria a una completa disgregazione del tessuto sociale, sprofondandola nel baratro del dramma umanitario. «Il mondo guarda a Obama, Putin, Erdogan, Kahmeini  […] e Assad – lamenta Yassin Al Haj Saleh, intellettuale della sinistra siriana, intervistato in febbraio da Stephen R. Shalom. «Noi, al contrario, rifugiati, donne, bambini, studenti, prigionieri politici… noi non esistiamo».

Che fine ha fatto il popolo siriano? Secondo le stime dell’Ufficio Onu per gli Affari Umanitari, le vittime sarebbero più di 240mila, 12 milioni di abitanti (su un totale di 17) in necessità impellente di aiuto, 7,6 milioni di profughi interni, 4,1 in fuga all’estero, tra Turchia, Libano e Giordania, le cui strutture ricettive, in carenza di fondi, sono ormai al collasso. Chi è rimasto vive nella paura o si unisce ai guerriglieri. Gli altri sono in viaggio verso l’Europa. Una guerra, quella siriana, che non va per il sottile con i civili. Più di un milione di case rase al suolo. Il 36% degli ospedali, distrutti. Secondo un’indagine dell’Unicef, dall’inizio del conflitto più di duemila scuole sono state danneggiate, 1.500 convertite in rifugi per sfollati o in sedi militari. Ad Aleppo il tasso di frequenza scolastica sarebbe inferiore al 6%, per un totale di quasi tre milioni di bambini senza accesso all’istruzione. Una vera e propria «generazione perduta», come l’ha definita il britannico The Guardian.

Il popolo siriano è stremato, deluso da se stesso, dalla propria élite intellettuale e politica, nonché da una comunità internazionale incapace di agire quando, al tavolo di Ginevra nel 2014, sedeva un’opposizione di gran lunga più moderata di quella odierna.

Tariq Ramadam, intellettuale musulmano oggi tra i più influenti, dal palco di Festivaletteratura di Mantova ha accusato i Paesi locali, colpevoli di aver estremizzato l’Islam, puntando il dito, però, anche contro Europa, Stati Uniti, Cina e Russia: «Una normalizzazione del Medio Oriente? Non ci sarà mai perché non conviene alle superpotenze. A loro conviene che ci siano governi deboli, autoritari […] Solo così potranno continuare a spartirsi le risorse».

L’impressione dei siriani è quella di essere stati abbandonati. La scrittrice e giornalista Samar Yazbek, dal suo esilio a Parigi, cerca da anni di accendere un faro sul suo popolo. L’urgenza è prima di tutto quella di testimoniare il dramma umano. The Crossing: My Journey to the Shattered Heart of Syria, il suo ultimo romanzo, racconta la Siria di oggi, la sofferenza di una guerra civile e di una vita sotto il regime.

Scelte personali di narrare il conflitto, nell’hic et nunc del dolore, al di là di qualsivoglia forma stilistica. Khaled Khalifa e Zakariyya Tamer si sono affidati all’immediatezza di Facebook, aggiornando il proprio «status» o pubblicando ogni giorno un breve racconto dedicato alla Siria. Il vignettista siriano-palestinese Hani Abbas, ospite nei giorni scorsi al Festival Internazionale di Ferrara, congela il dolore nella grafite dei suoi disegni. Uno su tutti, «Syrian Via Dolorosa»: tre generazioni in viaggio verso l’Europa, una croce insanguinata sulle spalle.

La drammatica evidenza è quella di avere a che fare con una pluralità di odi e rivalità che formano un caleidoscopio dalle mille sfaccettature. L’Isis ne è il protagonista più brutale. La sua sconfitta è la più urgente ma non costituisce, da sola, la soluzione del conflitto siriano. Impostosi a partire dal 2013, lo Stato Islamico ha semmai sfruttato le debolezze e il caos di una guerra fratricida che già da tempo aveva eroso le fondamenta della convivenza civile siriana. Il suo avvento ha portato con sè un’estremizzazione brutale e un azzeramento della ragione: il patrimonio artistico devastato, vietate la letteratura, la musica, l’arte e la storia nazionale.

La guerra civile scoppia, invece, già nel marzo 2011, in seno alle primavere arabe e in opposizione al regime alawita di Damasco. Il film-documentario Our Terrible Country, firmato Mohammad Ali Atassi e uscito in Europa lo scorso anno, racconta attraverso gli occhi dei protagonisti la brutalità quotidiana del conflitto, la sua evoluzione e l’affermarsi dello Stato Islamico che snatura le basi della rivoluzione. Rivoluzione nata con la speranza di rovesciare la dittatura di Assad, accusato della morte di oltre 200 mila civili. Crimini contro l’umanità, per i quali la Francia ha aperto un’inchiesta basata su 45 mila scatti di un ex fotografo della polizia militare siriana. Minacce, incarcerazioni, torture.

La lista di intellettuali e scrittori riparati all’estero è lunga: la poetessa Maram al Masri, il poeta curdo-siriano Golan Haji, lo scittore Mustafa Kahlif, il poeta Adonis, la scrittrice e giornalista Samar Yazbek sono solo alcuni nomi di intellettuali siriani da anni costretti all’esilio. Una generazione che ribolle di critica politica e sociale e che denuncia i sopprusi di un regime nemico della libertà.

Si comprende così la crucialità della questione Assad, intorno alla quale si danza il valzer diplomatico, preludio alla tanto attesa coalizione internazionale. Putin ha ribadito che l’appoggio al Raiss è l’unica via per sconfiggere l’Isis – oltre che il modo più sicuro di garantire i propri interessi nella regione. A Washington e all’Europa, la rilegittimazione di Assad non piace e non può piacere. Nel frattempo la Russia ha iniziato i suoi bombardamenti e l’Iran si prepara a entrare in guerra a fianco di Assad e ai miliziani sciiti stranieri. I raid aerei russi, condannati anche dalla Nato, non fanno troppa distinzione tra postazioni Isis e ribelli antigovernativi, con numerose vittime anche fra i civili. Quale sia il reale obiettivo di Putin è poco chiaro: combattere il terrorismo, rafforzare il regime di Damasco, forzare uno scambio Ucraina-Siria, ritagliarsi un ruolo nella ridefinizione delle forze di potere nell’area che va dal Mediterraneo all’Eufrate? Intanto, l’Osservatorio siriano per i diritti umani avverte che molti civili sono in fuga per il timore di raid e di offensive via terra.

Sul lato opposto della barricata, tra gli insorti, si contano più di 100 mila unità. Un’opposizione al regime tutt’altro che unita: frange più moderate, Esl, Esercito della Conquista, guerriglieri supportati dai Paesi del Golfo e dalla Turchia, estremisti di Al Nusra, fino ai combattenti curdi, sui quali sembra voler puntare Washington. Sono solo alcune delle 5000 milizie attive sul campo. Si tratta di capire se una coalizione di tribù e clan siriani, in chiave anti-Isis, sia cosa verosimile. Alle contrapposizioni confessionali si aggiungono, infatti, quelle etniche e tribali, decenni di profonde frizioni tra centri urbani e zone rurali; i beduini – allevatori e un tempo nomadi – credono di usare l’Isis per rivalersi contro i loro eterni rivali: i coltivatori. Una lotta intestina, dove, a fare da collante, si erge l’ideologia pan-sunnita e jihadista e dove la distinzione tra chi è amico e chi è nemico resta molto labile.

Una transazione politica in Siria è ancora distante, ma un compromesso sarà necessario. Bene o male? Per Pierluigi Battista inchinarsi all’ «asse del male minore» comporterebbe un’inammissibile accettazione dei sopprusi di Teheran, dove all’amore dei libri si oppone la frusta, come racconta Azar Nafisi nella sua «La repubblica delle idee»; e presupporrebbe quale interlocutore l’Arabia Saudita, esclusa dal Salone del Libro di Torino 2016 dopo il caso Ali al-Nimr, il giovane condannato a morte per aver preso parte a una manifestazione antigovernativa. Sconfitto l’Isis bisognerà trovare una formula di divisione del potere. Uno schema, scrive in un suo articolo Laura Mirachian, ambasciatore e rappresentante permanente presso l’Onu, già esiste: è quello elaborato da Kofi Annan, nel 2012. «Non propone una soluzione, ma un metodo», scrive la Mirachian. «Prefigura una fase di transizione, con un governo che avvii un dialogo, rediga una nuova Costituzione e predisponga elezioni generali multi-partitiche. Il dialogo – conclude – servirà a emarginare l’Is e a recuperare i ceti medi che nella disperazione stanno massicciamente lasciando il Paese», risolvendo al tempo stesso il problema del futuro siriano e del presente europeo.

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