Bocca di rosa, Nina, Nancy, Teresa. Ma anche la Vergine Maria, Giovanna D'Arco, Princesa; tutte le donne del Faber hanno la loro storia, per dolorosa o estatica che sia. Un viaggio letterario tra le donne cantate da Fabrizio De André... - L'approfondimento

Se immaginassimo di creare delle macrocategorie in cui inserire le donne cantate da Fabrizio De André, macrocategorie divise da porte comunicanti, confuse e contaminate, ne potremmo proporre tre: le bambine, le sante e le puttane, accomunate da quella che il Faber pensava fosse conseguenza prima dell’essere donna, la – chissà poi quanto – naturale propensione al sacrificio.

Scriveva, e raccontava poi nei suoi concerti, che le donne avevano tre croci da portare sulle spalle: “Il sacrificio della maternità, una malattia che il maschio non conosce, che dura nella sua fase acuta nove mesi e continua, a quanto osservo, per tutta la vita. Il sacrificio della prostituzione, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione, e un altro tipo di sacrificio, un altro tabù che viene osservato non soltanto in Paesi diversi dal nostro, ma anche nel nostro, ed è il sacrificio della verginità“.

Andiamo dunque a trovarle, queste donne, tutte memorabili, tutte ricordate, realmente esistite o meno, che importa? Sono vive nel cuore e sulla pelle dei tantissimi che hanno amato e amano i suoi brani, e tanto basta.

Le sante

C’è una santa alla quale De André ha dedicato un album intero: Maria, la madre del Cristo, un personaggio epico, forte, doloroso. Un personaggio che si basa sulle testimonianze dei Vangeli Apocrifi, lontano dall’iconografia classica. La Maria di De André viene strappata dalle braccia materne ad appena tre anni, e chiusa nel tempio fino ai dodici, quando i sacerdoti la cacciano a causa delle prime mestruazioni. Da lì la vendita all’asta della ragazza, guardata con occhi bramosi dagli scapoli di buona famiglia. E tra questi è Giuseppe, quarantenne e vedovo, ad accaparrarsi la ragazzina. La storia di Maria è scardinata nei singoli brani, che ne raccontano il ricongiungimento con Giuseppe (era stato fuori dalla Giudea per quattro anni, tornando dunque quando la ragazza compie sedici anni), l’Immacolata concezione (raccontata in prima persona nel brano “Il sogno di Maria, in cui la ragazza cerca di spiegare, in una canzone ricca di immagini evocative, la sua gravidanza), la vita da madre, in una forse per la prima volta genuina felicità, fiera e innamorata di suo figlio. Fino all’abisso nel tragico, all’incontro con un falegname che sta intagliando tre croci, una per il suo bambino. E non sono importanti le parole astiose delle altre due madri, che aspettano la morte dei loro rispettivi figli, Dimaco e Tito, crocifissi ai lati di Gesù, perché per quanto il Cristo sarebbe risorto, resta vero il dolore assoluto delle parole di Maria: “Non fossi stato figlio di Dio, t’avrei ancora per figlio mio”. Una Maria umana prima che umanizzata, raccontata nella sua grandezza di donna, in un’interpretazione di rara bellezza.

Santa da un po’ meno, è Giovanna D’Arco, la pulzella d’Orleans, cantata da Leonard Cohen del 1971 e tradotta dal Faber l’anno successivo. Personaggio storico, simbolo della virtù cristiana e guerriera, è immaginata sul rogo, in preda al fuoco che la divora e, stanca della guerra, sembra quasi rimpiangere la proposta di matrimonio e la vita tranquilla alla quale ha voltato le spalle.

L’ultima santa che annoveriamo è Marinella. La storia della ragazza è cosa nota, i riferimenti all’Ofelia shakespeariana anche. Resta una canzone di rara potenza emotiva, atta a ridare la vita a chi la vita se l’è vista strappare, nel peggiore dei modi.

Le bambine

Le chiamiamo bambine, ma potrebbero anche non esserlo: ad accomunare queste donne l’ingenuità, la spensieratezza, la consapevolezza che, alla fine, amor vincit omnia.

Partiamo da quella che è una via di mezzo tra la santa e la bambina: Teresa, protagonista della canzone che dà nome all’intero album, Rimini. Teresa è una ragazza riminese che si lascia andare dalla fantasia per scappare da quella che è una realtà opprimente e falsa, in pieno boom capitalistico, nella città già divenuta simbolo di frivolezza e amori che durano poco più di un’estate – non a caso uno dei riferimenti dell’intero album sono I vitelloni di Fellini. La figlia del droghiere è reduce dall’aborto del figlio del bagnino, e allora scappa con la mente e cavalca quel mare che in realtà guarda soltanto. Non ha odio per il ragazzo che l’ha sedotta solo per scommessa, ma dà solo un monito ai suoi ascoltatori: ‘non regalate terre promesse a chi non le mantiene’.

Una bambina un po’ più allegra, sempre se di allegria con De André si possa parlare, è Angiolina, protagonista di Volta la carta che, nel turbine delle situazioni che le carte mostrano, s’innamora di un carabiniere, ma questo poi sparisce. La sua storia è a lieto fine: dopo aver imparato a dare il giusto nome alle cose, Angiolina diventa una donna sicura, pronta per l’altare e una vita gloriosa. E, per un’Angiolina che mostra la sua vittoria, c’è una Franziska che è lontana dal suo amato, latitante, e non può fare altro che rinchiudersi per evitarne la gelosia, conscia del fatto che l’unica consolazione per lui è addormentarsi con il rosario da lei regalato. Faber afferma di essersi ispirato, per Franziska, ad alcuni racconti sentiti dai suoi rapitori, durante il sequestro.

Da annoverare nelle bambine due personaggi nati dalla penna di Leonard Cohen e ritradotti da De André: Suzanne, che racconta della ballerina Suzanne Verdal, in un dolce desiderio carnale mai accontentato per una ragazza con infermità mentale, e Nancy, ventunenne che, a causa di problemi psichici riscontrati da ragazzina, si vede portare via il figlio; si sparò alla testa col fucile da caccia del fratello. La sua pazzia l’ha portata a un abbandono, nascosto da una finta emancipazione: Nancy dormiva con tutti, e senza alcuna pretesa si meravigliava tutte le volte che un uomo veniva da lei, e a ognuno di loro diceva, con sincerità, che era contenta della sua presenza.

Chiudiamo la categoria bambine con due personaggi molto particolari, legati ad ambienti strettamente legati alla natura: Nina, amica d’infanzia di Fabrizio, e Sally.

Ho visto Nina volare è una delle canzoni più famose del Faber, la penultima traccia dell’ultimo disco, Anime salve. Come a voler chiudere un cerchio, De André canta, pochi mesi prima di morire, dell’incontro con Nina, sua coetanea, con la quale ha trascorso i primi anni di vita a Revignano d’Asti, in fuga dalla guerra. Faber la canta mentre vola sull’altalena, con una leggerezza che si scontra col monito paterno, che ostacolerà quell’ipotetico amore. Sally, invece, è “una favoletta che ha come morale ‘lascia che tuo figlio vada a giocare in strada, altrimenti succederanno dei casini allucinanti”, in cui Sally – una bambina, una fata, un’amica, la canzone è volutamente ambigua –, convince il protagonista a ribellarsi al volere materno, che finisce però in un brutto giro, zigzagando in un mondo fatto di violenza, droga e assassinio.

Le puttane

Verità universale del mondo deandreiano, l’abbiamo anticipato sopra, è che la prostituzione conduce alla santificazione. Per questo le prostitute cantate dal Faber sono quanto di più vicino al Paradiso, proprio perché il Purgatorio e l’Inferno l’hanno già sperimentato in vita.

Partiamo da quella che probabilmente è la donna – e la canzone – più conosciuta e cantata dal pubblico: Bocca di Rosa, entrata addirittura nel lessico italiano per antonomasia. La ragazza raggiunge il paesino genovese di Sant’Ilario, che il Faber prende a esempio per indicare la chiusura mentale e l’arretratezza della periferia, dove i mariti delle matrone fanno a gara per passare del tempo con lei. Non ci vuole molto perché arrivi la denuncia ai carabinieri, che la scorteranno in stazione: tutti gli uomini del paese si fermano a darle un saluto, e la voce del suo arrivo raggiunge velocemente la fermata successiva; addirittura il prete le chiede di presidiare accanto alla Madonna durante la processione, perché una cosa è certa: l’amore di Bocca di Rosa è un dono che la ragazza fa a tutti gli uomini che incrociano il suo sguardo, spinta com’è non dalla noia, né dal lavoro, ma dalla passione.

Jamin-a, dice il Faber, guai a chiamarla puttana: in Creuza de mä, l’album dedicato ai marinai che trascorrono la loro esistenza tra la voglia di scappare e quella di tornare a casa, la ‘sultana delle bagasce’ è più simile a un sogno o a una speranza in cui il marinaio può confidare nei momenti più duri. Ma non è detto che non la si possa incontrare in ogni posto in cui la nave attracca, e scivolare nell’erotismo sfrenato che la lupa dalla pelle scura garantisce.

Scivolando indietro nel tempo troviamo la canzone di Barbara, una ragazza che, con il suo darsi all’amore libero e scevro dal bigottismo, si è portata addosso l’odio di tutte quelle donne che difendono il talamo nuziale e condannano la spontaneità dell’amore, che è come l’ortica: cresce ovunque, non puoi estirparla, né prevedere dove colpirà.

Rebibbia, quasi trent’anni fa. La brasiliana Fernanda Farias de Albuquerque, in carcere per accoltellamento, si sente dare del lui da chiunque. Vive in balia delle botte e degli insulti, nata femmina in un corpo di maschio, e vende il suo corpo agli uomini, ammaliati dalle sue forme scivolose, dalla voce sensuale e dal forte accento portoghese. Maurizio Iannelli ascolta la sua storia, la rende libro: Princesa viene pubblicato nel 1994 da Sensibili alle foglie. Ma prima raggiunge il Faber, che ne fa l’apertura dell’ultimo album, Anime salve, dedicato agli spiriti solitari che combattono le loro battaglie, alcuni più silenziosamente di altri. Fernanda è morta in circostanze sospette, e il Faber compie involontariamente uno dei suoi peculiari servigi: come per Marinella, le regala un futuro felice insieme a un avvocato milanese. Almeno nella sua canzone.

Ma non si può pensare di scrivere delle donne di De André senza citare le tre che hanno vissuto, fianco a fianco, con il cantautore. La Puny (Enrica Rignon), che a colpi di forza si è fatta strada nell’animo tortuoso e contraddittorio del Faber; Dori Ghezzi, la seconda moglie, la compagna di giochi e di dolore, con cui ha condiviso l’esperienza della prigionia nell’entroterra sardo. Infine Genova, che Fabrizio definisce sua moglie, la città che innamora anche se si cerca di esaltarne i difetti; “Genova, che tutte le volte che ti ci trovi fuori ti rendi conto che è una città soprattutto da rimpiangere”.

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