Caterina Bonvicini torna con un romanzo in cui l’assenza di un uomo dà finalmente voce alle donne della sua vita. Un libro sull’amore, sulla famiglia, sulle sovrastrutture che la società impone. Una dark comedy che ricorda le atmosfere di "Hannah e le sue sorelle" di Woody Allen e "Speriamo che sia femmina" di Monicelli - Su ilLibraio.it un capitolo

È la vigilia di Natale. Intorno alla tavola ci sono sette donne. Tutte le donne della vita di Vittorio, e lo stanno aspettando. Ma lui non arriva. Manda solo un enigmatico messaggio. Poche parole che rendono ancora più perturbante la sua assenza. Perché per ognuna di loro, in modo diverso, lui è il centro di un mondo: c’è la madre e c’è la sorella, ci sono la moglie, l’ex moglie e l’amante, la figlia adulta e la figlia adolescente. Il vuoto che lascia un uomo può diventare molto affollato. Ritrovare se stesse è allora necessario, vitale, indispensabile. Bisogna farlo insieme, avere il coraggio di appoggiarsi l’una all’altra. Bisogna accettare che un amore che si voleva assoluto è invece frammentario e condiviso. Condiviso proprio con quelle donne per cui si prova astio e rancore. Eppure anche da questi sentimenti può nascere un’inattesa complicità, una solidarietà finora sconosciuta. Forse solo così la lontananza di Vittorio può diventare un’occasione per guardare le cose in modo nuovo. In questa commedia ironica e spietata, costruita come un giallo, anche la persona a noi più vicina può svelare all’improvviso un lato che agli altri sfugge.

Caterina Bonvicini torna con Tutte le donne di (Garzanti), romanzo in cui l’assenza di un uomo dà finalmente voce alle donne della sua vita. Un libro sull’amore, sulla famiglia, sulle sovrastrutture che la società impone.

La foto di copertina è di Alberto Cristofari.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, un capitolo:

Ecco, tu non ci avevi mai pensato all’olio. Che deve essere amaro o fruttato, per esempio. Magari equilibrato – un olio equilibrato? – e venire dall’Umbria o dalla Puglia o dalla Toscana. Per te, fino a quel momento, l’olio era solo una bottiglia un po’ viscida che stava in cucina e lasciava sotto un alone da pulire. Tua madre diventava isterica quando usavi la spugna bagnata nell’acqua. Assolutamente no. Per togliere l’olio da una qualsiasi superficie lavabile bisogna usare acqua e ammoniaca, spruzzate su un panno di carta. E tu sbuffavi. Perché non va bene un po’ d’acqua e basta? Però stavi per uscire con il tuo ragazzo, c’era in ballo una festa e speravi di strappare un permesso speciale per tornare tardi, quindi non protestavi. D’accordo, pulisco il piano della cucina – da un olio comprato al supermercato, in confezioni grandi, a prezzo d’occasione, pieno di difetti organolettici e con parametri chimici critici, in poche parole niente affatto extra – vergine (ma ancora non ci facevi caso) – e con quello stupido spray all’ammoniaca in mano cercavi solo di fare in fretta. Non uso la spugna bagnata sotto il rubinetto, va bene. Quanti anni avevi? Diciannove? Com’era bello avere diciannove anni.

Non che tu adesso ne abbia tanti di più. Ma sette segnano la differenza. Un po’ perché alla tua età si invecchia come i cani. E poi perché ci hai messo del tuo: ti sei trasferita a Milano, ti sei laureata, hai trovato un lavoro e anche qualche amante. Certo, sei ancora goffa – e quel- l’olio fruttato te lo sta ricordando proprio adesso – ma solo tu sai quanti progressi hai fatto.

Tanto per cominciare, è la vigilia di Natale e non sei a casa tua. Con la scusa che avevi molto da lavorare, non sei tornata dai tuoi per le vacanze. Ti scappa persino un sorriso. Sei ancora troppo immatura per sapere che il bidone che hai tirato alla tua famiglia non è un traguardo da festeggiare, specie se sei capitata in un’altra.

In aggiunta, il sorriso ti scappa al momento sbagliato. Perché la signora seduta di fronte a te sta dicendo che in realtà esiste un olio molto migliore.

«Potevo regalarvi qualche bottiglia», sta dicendo. «Che sciocca, non ci ho pensato. Be’, la prossima volta.»

A te sembra una cosa bellissima che esista un olio migliore (anche se non hai ancora capito cos’ha di veramente speciale questo) ma il tuo sorriso compiaciuto rischia di offendere la padrona di casa, che non sorride affatto.

«Grazie, Ada», risponde Cristina un po’ fredda, «sono sempre alla ricerca di olio buono, sei un tesoro.» E pronuncia la parola tesoro come si pronuncia strega, carogna o grandissima bastarda.

Sei molto affascinata da questa intonazione. Forse di sapori te ne intendi poco, perché hai sempre mangiato quello che capitava, ma non ti sfuggono certo i giochi di potere, o di umiliazione. Sei abituata a procedere per intuizioni – o inciampi che ti illuminano – quindi hai colto in fretta tutto quello che c’era da cogliere. A quanto pare la gente raffinata si fa del male così: con molta gentilezza. Come se fosse un regalo.

In pochi secondi decidi di difendere la persona che ti ha invitata. Anche perché ti fa comodo, te la devi tenere buona. Ti accorgi di essere ipocrita anche tu, molto ipocrita, ma questa scoperta non ti turba. Ti scoccia di più non essere capace di un’ipocrisia elegante come la loro. Però te ne rendi conto troppo tardi, quando dici: «Ma questo è l’olio più buono che abbia mai assaggiato!».

Nessuno sembra avere sentito, le altre fanno finta che tu non abbia neanche parlato. Cristina compresa, che liquida la tua frase esattamente come la precedente, allungandoti un piatto ovale. La coppa comprata a Piacenza, la bresaola portata dalla Valtellina, il culatello regalato da un amico di Parma. Perché bisogna sempre dichiarare la provenienza del cibo? Ti sembra di essere alla dogana.

«Ne vuoi ancora, Camilla?»

Ti stai innervosendo, tutta questa mitologia del cibo è irritante. Ormai è il cibo che divora noi e i nostri pensieri, il contrario è solo apparenza. Quindi sollevi il mento e guardi gli altri con ironia.

«No, grazie», rispondi. «È tutto buonissimo, veramente buonissimo, ma no. Grazie no.»

Adesso non ti dispiace più essere troppo giovane per sapere tutto quello che sanno loro. Di colpo, sei felicissima di avere ventisei anni. Perché sai che alla tua età si ha una grande fortuna: si può guardare e basta, non è poi così necessario aprire bocca. Nessuno pretende che tu sia all’altezza della conversazione. Quale altezza, poi? Quale conversazione? Francamente, da gente come loro ti aspettavi qualcosa di più. Invece stanno parlando di olio. Sorridi di nuovo e te ne freghi se è il momento giusto o no. Fanculo all’olio d’oliva e a tutte le sue proprietà. Se ci tengono, puoi dare un contributo anche tu disputando di vaselina. Fai un piccolo verso, sollevando il labbro come per un tic. Me ne sbatto se è amaro o fruttato. Poi ti ricordi che sei lì solo perché qualcuno si sbatte te.

«Mio marito è sempre in ritardo, scusate», sta dicendo Cristina, alzandosi di nuovo, «magari faccio preparare il primo lo stesso. Mangerà il risotto riscaldato, pazienza.» Si avvicina di corsa alla porta della cucina: «Rashmi? Può cominciare a fare soffriggere i porri. Si ricordi che alla fine non vogliamo il burro, eh? È sufficiente mantecare con il parmigiano, grazie».

Passi in rassegna le donne sedute a tavola con te – tutte che scuotono la testa e dicono No, dai, aspettiamo – poi guardi il posto vuoto, il piatto pulito e il tovagliolo ancora piegato. Ma Vittorio dov’è finito?

Questa attesa è logorante, anche perché non sai come reagirà quando ti troverà lì. Purtroppo ti sei accorta che l’iniziativa era di sua moglie e non sua – e soprattutto che lui non sapeva niente dell’invito – solo alle otto. Quando sei entrata con un panettone ancora tiepido in mano (un panettone che ti è costato quanto la bolletta della luce) e Cristina ha afferrato il tuo cappotto, dicendo: «Dammelo pure, cara, lo appendo di là. Vittorio non è ancora arrivato, ma sarà felicissimo di trovarti qui, vedrai. Gli metti allegria».

E adesso, dopo un’ora e mezza, mentre la padrona di casa si agita, ti senti un verme. Pensi che Vittorio se la sia data a gambe proprio la vigilia di Natale per colpa tua. Ha saputo che eri lì, seduta fra sua madre e sua figlia, di fronte a sua sorella, e sta cercando una scusa qualsiasi per non assistere. Hai proprio sbagliato, non avresti mai dovuto accettare. Ma adesso è troppo tardi, puoi solo stare al tuo posto e comportarti da persona educata. E cercare di scambiare due parole con le tue vicine, anche se non è facile.

La figlia piccola di Vittorio sarebbe la più abbordabile, dati i suoi sedici anni. Ma è impossibile comunicare con lei. Piegata sul suo cellulare, che tiene sulle ginocchia, sotto la tovaglia, è presente solo su WhatsApp. Se cerchi di parlarle, Giulia ti risponde in fretta, facendoti capire che la stai disturbando.

«Mi hanno bocciata, adesso vado in una scuola privata.»

«Assì? E dove?»

Non conosci i licei di Milano, però fai finta di intendertene. Capirai, per te una scuola vale l’altra. Giulia borbotta veloce un nome che tu nemmeno capisci, senza alzare gli occhi dallo schermo. Fine della conversazione.

Del resto, con la madre di Vittorio è peggio. Non solo perché Lucrezia è un po’ sorda, ma anche perché ti tratta come un’adolescente autistica, tipo sua nipote. Si è cortesemente rivolta a te una volta sola, per chiederti di leggerle un messaggio sul cellulare. Perché non era capace.

«C’è scritto auguri, signora. Solo auguri», rispondi.

«Auguri di chi?»

«Non lo so, signora. Il numero non è registrato in rubrica.»

«Be’, non importa. Che noia, gli auguri.»

In compenso, la sorella di Vittorio ti sta asfissiando. Tocca a te evitare il dialogo, a costo di stare definitivamente zitta.

«Quindi non sei più una stagista», dice.

«No, signora.»

«Ma ti hanno assunta?»

«Non ancora, signora. Per il momento ho solo un contratto a tempo determinato», rispondi paziente, anche se non ne puoi più di questo interrogatorio.

«Quindi correggi le bozze? Anch’io ne ho corrette tante a mio fratello», e ride, rovesciando la mano dietro l’orecchio con uno slancio del polso.

Ti sta irritando davvero, adesso. Sembra che ti voglia a tutti i costi sminuire.

«No, signora. Io non sono una redattrice, lavoro all’ufficio stampa.»

«Ah, ora capisco», Francesca sembra finalmente soddisfatta, «sei una pierre

Ti volti e la guardi. Non sentivi da secoli questo termine. Pierre. Era una parola che da piccola ti affascinava molto. La usava sempre un’amica di tua madre per parlare di donne che erano partite per Milano e che là erano diventate delle poco di buono. Fanno le pierre, sai. Tu non avevi capito che si occupavano di pubbliche relazioni, eri convinta che fosse l’abbreviazione di una parolaccia – prostitute? – e che tua madre e la sua amica si limitassero alle iniziali per non dire volgarità davanti a te. Fantasticavi molto su queste pierre, magari un po’ perdute, che però avevano avuto il coraggio di andarsene dal paese. A Milano. Beate loro.

«Parlo con i giornalisti, sì, accompagno in giro gli autori, organizzo le presentazioni.»

«E hai accompagnato anche Vittorio?»

Sta cercando di usare il verbo in modo equivoco? Come se tu fossi un’accompagnatrice – altro termine caduto in disuso, incredibile. Sul momento sei stupefatta. Dove sta cercando di arrivare? Spera che tu le dica che Vittorio ti ha raccomandata? Non è nemmeno vero. Il posto non l’hai ottenuto scopando con suo fratello, l’hai ottenuto scopando con un altro.

Più precisamente con il direttore editoriale. Un bel quarantenne, naturalmente molto sposato, che ha messo gli occhi su di te appena sei arrivata in casa editrice. Un caffè tira l’altro, succede. Ma la caffeina fa male al cuore e anche ai nervi, quindi a un certo punto si passa all’aperitivo, che almeno rilassa. Solo che bere a stomaco vuoto fa girare la testa, si rischiano gesti inconsulti, e così viene legittimata la cena. Finiti i sei mesi di stage, le altre ragazze che passavano di lì dovevano cercarsi un lavoro altrove, tu no. Avevano giusto bisogno di qualcuno all’ufficio stampa per sostituire una maternità.

Vittorio per te è solo un guaio. Rischi perfino di subire ritorsioni, se la storia salta fuori. Per colpa sua, un contratto a tempo indeterminato potresti non averlo mai. Forse Francesca non lo sa, ma Vittorio non è più in grado di raccomandare nessuno. Ada se l’è sposato quando era solo uno studente, Cristina gliel’ha rubato appena è diventato famoso e tu te lo sei preso quando è caduto in disgrazia. Per un attimo ridi da sola – sei la solita masochista: una masochista sentimentale – poi rispondi.

«Sì, ho accompagnato Vittorio. L’ho accompagnato tante volte

In quel momento ti accorgi che qualcuno ti sta fissando. Giri gli occhi e incroci quelli della figlia più grande di Vittorio. Paoletta è l’unica che non ha fatto neanche lo sforzo di pronunciare una frase di cortesia, tipo Buon Natale. Niente di niente.

Adesso sta dicendo: «Ma siete sicure che papà si ricordi che oggi è la vigilia di Natale? Magari è andato a cena con un amico, sappiamo com’è».

Coro di risate, che battuta divertente. Coro di negazioni, e nel negare sono tutte compatte. Ada è quella che ti fa più paura. Dominante ex moglie – ma è una bella gara fra dominatrici, qui – madre di Paoletta, dopo il divorzio si è ritagliata il ruolo di migliore amica. E chi la detronizza più. Vittorio le racconta tutto, perfino le sue storie clandestine. Dal modo in cui ti guarda – lei è a capotavola – capisci benissimo che le ha parlato anche di te.

«Il cellulare è sempre spento», sta dicendo intanto Cristina, che non riesce a stare seduta. «Non capisco.»

Abbassi gli occhi. E allunghi una mano per prendere l’olio. Tutti lo mangiano sul pane, anche tu cominci ad avere fame. Credevi che la scarpetta fosse una cafonata, invece con l’olio pregiato a quanto pare si fa. Guai a ripulire il piatto dal sugo, ma un filo di liquido verde con la mollica si può cancellare eccome. Puoi farne sparire ogni traccia.

(continua in libreria…)

 

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