“Non guardo al passato con rimpianto, non penso che l'arte di un tempo fosse meglio di quella di oggi. Credo solo che adesso sia difficile immaginare qualcosa come i film di Tarkovskij, perché mi sembra che l'arte si sia ristretta esclusivamente all'efficacia narrativa”. In occasione dell’uscita di “Sogni e favole”, ilLibraio.it ha intervistato Emanuele Trevi che nella sua ultima opera ha mescolato eventi personali e ragionamenti, dando vita a un libro che è un intreccio tra autofiction e saggio, in cui ripercorre il suo apprendistato letterario attraverso l’incontro con tre figure che hanno influenzato la sua vita...

Mettiamo che un giorno, entrando in un cinema, qualcuno si trovi davanti a una sala piena di persone che assistono a un film di Tarkovskij. Dopo più di due ore il film finisce e, mentre il pubblico inizia piano piano a diradarsi, solo un uomo rimane dentro, seduto in una poltrona dell’ultima fila, proprio sotto la finestrella della cabina di proiezione. Anche se lo schermo è ormai nero, l’uomo continua a restare immobile, con uno sguardo opaco e indifferente: sta piangendo in silenzio, in una specie di estasi contemplativa.

Chi ha il coraggio di manifestare le proprie emozioni in modo così spontaneo? Chi si lascia coinvolgere e sconvolgere così tanto da un’opera d’arte? Ma soprattutto: esiste oggi un’opera d’arte in grado di suscitare queste reazioni?

Se lo chiede Emanuele Trevi, classe ’64, nell’incipit del suo nuovo libro Sogni e favole (Ponte alle Grazie), mentre ricorda la notte in cui, in un cineclub romano, vede per la prima volta Arturo Patten, uno dei più importanti fotografi ritrattisti statunitensi. L’incontro con Arturo è solo il primo dei tre che si svolgono durante il corso del romanzo, eppure già anticipa la natura di tutti gli altri perché, come racconta l’autore a ilLibraio.it, si tratta di incontri con “persone autentiche, che non avevano paura di manifestare la propria natura, che non erano vincolate a degli scrupoli sociali”.

Arturo, infatti, viene letteralmente descritto come un rapace indomabile e affettuoso, che ha la capacità di entrare in intimità con il prossimo senza inibizioni, senza lasciarsi condizionare dagli stereotipi delle buone maniere, senza ipocrisia o perbenismo. La sua più grande dote umana (e di conseguenza anche artistica) è quella di avvicinarsi alle persone, di annullare le distanze. Così Trevi e Arturo iniziano a frequentarsi, parlano di libri, si infiammano citando le poesie di Marianne Moore e Gli imperdonabili di Cristina Campo, si confidano, diventano amici. E poi una sera, per caso, in una piazzetta deserta simile a una scena teatrale, Arturo presenta a Trevi il critico Cesare Garboli.

Ed ecco il secondo incontro che segna la vita dello scrittore. I tre si siedono ai tavolini di un bar e, mentre contemplano la bellezza inesauribile di Roma, Garboli si rivolge a Trevi chiedendogli se conosce quel sonetto di Metastasio che inizia così:

Sogni, e favole io fingo; e pure in carte

Mentre favole, e sogni orno, e disegno,

In lor, folle ch’io son, prendo tal parte,

Che del mal che inventai piango, e mi sdegno

Sogni, e favole io fingo.

Questo componimento diventa il centro della scrittura di Trevi: oltre a dare il titolo all’opera, torna come un ritornello in tutte le pagine del libro e racchiude l’essenza della riflessione attorno a cui ruota tutta la narrazione: “Fondamentalmente si tratta di una riflessione sull’illusione e sull’arte. In pratica quello che dice Metastasio è semplice, e quasi ovvio: tutto quello che scrivo non è che una finzione, i miei versi hanno la stessa natura chimerica dei sogni e delle favole. Eppure quella stessa finzione mi fa piangere, mi travolge. Illude anche me che la sto creando. Del resto Metastasio era un uomo di teatro, quindi conosceva bene i meccanismi della finzione e sapeva che, forse, la verità non può mai essere conosciuta, se non dopo la morte. È il classico paragone della vita come spettacolo teatrale“.

Proprio come in una pièce entra in scena l’ultima figura di questo percorso di “apprendistato” – sottotitolo del libro – descritto da Trevi: la poetessa Amelia Roselli, che abita nella stessa via di Arturo Patten. Anche lei, come il fotografo, si toglie la vita “in maniera classica, diciamo quasi all’antica, come poteva succedere in una tragedia greca, in una saga di vichinghi: lei buttandosi nel vuoto, lui impiccandosi”.

Di questi tre personaggi Trevi scrive mescolando eventi personali e ragionamenti, e dando vita a un’opera che è un intreccio tra autofiction e saggio, ambientata in una Roma che è al tempo stesso contenitore di quei ricordi e simbolo di un’arte passata: “Raccontando fatti della mia biografia è normale che io scriva di Roma, che è la città in cui vivo da tutta la vita e che quindi è uno spazio narrativo perfetto, un luogo di memorie che mi riguardano. Poi ci sono anche altri luoghi nel libro, come Parigi o la casa di Garboli in Toscana, ma sono ambientazioni che parlano meno di me, di quello che sono. Per quanto riguarda invece il riferimento all’arte, scrivo di un contesto culturale che ho vissuto, ma non guardo al passato con rimpianto, non penso che l’arte di un tempo fosse meglio di quella di oggi. Credo solo che adesso sia difficile immaginare qualcosa come i film di Tarkovskij, perché mi sembra che l’arte si sia ristretta esclusivamente all’efficacia narrativa. Intendiamoci, ci sono sempre stati i libri che facevano voltare la pagina, per dirla come direbbero gli inglesi, però c’era anche un pubblico che andava alla ricerca di forti esperienze simboliche. Ci sono cose che sono accadute e che non potranno accadere più, tutto qui. Non si può tornare indietro. La mia è solo una nostalgia privata, non culturale”.

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