Arriva in libreria "La ragazza nella nebbia", il nuovo thriller di Donato Carrisi, l'autore del bestseller "Il Suggeritore". Su ilLibraio.it un capitolo del romanzo

«La giustizia non fa ascolti. La giustizia non interessa a nessuno. La gente vuole un mostro… E io le do quello che vuole.» La notte in cui tutto cambia per sempre è una notte di ghiaccio e nebbia ad Avechot, un paese rintanato in una valle profonda fra le ombre delle Alpi. Forse è stata proprio colpa della nebbia se l’auto dell’agente speciale Vogel è finita in un fosso. Un banale incidente.
Vogel è illeso, ma sotto shock. Non ricorda perché è lì e come ci è arrivato. Eppure una cosa è certa: l’agente speciale Vogel dovrebbe trovarsi da tutt’altra parte, lontano da Avechot.
Infatti, sono ormai passati due mesi da quando una ragazzina del paese è scomparsa nella nebbia. Due mesi da quando Vogel si è occupato di quello che, da semplice caso di allontanamento volontario, si è trasformato prima in un caso di rapimento e, da lì, in un colossale caso mediatico.
Perché è questa la specialità di Vogel. Non gli interessa nulla del dna, non sa che farsene dei rilevamenti della scientifica, però in una cosa è insuperabile: manovrare i media. Attirare le telecamere, conquistare le prime pagine. Ottenere sempre più fondi per l’indagine grazie all’attenzione e alle pressioni del «pubblico a casa». Santificare la vittima e, alla fine, scovare il mostro e sbatterlo in galera.
Questo è il suo gioco, e questa è la sua «firma». Perché ci vuole uno come lui, privo di scrupoli, sicuro dei propri metodi, per far sì che un crimine riceva ciò che realmente gli spetta: non tanto una soluzione, quanto un’audience. Sono passati due mesi da tutto questo, e l’agente speciale Vogel dovrebbe essere lontano, ormai, da quelle montagne inospitali.
Ma allora, cosa ci fa ancora lì? Perché quell’incidente? Ma soprattutto, visto che è illeso, a chi appartiene il sangue che ha sui vestiti?

Arriva in libreria con Longanesi La ragazza nella nebbia, il nuovo thriller di Donato Carrisi, l’autore, classe ’73, del bestseller Il Suggeritore.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione di Longanesi, un estratto dal nuovo romanzo.

Lo avevano fatto accomodare nel suo ambulatorio. Aprendo la porta, Flores scorse subito la figura dell’uomo seduto su una delle due poltroncine posizionate di fronte alla scrivania ingombra di carte. Indossava un cappotto scuro di cachemire e aveva le spalle ricurve, sembrò non accorgersi nemmeno che era entrato qualcuno.

Flores appese il giaccone all’attaccapanni e si massaggiò le mani ancora intirizzite dal freddo. «Buonasera» disse dirigendosi verso il calorifero per assicurarsi che fosse acceso. In realtà era solo un pretesto per posizionarsi di fronte all’uomo e accertarsi delle sue condizioni ma, soprattutto, per comprendere il senso delle parole della Mayer.

Sotto il cappotto, Vogel vestiva in maniera elegante. Completo blu scuro, cravatta di seta azzurro polvere con piccoli motivi floreali, un fazzoletto giallo nel taschino della giacca, camicia bianca e gemelli d’oro rosa di forma ovale. Solo che il suo aspetto sembrava sgualcito, come se portasse quegli abiti da settimane.

Vogel sollevò per un attimo gli occhi su di lui, senza rispondere al saluto. Poi lo sguardo gli ricadde sulle mani adagiate in grembo.

Lo psichiatra si interrogò sul bizzarro scherzo della sorte che aveva deciso di metterli l’uno davanti all’altro. «E’ da molto che è qui?» esordì.

«E lei? »

Flores rise alla battuta, ma l’altro rimase serio. «Più o meno quarant’anni» rispose. Nel tempo la stanza si era arricchita di oggetti e mobili, fino a esserne ingombrata. Lo psichiatra si rendeva conto che a un osservatore esterno l’insieme potesse apparire cacofonico. «Vede quel vecchio divano? L’ho ereditato dal mio predecessore, mentre la scrivania l’ho scelta di persona.» Sul tavolo c’erano le foto incorniciate dei suoi familiari.

Vogel ne prese una e la osservò tenendola fra le mani. C’era Flores circondato dalla sua numerosa progenie in un giorno d’estate in cui avevano fatto un barbecue in giardino. «Bella famiglia » commentò con un vago interesse.

«Tre figli e undici nipoti.» Flores era molto affezionato a quell’immagine.

Vogel rimise a posto la cornice e cominciò a guardarsi intorno. Sulle pareti, oltre alla laurea, agli encomi ricevuti e ai disegni che gli regalavano i nipotini, c’erano i trofei di cui lo psichiatra andava più fiero.

Praticava la pesca sportiva e nell’ambulatorio erano ben in mostra numerosi esemplari di pesci imbalsamati.

«Quando posso, mollo tutto e me ne vado su un lago o su un torrente di montagna» disse Flores. «Così mi rimetto in pace col creato.» In un angolo c’era l’armadio con le canne e una cassetta contenente ami, esche, lenze e tutto l’occorrente. Col tempo la stanza aveva finito per non assomigliare affatto all’ambulatorio di uno psichiatra. Era diventata la sua tana, un posto solo suo, e provava dispiacere al pensiero che di lì a qualche mese sarebbe andato in pensione e avrebbe dovuto sgombrare tutto, portando via le sue cose.

Fra le tante storie che quei muri avrebbero potuto raccontare, adesso c’era anche quella di una visita imprevista una tarda sera d’inverno.

«Ancora non riesco a credere che lei sia qui» ammise lo psichiatra con un po’ di imbarazzo. «Io e mia moglie l’abbiamo vista così tante volte in tv. Lei è una celebrità »

L’altro annuì solamente. Sembrava davvero in uno stato confusionale, o forse era un ottimo attore.

«E’ sicuro di sentirsi bene? »

«Sto bene» ribadì Vogel con un filo di voce.

Flores si spostò dal calorifero e andò a posizionarsi dietro la scrivania, sulla poltrona che negli anni aveva assimilato le sue forme. «E’ stato fortunato, lo sa? Poco fa sono passato accanto al luogo dell’incidente: è finito fuori strada dal lato giusto. C’è un fosso bello profondo, ma dall’altra parte c’è un burrone.»

«La nebbia» disse l’ospite.

«Già» convenne Flores. «Nebbia da congelamento, non se ne vede spesso. Ho impiegato venti minuti ad arrivare, quando di solito in auto da casa mia ne bastano appena dieci.» Poi appoggiò entrambi i go16 miti sui braccioli della poltrona e si lasciò andare sullo schienale. «Non ci siamo ancora presentati: sono il dottor Auguste Flores. Mi dica, come devo chiamarla? Agente speciale oppure signor Vogel? »

L’uomo sembrò pensarci fugacemente. «Scelga lei. »

«Io penso che un poliziotto non perda mai i propri gradi, anche quando smette di fare il proprio mestiere. Perciò per me lei rimane l’agente speciale Vogel. »

«Se preferisce così…»

Nella mente di Flores si concentravano decine di domande, ma sapeva di dover scegliere quelle giuste per iniziare. «Francamente non mi aspettavo di vederla ancora da queste parti, credevo che fosse rientrato giù in città già da un pezzo dopo quello che è successo. Perché è tornato? »

L’agente speciale Vogel si passò lentamente le mani sui pantaloni, come a voler rimuovere una polvere inesistente. «Non lo so… »

Non aggiunse altro e Flores si limitò ad annuire. «Capisco. E’ venuto da solo?»

«Sì» rispose Vogel e dalla sua espressione s’intuiva che non capiva bene il senso della domanda. « Sono da solo» ribadì.

«La sua presenza qui c’entra forse qualcosa con la storia della ragazza scomparsa? » azzardò Flores. «Perché mi pare di ricordare che lei non abbia più alcuna autorità sul caso. »

La frase sembrò risvegliare qualcosa nell’uomo che scosso da quello che a Flores parve un moto d’orgoglio, ribattè seccato: «Si può sapere perché mi state trattenendo? Che vuole da me la polizia? Perché non posso andarmene?»

Flores cercò di ricorrere a tutta la propria proverbiale pazienza. «Agente speciale Vogel, lei stanotte ha avuto un incidente. »

«Lo so anch’io » rispose l’altro, rabbioso.

«E viaggiava da solo, è esatto? »

«Gliel’ho appena detto. »

Intanto Flores aprì un cassetto della scrivania, prese un piccolo specchio e lo piazzò davanti a Vogel, che non sembrò farci caso. «E non ha riportato conseguenze. E’ illeso.»

«Sto bene, quante volte vuole chiedermelo? »

Lo psichiatra si sporse verso di lui. «Allora mi spieghi una cosa… Se lei è incolume, a chi appartiene il sangue che c’è sui suoi vestiti?»

Vogel improvvisamente non seppe cosa dire. La rabbia evaporò e i suoi occhi si posarono sullo specchio che Flores gli aveva messo davanti.

Solo così le vide.

Piccole macchie rosse sui polsini della camicia bianca. Un paio più larghe sull’addome. Alcune più scure si confondevano con il colore dell’abito e del cappotto, ma dalla consistenza più spessa se ne intuivano gli aloni. E fu come se l’agente speciale le scorgesse per la prima volta. Ma una parte di lui sapeva che erano lì, Flores lo capì subito. Perché Vogel non si stupì più di tanto, ne´ negò subito di conoscere la ragione della loro presenza.

Nei suoi occhi apparve una luce nuova e il suo stato confusionale iniziò a diradarsi come accade alla nebbia. Mentre quella che gravava sul mondo, fuori dalla finestra dell’ufficio, restava immutabile. La notte in cui tutto cambiò per sempre era iniziata da pochissimo. Vogel guardò Flores dritto nelle pupille,improvvisamente lucido. « Ha ragione » disse.« Credo di dover dare una spiegazione. »

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