Su ilLibraio.it la scrittrice Simonetta Tassinari analizza i sentimenti contraddittori che si respirano in queste settimane in Europa, mentre il tema più discusso (dai media, dalla politica e dai cittadini) resta quello dell'accoglienza dei migranti. E spiega perché i timori di cui si parla spesso non sono giustificati (per farlo, cita la storia, i filosofi e...)

I mondi finiscono e ricominciano di continuo, ma se ne accorge solo chi ci si trova nel mezzo: come noi. Perché adesso ci sembra che sia proprio il  mondo  in cui siamo cresciuti, al quale siamo affezionati,  nel quale ci riconosciamo, a trovarsi in pericolo a causa di quella che i media seguitano a definire con cautela “immigrazione”, ma che in realtà si sta rivelando una fuga in massa da Paesi in guerra  o semplicemente da Paesi poveri, peraltro in qualche misura prevista fin dagli anni Ottanta, quando si iniziò a parlare di “Nord e Sud del mondo”. Si tratta di una migrazione di popoli, piuttosto, ma  dirlo apertamente alimenterebbe la paura.

Allo stesso tempo le immagini parlano da sole,  scatenando emozioni e un senso di solidarietà, ma anche reazioni spaventate di diffidenza e di rifiuto. Il conflitto tra le braccia spalancate  e quelle strettamente rinserrate non è così definito,  né riguarda solo  focolai ben individuabili dell’opinione pubblica. Sono pochi coloro che, senza sfumature, pensano: “accogliamoli tutti”; oppure: “rimettiamoli sulle loro carrette del mare”. In fondo è molto vasta  la palude in cui il pendolo oscilla  tra un innato senso di solidarietà e un altrettanto innato desiderio di proteggere ciò che consideriamo nostro.

Di certo, il rapido intensificarsi del fenomeno ci sgomenta: ci sembra di non avere ancora delle soluzioni accettabili, e questo amplia e coltiva ancora di più l’incertezza.

Oltre alla rapidità, è il numero a incutere timore. È più facile provare  sentimenti di fratellanza   al cospetto del singolo, insomma se l’altro ha un volto, magari quello dolente di un bambino: ma la massa fa un diverso effetto.  In più, nell’attuale  afflusso intervengono innegabili differenze di mentalità, religione e tradizione. Ci si domanda come digerirà il corpo sociale l’arrivo di tutte queste genti, come reagiranno il mercato del lavoro e l’economia in generale, nel caso, come appare fuori dubbio,  che l’esodo  continui.

Intendiamoci, la paura è una categoria umana  costantemente  in agguato, “sempre lì”, scrive Kierkegaard, “pronta a catturare di nuovo la sua preda”; ma la si può affrontare e analizzare.

Di che cosa si ha  paura, esattamente, oltre – diciamolo, su-  che il nostro tenore di vita si abbassi?

Di perdere la nostra identità cristiana?

L’identità cristiana  ha resistito in Spagna e in Sicilia, all’epoca della massima potenza dell’Islam, per seicento anni; in Grecia, sotto l’impero ottomano, per quattrocento; e, in entrambi i casi, i vincitori erano loro. Se la nostra identità sarà forte, resisterà; e, se non lo sarà, di chi la colpa?

Temiamo che, alla lunga,  i monumenti romani siano presi a sassate, che le future generazioni, insomma,  non custodiscano  il nostro patrimonio culturale?

Gli attuali Egiziani non possiedono neppure una goccia di sangue dei Faraoni, sono di stirpe araba; eppure si sono impossessati  di quell’eredità, la considerano loro, ne vanno orgogliosi.

Che gli immigrati prendano il nostro posto negli uffici, nelle scuole, nelle università, negli ospedali, che divengano classe dirigente e ci pongano in minoranza?

Per diventare trendy all’estero gli italiani ci hanno impegnato un secolo buono, e  probabilmente il problema, se di problema si tratterà, lo affronteranno i nostri pronipoti: quando le differenze non saranno più avvertite.

Che muti la la nostra lingua?

Muterebbe ugualmente, anche se ce ne stessimo cent’anni con le bocche cucite.

Che ci sequestrino le case per darle a loro, come dopo l’Ottobre rosso?

E se ci colpisse la grande esplosione di Tunguska? Se la febbre spagnola  si riaccendesse dal permafrost, dove pare sia ancora presente?

Non sono eventualità meno remote.

Che cosa rimpiangiamo, vedendo come sia mutata la geografia antropica delle nostre città e dei nostri paesini? L’epoca in cui in Italia i neri si vedevano solo nei film, e generalmente parlavano come la Mamy di Rossella? L’epoca in cui i cinesi, sempre nei film, portavano il codino  o combattevano alla Bruce Lee, e non erano né venditori né imprenditori? Quando si era considerati forestieri pur provenendo da un borgo a venti chilometri più a est?  Ci commuoviamo ripensando ai siparietti comici in cui il massimo erano le frecciatine scambievoli  tra romani e milanesi?  Alle barzellette in dialetto? A una  felix Italia che felix mica tanto è stata mai (basta leggere i vecchi giornali)?

Faremmo altrettanto anche se non fosse arrivato nessuno; sono i nostri dieci, venti o  trent’anni che rimpiangiamo, non quello che c’era attorno.

Personalmente mi piace ascoltare la nostra lingua  parlata da sempre più persone, agevolmente o stentatamente, magari da volti somaticamente diversi; e sorridere sentendo l’accento  molisano sulle labbra dei miei alunni di origine straniera. E magari ridere apertamente alla risposta del   senegalese- napoletano che sulla spiaggia di Termoli, pochi giorni fa, mi ha detto: “E vabbuò. Però te ne potessi accattadu’, di ombrelli, signurì”. (Grazie per il signurì. Nessun altro me l’avrebbe detto mai).

Il venditore d’ombrelli non è forse più napoletano di me, che a Napoli non abito?

Rimpiangere e ricordare, per di più,  non sono la stessa cosa. I nostri punti di riferimento non cambieranno, e tutto ciò che ha formato e nutrito la nostra anima non verrà toccato. Resteremo quel che siamo sempre stati, nel bene e nel male. Tra noi soli Italiani,  o con Tutto- il- resto- del- mondo.

“Dove è l’imperatore, là è Roma”, ci rammenta Erodiano.

Inoltre, chi mai ci ha assicurato che le cose  sarebbero rimaste sempre uguali? Non è mai accaduto. La migrazione è tipica dell’uomo, animale inquieto.  Ci si è sempre spostati  a seconda delle bizzarrie del clima, per sfuggire a un nemico o per  conquistarlo, per appropriarsi delle fonti di sostentamento o dei minerali del sottosuolo,  a causa di conflitti intestini o per guadagnarsi la gloria; e anche per puro amore dell’avventura.  Gli Etruschi emigrarono, i Greci emigrarono, i Latini emigrarono, i Celti, i Longobardi, i Goti, i Normanni, i Vichinghi e i Vareghi, gli Aztechi, gli Spagnoli emigrarono verso il Nuovo mondo, e così gli Inglesi non conformisti, i Tedeschi impoveriti dalla Guerra dei trent’anni, gli Irlandesi affamati, gli europei, gli Italiani tra i primi,  alla ricerca della Merica. Prima ancora si mossero gli asiatici che passando dallo stretto di Bering sciamarono, senza accorgersene,  nell’altro continente.

Più che stringere i ranghi e gridare all’invasione dovremmo piuttosto provare delle aspettative: che cosa ne verrà fuori? Vedremo un anticipo dell’unico tipo umano, dell’unica religione di cui parlavano gli Illuministi? Ci sarà una cucina dai mille sapori, una lingua dalle mille sfumature, leggeremo libri palpitanti di vita vera?

Voler allungare la propria zampata sul futuro, dire “questo è mio” non è solo presuntuoso, è ridicolo. Siamo “ dappertutto, e da nessuna parte”: lo scrive Euripide. “Patria comune è la terra abitata”, gli fa eco  lo  stoico Zenone (che era un fenicio).

Bisogna “stare al gioco della storia”, suggerisce Gadamer, senza tentare di attaccarci istericamente alla nostra calda e comoda coperta.  Essere flessibili, pronti nelle risposte, nel realizzare azioni appropriate.   Lo spirito di adattamento ci ha fatto sopravvivere perfino durante l’ultima glaciazione, e  le difficoltà si affrontano, non si negano né si cancellano. È evidente che l’accoglienza non potrà essere indiscriminata e illimitata. Le persone hanno necessità materiali, oltre che spirituali, che vanno sempre soddisfatte, e, senza una buona legislazione, senza scelte razionali, sensate e rispettose dell’umanità , nascerebbero conflitti non rimediabili, ci sarebbero conseguenze incontrollabili.

Ma le scelte razionali  non possono certamente contemplare  i  valli difensivi come quello di Adriano, che contengono,  ma non arrestano, e così i fossati, le muraglie, le torri di guardia o i fortini.

Nessun limes dura in eterno.

Un naturale egoismo talvolta ha salvato gli uomini, più spesso li ha perduti. Occorre  riconoscere la nostra  interdipendenza, l’impossibilità dell’autosufficienza, che tutti abbiamo bisogno di tutti, cercare possibili nuove strade.

Più che braccia spalancate o rinserrate, braccia tese in avanti.

“Anche qui vi sono dei”, rispose Eraclito di Efeso ad alcuni suoi visitatori che si stupirono, lui così celebre, nel vederlo seduto accanto al fuoco, in una misera cucina.

“Anche qui vi sono dei”, bisognerebbe rispondere a proposito dei bivacchi a Calais, alla stazione di Budapest o sulle nostre coste.

L’autrice – Simonetta Tassinari, in libreria con il romanzo La casa di tutte le guerre (Corbaccio), insegna storia e filosofia presso il Liceo scientifico A. Romita di Campobasso.

 

 

 

 

 

 

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