"Finché il vangelo viene annunciato, non causa alcun problema, ma quando si tratta di tradurlo in scelte sociali, politiche e civili concrete, ecco che subito c’è chi protesta e, quel che è più paradossale, lo fa proprio attraverso il vangelo...". La nuova riflessione del biblista Alberto Maggi su ilLibraio.it parte da una frase pronunciata da Cristo, “Date a Cesare quel che è di Cesare!”, spesso citata a sproposito, visto che il brano contenente l’espressione di Gesù in nessun modo riguarda una separazione tra i poteri civili e quelli religiosi...

DATE A CESARE

“Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”, così deplorava Dom Hélder Câmara (1909-1999), vescovo brasiliano precursore della teologia della liberazione rispondendo a quanti lo contestavano per le sue denunce sull’ingiustizia di una società profondamene egoista, dove i poveri vengono sempre più oppressi, emarginati e colpevolizzati.

È sempre la stessa storia: finché il vangelo viene annunciato, non causa alcun problema, ma quando si tratta di tradurlo in scelte sociali, politiche e civili concrete, ecco che subito c’è chi protesta e, quel che è più paradossale, lo fa proprio attraverso il vangelo. Infatti, ogni qualvolta si tenta di applicare il messaggio di Gesù alla società, c’è sempre il saccente di turno che si richiama alla frase del Cristo “Date a Cesare quel che è di Cesare!”, ricordando la separazione tra la società e la religione, lo stato e la Chiesa. Ovvero: non si accettano intromissioni nella vita civile, e il vangelo deve restare confinato nelle parrocchie e nelle sacrestie, quale alimento per devoti e persone pie.

Probabilmente quanti reclamano con il “Date a Cesare”, non si sono mai presi la briga di leggere il brano del vangelo contenente l’espressione di Gesù, che in nessun modo riguarda una separazione tra i poteri civili e quelli religiosi. L’episodio in questione fa parte di una serie di trappole ben congegnate da tutte le forze dell’istituzione religiosa contro Gesù per screditarlo di fronte alla folla. La decisione di assassinarlo è infatti già stata presa, ma finché le folle lo seguono e sostengono non è possibile attuarla (“Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta”, Mt 21,45).

L’iniziativa dell’attacco è presa dai farisei (“tenero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi”, Mt 22,16): Gesù rappresenta per essi un pericolo alla loro egemonia dottrinale sul popolo e va eliminato. Per ottenere il loro scopo questi pii osservanti sono disposti a tutto, a calunniare Gesù affermando che “scaccia i demòni per opera del principe dei demòni” (Mt 9,34), e la decisione di ammazzarlo l’hanno già presa dopo che Gesù aveva guarito una persona in giorno di sabato (“I farisei, usciti, tennero consiglio contro di lui per farlo morire”, Mt 12,14). Pur di ottenere il loro scopo ora sono pronti a mettersi in combutta con i loro avversari di sempre, gli erodiani, gli appartenenti al partito che appoggia la dinastia degli Erodi al potere. Mentre i farisei detestano i romani, gli erodiani sono collaborazionisti, evidentemente Gesù è pericoloso per tutti.  Costoro si rivolgono a Gesù con un comando imperativo che non consente alternative: “Di’ a noi!”, e ordinano a Gesù di manifestare pubblicamente il suo pensiero sull’odiosa dominazione dei Romani, dichiarandosi apertamente sul fatto del pagamento delle tasse ai dominatori: “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (Mt 22.16). Vogliono che Gesù si schieri pro o contro il potere di occupazione romano. Cesare è il titolo dato a ogni imperatore romano, in questo caso indica Tiberio, e da quando nel 6 d. C. era stato nominato per la Giudea un procuratore romano, era stata imposta una tassazione per tutti (dai dodici fino ai sessantacinque anni).

La trappola è ben congegnata. Qualunque sia la risposta che Gesù darà, questa gli verrà ritorta contro. Se Gesù è favorevole al pagamento delle tasse all’imperatore, un pagano idolatra, verrà meno a quanto prescritto nel Libro del Deuteronomio, dove si afferma che il Signore è l’unico Dio che deve essere servito (Dt 6,4-13). Oltre a contravvenire alla Legge con la sua risposta, Gesù riconoscerebbe la legittimità dell’occupazione e si alienerebbe le simpatie di quanti vedono in lui un liberatore del popolo. D’altro canto, se Gesù risponde con un invito a non pagare il tributo, la sua posizione sarebbe intesa come una ribellione politica, e la presenza degli erodiani assicurerebbe il suo immediato arresto. Gesù sarebbe infatti un pericoloso sovvertitore, come il famoso Giuda il Galileo, che nel 6 d.C. aveva tentato una rivolta contro i romani, secondo quanto scrive lo storico Giuseppe Flavio: “un galileo di nome Giuda spinse gli abitanti alla ribellione, colmandoli di ingiurie se avessero continuato a pagare il tributo ai romani e ad avere, oltre Dio, padroni mortali” (Guerra G. II, 8,1; At 5,37).

Gesù, che non ha soggezione di nessuno e non guarda in faccia ad alcuno (Mt 22,16), non risponde alla richiesta di farisei ed erodiani, ma li attacca con una pesante accusa, definendoli ipocriti, ovvero commedianti, e tentatori che con la loro azione non fanno altro che prolungare quella del satana, definito da Matteo il tentatore (Mt 4,3). Costoro fingono di avere a cuore una questione di attualità che riguarda il bene del popolo, ma in verità ciò che ad essi interessa è solo screditare Gesù e poterlo eliminare.

Alla richiesta imperativa di farisei ed erodiani (“Di’ a noi!”), Gesù risponde con un altro imperativo: “Mostratemi la moneta del tributo” (Mt 22,19), e quelli che erano andati per intrappolarlo restano intrappolati: “Ed essi gli presentarono un denaro”. Farisei e erodiani infatti hanno in tasca il denaro con l’effigie dell’imperatore, senza curarsi della sacralità del luogo dove essi si trovano. Nel tempio di Gerusalemme era severamente proibito introdurre qualsiasi raffigurazione umana, secondo quanto comandato nel Decalogo (Es 20,4), per questo non erano ammesse le monete dei pagani, considerate impure, ma occorreva cambiarle presso i cambiavalute (Mt 21,12).

Gesù smaschera gli erodiani e soprattutto gli zelanti custodi della Legge, i farisei, così maniacalmente attenti e preoccupati dall’osservanza delle severe norme del puro e impuro, in realtà non sono altro che guide cieche che filtrano il moscerino e ingoiano il cammello (Mt 23,23). E Gesù “domandò loro: Di chi è questa immagine e l’iscrizione?” ed essi rispondono “di Cesare” (nella moneta presentata a Gesù era raffigurata la testa dell’imperatore con l’iscrizione: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto, Pontefice Massimo”). Farisei ed erodiani hanno chiesto a Gesù se fosse lecito dare, cioè pagare il tributo all’imperatore. Gesù non risponde con il loro verbo, ma con restituire: “Restituite dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). La moneta è simbolo del potere dominante (dove giungevano le monete dell’imperatore arrivava il suo dominio). Quel denaro, con l’effigie e l’iscrizione dell’imperatore, è del Cesare, ed è a lui che va restituita, disconoscendo così in questo modo la sua signoria e riaffermando quella di Dio, usurpata e deturpata proprio dai farisei che trasgrediscono il comandamento di Dio in nome della tradizione che essi hanno imposto al popolo (Mt 15,3). E l’attacco a Gesù è rimasto infruttuoso. Non solo non sono riusciti a coglierlo in errore, ma essi sono stati colti in fallo meritandosi il titolo di ipocriti e tentatori. I farisei e gli erodiani lasciano Gesù come il “diavolo lo lasciò” (Mt 4,11) nel deserto.

Pertanto la risposta di Gesù non restringe alla sfera spirituale l’impegno dei  credenti, lasciando ad altri l’impegno civile, ma li invita a essere lievito, sale, e luce del mondo (“Voi siete la luce del mondo”, Mt 5,14), a non tacere mai di fronte alle ingiustizie ma a essere i primi a denunciarle (“Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”, Mt 10,27).

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere.
Ha pubblicato, tra gli altri: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vitaRoba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede)Parabole come pietreLa follia di Dio e Versetti pericolosi, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita Di questi tempi.

Qui tutti gli articoli scritti da Alberto Maggi per ilLibraio.it.

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