Nel suo ultimo saggio lo studioso Marco Santagata indaga la complessa e talvolta lacunosa biografia di Giovanni Boccaccio, ricostruendo la fragilità del genio e la sua poliedrica dedizione alla scrittura, classica e sperimentale, e alla lettura e all'analisi delle opere degli altri scrittori, tra cui Francesco Petrarca e Dante Alighieri - L'approfondimento

La scrittura è il perno attorno a cui ruota tutta la vita di Giovanni Boccaccio: se già ne avevamo il sentore, con il nuovo saggio di Marco Santagata, Boccaccio. Fragilità di un genio (Mondadori), ne abbiamo la certezza. La biografia segue la vita imprevedibile di Boccaccio dal 1313, anno della nascita a Certaldo o a Firenze, come figlio illegittimo di un mercante e di una donna nubile sconosciuta, fino alla morte avvenuta nel 1375, pochi mesi dopo la scomparsa dell’amico Francesco Petrarca.

Tracciare la biografia di un uomo trecentesco è tutt’altro che semplice e talvolta Santagata ammette lacune incolmabili, mentre in altri casi prova ad avanzare ipotesi, sulla scorta di altri studi e soprattutto di frammenti indiziari contenuti nelle opere stesse di Boccaccio e nelle sue lettere. Infatti, l’autore non era affatto restio a parlare di sé e l’autobiografismo, palese o nascosto, resta uno dei tratti peculiari di tutte le sue opere narrative e liriche (si ricordi almeno l’Elegia di Madonna Fiammetta, che è per Santagata la sua opera più autobiografica).

marco santagata boccaccio

Il celeberrimo autore certaldese, pur con i suoi frequenti spostamenti (Firenze, Napoli, Ravenna, Milano, Padova, Venezia, Certaldo sono alcune delle città dove periodicamente soggiorna), i problemi economici, un umore altalenante e imprevedibile, ha sempre trovato modo per frequentare la letteratura. La sua e quella degli altri. Infatti, accanto alle sue creazioni, che porta avanti a discapito degli studi mercantili e giurisprudenziali voluti dal padre, Boccaccio è un autodidatta, che, pur rimpiangendo una formazione canonica, si dedica al latino.

Inoltre, può vantare il titolo di più grande scrittore-copista del passato: per tutta la vita copia i manoscritti altrui, sia per necessità (costava molto affidare un testo a un copista di professione), sia per studio e passione. Senza mai avere la paura di sperimentare, “il suo percorso di scrittore è caratterizzato da sbalzi, incongruenze, capovolgimenti, fratture non colmate: non tende all’omogeneità, ma si snoda nella varietà” (p. 264). Spesso nelle sue opere riecheggiano gli insegnamenti di Dante Alighieri, da lui molto amato: si pensi, ad esempio, che la sua prima opera, La caccia di Diana, è un poemetto che risente dell’impronta della Beatrice dantesca ed è scritto in terza rima, mentre l’ultima sarà un commento alla Commedia dantesca, in seguito a sessanta letture pubbliche.

Non manca anche l’influenza di Francesco Petrarca, che dal 1950 Boccaccio conosce di persona e gli resterà amico – con una piccola battuta d’arresto – fino alla morte. Petrarca è un interlocutore fondamentale per Boccaccio, come emerge da stralci delle loro lettere, che evidenziano la stima reciproca, sebbene Petrarca non accolga con entusiasmo il Decameron, screditato soprattutto per i temi peccaminosi trattati.

Boccaccio, al contrario, non si ferma di certo: vede in questa sua opera un “monumento in volgare”, che progredisce di pari passo mentre l’amico lavora al Canzoniere. Diciamo che se Petrarca pensa a dare una dignità al volgare in poesia, Boccaccio si misura con le potenzialità di questa lingua nella prosa. D’altro canto, entrambi gli scrittori sottoporranno queste due opere a una continua elaborazione e revisione; Boccaccio, in particolare, porterà a termine il Decameron solo nella vecchiaia e, in ogni caso, il testo non sarà licenziato dall’autore.

Entrando e uscendo da problemi economici e da incarichi pubblici, Boccaccio non viene mai meno all’appuntamento con la scrittura. Tante sono le opere che sfilano sotto la sua penna e che concorrono alla sua fama di letterato riconosciuto in tutta la penisola: ciononostante, alla fine della sua vita lo scrittore, ritiratosi nella solitudine di Certaldo, lascerà emergere la sua insoddisfazione e un senso di cupo fallimento.

Con la lettura del saggio di Santagata, si scopre l’altalena umorale che rivela la fragilità di Boccaccio, ora affezionato alla sua città, ora desideroso di abbandonarla per andarsene, e poi di nuovo pronto a ritornare. Prima dentro al latino e poi dentro al volgare, e viceversa; ora dentro un’opera enciclopedica-compilatoria, ora dentro un’opera narrativa e ora dentro una lettera del suo enorme epistolario, Boccaccio è un uomo inquieto, esperto conoscitore del suo tempo e dei gusti del pubblico, coraggioso sperimentatore e indefesso scopritore delle potenzialità della scrittura.

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