A ventun’anni dalla scomparsa, ricordiamo Grazia Cherchi, importante figura dell'editoria italiana, che ha lavorato, tra gli altri, al fianco di autori come Fortini, Giudici e Lalla Romano, ma anche Benni, Maggiani e Baricco

“Come è stato lavorare con Grazia Cherchi? Cosa ha significato?”, incontrando Stefano Benni mi è difficile resistere, Benni si illumina, sorride. Avevano iniziato a lavorare su Terra! (1982), hanno continuato fino a Elianto che esce nel 1996, un anno dopo la morte di Grazia. Ma è con Comici spaventati guerrieri (1986), quando lei gli dice, “Ci siamo, lupo”, che Benni capisce di avere trovato finalmente la giusta misura di tragico e di comico. È un momento di felicità. E dopo che lei non c’era più? “C’è un po’ di lei in tutte le mie donne coraggiose. In Pantera o Lisa, ad esempio. “Personaggi femminili che vivono di conflitti, che non sanno stare fermi, non amano né restare né andare. “Ogni volta che scrivo sento la sua voce dolce e ironica che sussurra: ‘Si può fare meglio’”.

A ventun’anni dalla sua scomparsa ricordiamo Grazia Cherchi per la determinazione di giovani come Giulia Tettamanti, che ne ha fatto oggetto di ricerca e di studio, con il suo volume Tuffarsi nell’altrui personalità. Il lavoro di editor di Grazia Cherchi, appena edito da Unicopli, e come Michela Monferrini con il suo ritratto per ali&no editrice (2015), che hanno richiamato alla nostra memoria questa donna esile e coraggiosa, malata di solitudine fra tanti amici, forte di una passione civile che ha condizionato tutta la sua vita.

Grazia Cherchi
Grazia Cherchi – foto di Vincenzo Cottinelli

Lettrice accanita e instancabile, Grazia considerava la narrativa contemporanea gli occhiali speciali attraverso cui osservare il mondo. “Quando ci si incontrava con Grazia una delle sue prime domande era immancabilmente: ‘Che cosa hai letto?’”, racconta Piergiorgio Bellocchio.

Era il suo modo di stare al mondo. La consapevolezza che per abitare il proprio tempo occorra immergersi anche nelle narrazioni presenti. Un atto di umiltà, di fiducia e di curiosità. Una postura necessaria per farsi rabdomante di talenti e interprete dell’oggi. Così oltre a essere stata un punto di riferimento come intellettuale e critico militante, anche per chi meditava di intraprendere o aveva intrapreso la strada del mestiere editoriale, Grazia era diventata esempio per il puntiglio, la precisione, l’etica sempre sorvegliata, la capacità di capire un testo in profondità, mettendo a nudo finzioni e artifici.

Nel lavoro editoriale Grazia passava dall’analisi strutturale all’analisi della lingua con un’incredibile pazienza, per lei valeva la lectio difficilior, che già allora era in controtempo rispetto al corso degli eventi.

Ha lavorato con scrittori come Fortini, Giudici e Lalla Romano, con autori che ha contribuito a fare diventare quello che sono, Benni e Maggiani, fino alla scoperta di talenti come Alessandro Baricco. Si è mossa con intelligenza tra la piccola e la grande editoria, collaborando con Feltrinelli, Garzanti, Rizzoli, Longanesi, e/o, Manni…

Per raccontare il suo lavoro editoriale e svelare “il metodo di Grazia” a giovani, amici e specialisti del settore, si sono dati appuntamento, in occasione dell’uscita del libro di Giulia Tettamanti, presso il Laboratorio Formentini alcuni dei suoi autori. Gianfranco Bettin, Valentina Fortichiari, Claudio Piersanti, Oreste Pivetta e Dario Voltolini, alle cui voci si sono aggiunte la testimonianza di Goffredo Fofi e le foto di Vincenzo Cottinelli, hanno raccontato l’amica e l’editor, perché in fondo le due cose finivano per non potere essere disgiunte (non era solo editing, era una grande amicizia).

Aveva “una faccia bellissima metà sarda metà da india amazzonica” (Benni) e i modi di una intellettuale fuoricentro, eretica e ironica. Amava le scritture irregolari, cercava sempre in un libro prima lo stile, che doveva essere sobrio, magro, e poi i contenuti, le idee, sapendo quanto fossero un pieno a perdere. Odiava gli aggettivi ridondanti e gli avverbi in mente. Era capace di suggerire piccoli cambiamenti che illuminavano una frase (“bisogna stare tre giorni a letto” diventa “si ha per tre giorni l’alito di un drago”, Elianto). Tagliava e cuciva senza pietà, diagonali di matita disegnavano i fogli, batteva il ritmo con la suspense, ma odiava i gialli, si accaniva su tutte le eccedenze, su quello che non si capiva o su quello che si capiva troppo, sulle spiegazioni moraleggianti come sui dialoghi inconcludenti. Ripeteva che si dovevano togliere tutte le parole inutili e trovare quelle necessarie.

Questo era in sintesi il suo metodo (che poi è un po’ il metodo di tutti i bravi editor), che si completava in un gesto importante, risolutivo, finale, quasi fosse la sua firma. Grazia incontrava l’autore dopo avere letto il testo e fatte tutte le sue annotazioni, allora esigeva che l’autore ascoltasse la lettura ad alta voce che lei faceva del testo, non l’autore, ma lei, Grazia. Era una vera esecuzione, una doppia esecuzione, del testo e dell’autore, perché quando il testo non funzionava l’autore si trovava davanti al suo evidente fallimento. “Perché succedeva che la lettura ad alta voce ti metteva di fronte alla tua scrittura. Suonare una partitura non è la stessa cosa che leggerla. Se suonava male l’effetto era stridente. Non c’era bisogno che Grazia segnalasse, l’errore emergeva in tutta la sua nudità” ricorda Claudio Piersanti. Un metodo infallibile. Degno del miglior Perkins (come nel film Genius, tratto dalla ricca biografia di Andrew Scott Berg, Max Perkins – L’editor dei geni uscita per Elliot nel 2013) e con minor perfidia di un Lish.

Indagare come lavorava Grazia Cherchi ci permette di riflettere oggi sul valore e sul significato della riscrittura (quasi tutti gli scrittori hanno bisogno di editing, si tratta di sapere esercitare – dice Berardinelli – un “potere affettuoso”), sull’importanza della chiarezza e della comprensibilità dei testi come etica necessaria per il lettore, opponendo alla casualità e alla sciatteria la disciplina quotidiana. Disciplina, etica, coerenza e responsabilità. Diligenza e passione.

Scrive Maggiani, ripensando a chi sistemava “a regola d’arte” la tomba di Grazia nel giorno del funerale,“In fin dei conti faceva la stessa cosa, né più né meno: tutto il santo giorno nella sua officina con comodo di letto e cucina, a darci di pala e badile, di sgrosso e di fino; spianare e ribadire. Parlo del suo lavoro, di quel lavoro che conosco bene perché sono stato un suo cliente”.

Arrivava nella vita degli scrittori che aveva scelto e deciso di adottare come una zia spuntata da chissa dove, magrolina, cattivella, un po’ bisbetica, armata di sigaretta e matita per la migliore accordatura del loro lavoro e – quando possibile – della loro vita. Accanto alle puntuali e puntute correzioni, c’erano i dolcetti, i golfini, le sciarpe, le vitamine che lei offriva ai suoi protetti. Un’idea dell’accudimento e della cura che comprendeva parole e quotidiano senza soluzione di continuità.

Che cosa resta del lavoro editoriale di Grazia Cherchi? Che cosa resta del lavoro di un editor?

Nel caso di Grazia i libri degli altri sono diventati libri di amici, amici-testimoni di un modo di fare un mestiere che ci riguarda e che vorremmo preservare e difendere:la rivoluzione della cura dei testi, delle parole scelte, precise, verificate, della letteratura fatta appunto “a regola d’arte”. E poiché sono giovani autrici e studiose a ricordarcelo, poiché dai giovani proviene la domanda di cosa significa lavorare su un testo e come si impara a farlo, penso che il suo insegnamento continui a fare crescere il seme della letteratura.

 

 

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