Il nuovo saggio di Sergio Romano parte dalla Guerra Fredda per arrivare ai giorni nostri, con il sorgere dei "non Stati" (Isis, Ghaza, Kurdistan iracheno, Bosnia, Kosovo, Siria, Libia) e con le grandi incognite che ne derivano... - Su ilLibraio.it due capitoli

A dispetto del nome, la Guerra fredda fu un lungo periodo di pace e stabilità per l’Europa. Pur se costellati da momenti di grande tensione, i decenni che seguirono la Seconda guerra mondiale furono caratterizzati dalla fermezza con cui le due superpotenze, Unione Sovietica e Stati Uniti, seppero frenare le forze che al loro interno premevano per lo scontro, ben consapevoli che lo scoppio di una guerra nucleare avrebbe avuto conseguenze disastrose per tutti. Con la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione dell’Urss, i confini dell’ex Impero sovietico divennero nuovamente contesi, rinacquero antichi nazionalismi, scoppiarono numerose guerre: in Cecenia, nel Caucaso e nella ex Jugoslavia.

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Gli Stati Uniti, dal canto loro, pensarono di avere vinto la Guerra fredda, ma oggi emergono chiari i limiti della superpotenza americana e le conseguenze del suo avventurismo: rivoluzioni sfuggite di mano, guerriglie fomentate dal fanatismo religioso, contrasti sempre più accesi con la Russia.

Ma la fine della Guerra fredda, e i conflitti del dopoguerra, hanno avuto come effetto soprattutto il sorgere dei «non Stati» – Isis, Ghaza, Kurdistan iracheno, Bosnia, Kosovo, Siria, Libia – con le grandi incognite che ne derivano: come si combatte contro un «non Stato»? Come lo si governa? E come si può ricostruire l’ordine perduto?

Risposte contenute nel nuovo saggio di Sergio Romano, In lode della Guerra Fredda – Una controstoria, in arrivo in libreria per Longanesi.

Su ilLibraio.it il primo e il terzultimo capitolo
(per gentile concessione dell’editore)

CINQUANT’ANNI DI PACE
Suppongo che il titolo di questo libro possa provocare sorpresa e fastidio. Non rimpiangevano la Guerra fredda i berlinesi dell’Est, accorsi al muro la sera del 9 novembre 1989, quando appresero che nessuno avrebbe impedito il loro passaggio dall’Est all’Ovest. Non provavano alcuna nostalgia i dimostranti di Praga quando congedarono il regime comunista stringendosi intorno ad Alexander Dubček e Václav Havel. Non erano infelici i polacchi, gli ungheresi, i bulgari e i romeni. La fine della Guerra fredda liberava i popoli dell’Europa centrorientale dal giogo sovietico e tutti noi, in Europa occidentale, dall’incubo di una guerra nucleare. Sapevamo che il crollo del comunismo avrebbe provocato, come ogni terremoto, alcune crisi di assestamento, ma eravamo convinti che la libertà avrebbe garantito la pace europea e, in una prospettiva di medio termine, aiutato i vecchi satelliti dell’Urss a costruire migliori sistemi politici ed economici.
Non ci rendemmo conto, tuttavia, che l’Europa, nel 1989, non stava passando dalla guerra alla pace. I quasi cinquant’anni trascorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale erano stati la pace più lunga del continente euroasiatico dai trattati di Vestfalia ai nostri giorni. Gli Stati Uniti e alcuni Paesi occidentali avevano combattuto in Corea contro i cinesi e i coreani del Nord. I francesi avevano combattuto contro i vietcong in Indocina. Gli americani erano subentrati ai francesi e avevano combattuto la stessa guerra sino alla metà degli anni Settanta. Vi erano state altre guerre postcoloniali: gli olandesi in Indonesia fino al 1949, gli inglesi in Malaysia contro i comunisti fino al 1960, i francesi e gli inglesi in Egitto dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez, i francesi in Algeria sino al 1962. Vi erano stati sanguinosi scontri fra russi e cinesi in Siberia lungo le sponde del fiume Ussuri. Ma non vi fu mai un conflitto che coinvolgesse contemporaneamente, sullo stesso campo di battaglia, gli antagonisti della Guerra fredda. Vi furono almeno quattro casi in cui fummo pericolosamente vicini al «ciglio dell’abisso», secondo l’espressione usata da un segretario di Stato americano, John Foster Dulles. Ma riuscimmo sempre, da una parte e dall’altra, a fare un passo indietro.

(…)

PERCHÉ TANTE GUERRE?

Sarebbe troppo facile accusare le democrazie di ipocrisia e d’incoerenza. Non vi è guerra in cui il desiderio del potere non cerchi di giustificarsi con motivazioni nobili e ideali. Ma vi è una domanda a cui occorre rispondere. Perché alla fine della Guerra fredda è succeduto un periodo in cui le democrazie occidentali, in modi diversi, hanno combattuto nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, nei cieli della Libia e in quelli della Siria? Forse perché credevano di essere uscite vincitrici dal lungo confronto con l’Unione Sovietica e autorizzate a imporre ovunque le loro condizioni?
Questo è certamente il caso degli Stati Uniti, soprattutto in Jugoslavia e Iraq. Ma esistono altre ragioni. In primo luogo si è perduto lungo la strada il timore di una guerra nucleare, vale a dire il fattore che, durante la Guerra fredda, ha maggiormente persuaso le potenze a non lasciarsi coinvolgere in conflitti in cui l’impiego delle armi nucleari sarebbe diventato, prima o dopo, possibile. A dispetto di coloro per cui sono una minaccia, queste armi hanno garantito all’Europa quasi cinquant’anni di pace. Continuano a riempire gli arsenali di parecchi Paesi, ma il loro potere inibitore si è progressivamente attenuato e le potenze non esitano ad affrontare rischi che in altri tempi avrebbero prudentemente evitato. Non è sorprendente che Vladimir Putin, di fronte alla continua avanzata della Nato verso le frontiere russe, ne abbia ricordato l’esistenza. Se nella crisi ucraina vi è ancora la speranza di un’intesa, questa dipende in buona parte dall’esistenza degli arsenali nucleari.
Ma un ventennio di conflitti internazionali e guerre, nel frattempo, si è lasciato alle spalle un considerevole numero di territori che si proclamano Stati (e occupano spesso un seggio all’Assemblea dell’Onu) ma non sono in grado di controllare e difendere il proprio territorio. Non penso ai numerosi minuscoli membri delle Nazioni Unite, da Andorra alla Repubblica di Vanuatu, nel Pacifico meridionale, protetti dalla loro irrilevanza. Penso all’Abcasia, all’Afghanistan, alla Bosnia, al Congo, all’Iraq, al Kosovo, alla Libia, al Mali, alla Nigeria, all’Ossezia, alla Siria, alla Somalia, al Sudan, allo Yemen. Quando si conteranno le vittime delle guerre che si sono combattute in questi Paesi (morti, feriti, popolazioni costrette ad abbandonare le proprie case) potremmo scoprire che il numero è certamente inferiore a quello delle vittime provocate dalle guerre tradizionali del Ventesimo secolo, ma considerevolmente superiore a quello dei conflitti combattuti durante la Guerra fredda.
Esiste un’altra ragione. La Guerra fredda fu combattuta anche sul piano economico e culturale, ma la gestione delle crisi, anche quando coinvolgevano i partiti politici e i gruppi più rappresentativi delle società nazionali, fu sempre in ultima analisi responsabilità dei governi. Raramente, come nella seconda metà del Novecento, la storia politica ha confermato un principio proclamato nell’Ottocento da un grande storico tedesco, Leopold von Ranke: il Primat der Aussenpolitik, il primato della politica estera. Messi alle strette, i governi erano indotti dalla logica della Guerra fredda a prendere decisioni che non erano necessariamente condivise dai loro cittadini. Oggi, invece, i governi sembrano soggetti agli umori della pubblica opinione, alle pressioni dei gruppi che esercitano una maggiore influenza sulla società, alle scadenze elettorali. Forse il caso più interessante è quello del modo in cui Israele è riuscito a orientare negli ultimi decenni la politica estera degli Stati Uniti.

(continua in libreria…)

 

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