Tutti sanno che Hercule Poirot, il famoso detective nato dalla fantasia di Agatha Christie, era belga. Ma in realtà, come racconta su ilLibraio.it la scrittrice Igiaba Scego, era un rifugiato (esattamente come i siriani, gli afghani o gli eritrei di oggi): durante la Prima Guerra Mondiale, infatti, il Regno Unito accolse (bene) circa 250mila rifugiati dal Belgio, tra cui il protagonista di gialli indimenticabili... - La storia

Baffetti impomatati, testa a forma di uovo, celluline grigie in movimento (his little grey cells)….mais oui…c’est Hercule Poirot naturalment, la creatura di Agatha Christie, uno dei detective più famosi della storia del giallo classico.

Di Hercule Poirot conosciamo le manie, i tic, la genialità. Da quando ha fatto la sua comparsa nella scena letteraria, esattamente con The Mysterious Affair at Styles (Poirot a Styles Court) nel 1920, lo abbiamo amato incondizionatamente. Lo abbiamo amato per i suoi difetti, che Madama Agatha Christie ha descritto (crudelmente) nei minimi particolari, ma anche per quel guizzo capace di risolvere ogni delitto senza sbavature.

(c) Folkestone Library  History Resource Centre; Supplied by The Public Catalogue Foundation
(c) Folkestone Library History Resource Centre; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Hercule Poirot è di fatto uno stravagante, così almeno lo considerano i suoi compagni di viaggio: l’allampanato Hastings (di cui Agatha Christie si sbarazza presto perché davvero troppo ingenuo) o il massiccio commissario Japp. Tutti sanno poi che Hercule Poirot è belga. Nei gialli c’è sempre qualcuno che lo prende per un francese e il detective si arrabbia moltissimo. E ogni volta a ribadire “sono belga, belga, belga”.

Ma vi siete mai chiesti come mai Agatha Christie tra tutte le nazionalità ha scelto proprio la belga per il suo piccolo detective a forma di uovo? Semplice! Hercule Poirot era un rifugiato. Esattamente come i siriani, gli afghani, gli eritrei della nostra contemporaneità.

Agatha Christie aveva incontrato un rifugiato belga a Torquay, sua città Natale, e da lì le era nata l’idea del suo detective baffomunito. In Inghilterra, durante la Prima Guerra Mondiale, non era raro incontrare rifugiati nelle città costiere o limitrofe.

Dal Belgio erano scappati in tanti. I tedeschi erano una reale minaccia, avevano devastato case, bruciato raccolti, ucciso innocenti. La Prima Guerra Mondiale, 100 anni fa, in quanto a brutalità non scherzava mica. I primi a comparire in città come Tilbury, Dover e Harwich furono i soldati dei reggimenti  sconfitti, furono loro i primi belgi a chiedere asilo alla monarchia inglese. Poi arrivò come un’onda un esodo massiccio di civili. Donne che si trascinavano sacchi con i loro pochi averi, bambini con capotti già laceri, anziani troppo stanchi anche solo per sperare. Nella sola cittadina di Folkstone il 14 ottobre 1914 arrivarono in un solo giorno 16.000 persone dal Belgio. I giornali locali di Folkstone non si aspettavano questi numeri. La meraviglia dominava le pagine. Non era la folla tipica della villeggiatura quella, era una folla più disperata, più bisognosa.

Folkstone, come il resto del Paese, accolse i rifugiati a braccia aperte. Anche perché faceva parte dello sforzo bellico. Erano amici in quanto nemici dei tedeschi. E molte persone pensavano “potremmo esserci noi al loro posto”. Si fecero comitati di benvenuto. Ci fu una gara di solidarietà per ospitare i rifugiati nelle proprie case.

In un quadro di Fredo Franzoni del 1915 è descritto l’arrivo dei rifugiati belgi a Folkstone. Loro scendono dalle barche, provati dal viaggio e con l’aria afflitta. Da un lato le istituzioni inglesi, il sindaco della città, i cittadini eminenti e dall’altra una coppia di bambine (una vestita di un giallo quasi fosforescente e l’altra di un arancione acceso)  con qualcosa da dare ai rifugiati. Non vediamo cosa. Probabilmente cibo o forse qualche giocattolo. Il quadro di Folkstone ci rimanda ai Welcome Refugees e agli applausi di benvenuto ai rifugiati siriani della stazione di Monaco.

È impressionante il parallelismo. Alla fine il Regno Unito (soprattutto l’Inghilterra) accoglierà circa 250.000 rifugiati belgi. Dopo la fine del conflitto molti tornarono nella loro patria. Un po’ perché desideravano farlo, altri perché avevano notato che l’accoglienza inglese era a tempo, finita la guerra, la politica non fu più così favorevole ai rifugiati. Tra l’80% e il 90% dei belgi andarono di fatto via. Ma un 10% rimase. E tra questi Hercule Poirot che fino adesso è rimasto il belga più famoso d’Inghilterra.

Adua
L’AUTRICE – E’ in libreria per Giunti il nuovo libro di Igiaba Scego, Adua, romanzo a due voci, quella di un padre e di una figlia. Un testo che indaga il loro rapporto impossibile e lo fa seguendo tutte le loro luci e le loro ombre.
Quanto alla trama, Adua è oggi una donna matura e vive a Roma da quando ha diciassette anni. È una Vecchia Lira, così i nuovi immigrati chiamano le donne giunte in Italia durante la diaspora somala degli anni SettantaHa da poco sposato un giovane richiedente asilo sbarcato a Lampedusa e ha con lui un rapporto ambiguo, complicato. Non a caso lo chiama sempre Titanic, lo fa per rimarcare una differenza e forse per ferirlo un po’. Adua è confusa e a un bivio della sua vita. Medita di tornare in Somalia, paese che non ha più rivisto dallo scoppio della guerra civile. Ormai è sola a Roma, la sua amica Lul è già rientrata in patria. Per questo confida i suoi tormenti alla statua dell’elefantino del Bernini che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sopra Minerva. Piano piano racconta a questo amico di marmo la sua storia: figlia di Zoppe, ultimo discendente di una famiglia di indovini, il padre lavorava come interprete durante il regime fascista. Negli anni Trenta Zoppe baratterà involontariamente la sua libertà con la libertà del suo popolo. Adua, fuggita dai rigori paterni e dalla dittatura comunista, approda a Roma inseguendo il miraggio del cinema. Purtroppo l’unico film da lei interpretato, un porno soft dal titolo Femina Somala, sarà fonte solo di umiliazione e vergogna. E solo adesso che il suo Titanic sta per partire, Adua si rende conto di essere pronta a riprendere in mano la sua vita…

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