"Il grido" di Antonio Moresco è un pamphlet radicale, in cui tutto viene rimesso in discussione - Su ilLibraio.it un estratto, in cui l'autore dialoga con Leopardi

Il grido di Antonio Moresco (in libreria per Sem, che ha acquisito il catalogo dell’autore nato a Mantova nel 1947) è un pamphlet radicale, in cui tutto viene rimesso in discussione, e che mostra come il nostro pensiero e il nostro immaginario – così come si sono venuti formando e selezionando nel corso del tempo – siano collegati da fili comuni e siano funzionali a quello che, per lo scrittore, che non usa giri di parole, è il suicidio di specie in atto.

Moresco, che ha atteso a lungo prima di trovare un editore disposto a pubblicare il suo libro d’esordio, a 46 anni (la raccolta di racconti Clandestinità, uscita nel 1993 per Bollati Boringhieri), e che è l’autore di libri come Lettere a nessuno, Gli incendiati e Gli increati), nel suo “grido” si confronta con un presente in cui, nonostante l’estinzione di specie, tutto continua come se niente fosse e come prima. Economia, politica, società, costume, informazione, cultura… tutto sembra organizzato e concepito per perpetuare una simile tragica
rimozione.

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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto, in cui Moresco dialoga con Leopardi:

Altre volte cammino con il solo Leopardi. Me lo vedo sbucare da una traversa buia, con il suo colletto alto da cui spunta la testolina fuori asse, con il suo corpicino storto che deforma la piccola redingote. Si mette a camminare vicino a me. Restiamo in silenzio per un po’, senza guardarci. Io non so se respiro o se non respiro, perché non mi sembra vero di averlo al mio fianco.
«Sei stato preso in contropiede!» gli dico all’improvviso, girando la testa verso di lui, senza fermarmi.
Anche lui si gira verso di me, mi guarda con i suoi occhi chiari e dolci, in silenzio.
«Sei stato preso in contropiede da quello che sta succedendo alla nostra specie» continuo a dirgli, senza smettere di camminare. «Certo, tu allora, all’inizio dell’Ottocento e prima della terribile accelerazione che c’è stata dopo, non potevi sapere quello che sappiamo adesso, per cui ti immaginavi un futuro misero come il presente e dei posteri miseri come i contemporanei. Sì, sì, lo so, immaginavi già un possibile oltrepassamento di specie, però in via ipotetica e per tempi mentali larghi, non con la drammatica incombenza di adesso. Ed è per questo che fai dire dalla Natura al tuo Islandese: “Immagini tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra…”.»
«Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie…» continua la mia frase Leopardi «trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo o in qual che sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.»

«Sì, sì, lo so, lo so che glielo hai fatto dire,» gli rispondo «però sei stato preso in contropiede lo stesso, perché, se può avvenire, se avviene una cosa simile, cioè l’estinzione della nostra specie su questo pianeta, e se, come tu dici, la nostra vita è solo male, patimento e dolore – ed è per questo che ti hanno affibbiato quello stupido nome di pessimista – allora vuol dire che le cose non stanno veramente così, perché vuol dire che per noi il male finirà, che ci sarà un lieto fine, addirittura un lieto fine di specie, che porrà termine una volta per tutte a questo patimento e a questo male. E allora vuol dire anche che la Natura non è matrigna, come dici tu, ma che si mostra alla fine, addirittura, benigna…»
«Tu mostri non aver posto mente» mi risponde girandosi per un istante verso di me, senza smettere di camminare «che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e di distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra, verrebbe parimenti in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.»

«Sì, però questo specchio sta per essere infranto!» lo incalzo. «Questo specchio di produzione e di distruzione attraverso il quale noi decifriamo il mondo con i nostri corpi e le nostre menti, e queste posture e stilizzazioni di pensiero che privilegiano l’una o l’altra di queste due speculari forze e che hanno chiamato ottimismo e pessimismo sono a loro volta spaccate in due da questa prospettiva di specie, la quale ci dice che non ci saranno le magnifiche sorti e progressive e il lieto fine ipotizzati dall’ottimismo, ma nello stesso tempo ci dice che, al contrario di quanto ipotizza il pessimismo, ci sarà invece il lieto fine che ci libererà definitivamente da questo male, da questo dolore e da questa catena di creazione e di distruzione che si guardano l’un l’altra dentro lo stesso specchio, perché la cessazione di tutto questo è comunque un bene e una liberazione dalla vita intesa come male, come è, specularmente, una negazione della vita intesa come bene. E quindi il lieto fine non c’è e nello stesso tempo c’è, e questo rende menzogna il pensiero della nostra specie e i presupposti stretti su cui si fonda, positivi o negativi che siano. Perché una simile prospettiva di specie spacca in due ogni cosa, spacca in due lo spazio, il tempo, la storia umana. E spacca in due anche la filosofia posta di fronte a questa fine o passaggio di specie non contemplati dalle sue antinomie veritative. Perché dove vanno allora a finire il meraviglioso delirio concettuale separato di Platone, le categorie di Aristotele e Kant, le dicotomie di essere e non essere, essere e divenire, l’essere è e il non essere non è, l’esistenza e l’essenza, se viene prima l’esistenza o l’essenza, l’essere e il nulla, la creazione e la distruzione che si guardano l’un l’altra dentro lo stesso specchio che sta per essere sfondato?…»

(continua in libreria…)

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