"Ho letto 'Il Soccombente' di Thomas Bernhard tredici anni fa, mentre preparavo il mio diploma di violino...". Su ilLibraio.it torna la rubrica #lettureindimenticabili, con la scrittrice Giuliana Altamura alle prese con il romanzo del celebre drammaturgo austriaco

Incontriamo un uomo come Glenn e questo incontro ci annienta, ritengo, oppure ci salva, nel nostro caso Glenn ci ha annientati, pensai.

Ho letto Il Soccombente di Thomas Bernhard tredici anni fa, mentre preparavo il mio diploma di violino. Ricordo che studiavo le Sonate e partite per violino solo di Bach e si trattava di un esercizio estenuante. Quell’opera possedeva una complessità strutturale, un pensiero architettonico talmente grande da rappresentare, giorno dopo giorno, una sfida ai miei stessi limiti: sentivo le dita scivolare sotto il peso di una costruzione che non riuscivano a sostenere. Allo stesso tempo però, assieme a quel senso di fallimento, cresceva in me una specie di aspirazione, il desiderio di riuscire a realizzare qualcosa di altrettanto compiutamente imperfetto con la scrittura. È a quel punto che mi sono imbattuta nel Soccombente, e i libri in cui ci si imbatte – si sa – non sono mai casuali.

Il  romanzo di Bernhard si apre con un’estate piovosa a Salisburgo, in cui tre pianisti seguono un corso di Horowitz. Due di loro sono promesse del concertismo mondiale, il terzo è Glenn Gould. Il narratore stringe da subito un’amicizia intellettuale con Glenn e a loro si unisce in seguito Wertheimer. Decidono di prendere insieme un appartamento per la durata delle lezioni e in poco tempo diviene evidente la superiorità pianistica di Gould rispetto allo stesso Horowitz. Alla fine dell’estate Glenn sceglie di tornare in Canada. I due sono convinti che si tratti di un addio, che il suo invasamento musicale, il suo radicalismo pianistico, l’avrebbero presto ucciso. Glenn, invece, comincia la sua ascesa vertiginosa in America, mentre quell’estate pone fine alle loro carriere, entrambi diversamente incapaci di sostenere il paragone col genio.

Per il narratore si tratta di una sconfitta meno radicale: si era aggrappato al proprio talento senza aver mai realmente desiderato diventare un virtuoso e anzi quasi odiando il virtuosismo in sé. Regala all’istante il pianoforte buttando all’aria quindici anni di torture soprattutto perché ha riconosciuto in questo moto scatenato da Glenn quello che egli stesso definisce un “processo d’intristimento” al quale si sentiva in qualche modo condannato nell’intento di rimandare la vita. Tutto ciò che gli rimane è il proposito di scrivere di Gould, il presupposto stesso su cui si fonda il romanzo: “Se davvero ritenterò da capo la mia descrizione di Glenn Gould, dovrò inserirvi anche la sua descrizione di Wertheimer, e c’è da domandarsi chi sarà al centro di questa descrizione, se Glenn Gould o Wertheimer”.

È Wertheimer, infatti, il vero soccombente, è Glenn a ideare quel soprannome per lui. Quando l’amico assiste per la prima volta all’esecuzione delle Variazioni Goldberg di Bach a opera di Gould, cade nella “trappola mortale della sua vita” e non sarà più in grado di liberarsi. In quel momento Gould annienta Wertheimer e a lui non rimane alternativa all’autodistruzione.

Il romanzo è costruito come un unico flusso di pensiero concepito dal narratore nella locanda vicina alla villa in cui il soccombente si è tolto la vita. Questo stream è destrutturato in una sorta di catena che, servendosi di ripetizioni frequenti, amplia e approfondisce di anello in anello i nuclei tematici fondamentali, spaesando il lettore e allo stesso tempo guidandolo nel caos vorticoso di un pensiero capace di scavare nelle più inconfessabili profondità dell’uomo, lì dove la sua verità si trasforma in dissoluzione. Solo il discorso ha questo potere.

Mi resi conto allora che Bernhard aveva risposto alla mia intuizione: aveva eseguito le sue Variazioni bachiane e con una capacità di scrittura senza pari, rendendo musica la parola e genio la sperimentazione. Mi resi conto, pure, che aveva fallito, perché non c’era altro modo per farlo.

Da allora, ogni volta che accendo il computer e mi metto a scrivere, ripenso a Wertheimer. In fondo lui odiava Glenn non per la sua capacità di suonare lo Steinway, ma di essere lo Steinway.

LA RUBRICA – Letture impossibili da dimenticare, rivelatrici, appassionanti. Libri che giocano un ruolo importante nelle nostre vite, letti durante l’adolescenza, o da adulti. Romanzi, saggi, raccolte di poesie, classici, anche testi poco conosciuti, in cui ci si è imbattuti a un certo punto dell’esistenza, magari per caso. Letture che, perché no, ci hanno fatto scoprire un’autrice o un autore, di ieri o di oggi.
Ispirandoci a una rubrica estiva del Guardian, A book that changed me, rifacendosi anche al volume curato da Romano Montroni per Longanesi, I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, e dopo il successo dell’iniziativa proposta recentemente sui social da ilLibraio.it, #ilLibroPerMe, in occasione della presentazione della ricerca sul rapporto tra lettura e benessere, abbiamo pensato di proporre a scrittori, saggisti, editori, editor, traduttori, librai, bibliotecari, critici letterari, ma anche a personaggi della cultura, della scienza, dello spettacolo, dell’arte, dell’economia, della scuola, di raccontare un libro a cui sono particolarmente legati. Un’occasione per condividere con altri lettori un momento speciale.

Altamura

L’AUTRICE – Questa volta è il turno di Giuliana Altamura, nata a Bari nel 1984. Diplomata in violino, si è laureata in lettere moderne e specializzata in filologia a Milano, dove ha conseguito un master in sceneggiatura. È dottore di ricerca in Discipline Artistiche, Musicali e dello Spettacolo all’Università di Torino e si occupa di teatro simbolista francese. Vive fra Milano e Parigi. Corpi di Gloria (Marsilio) è il suo primo romanzo. Sta lavorando al nuovo libro…

 

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