Su ilLibraio.it un estratto da "Etica dell'Acquario", fra ricordi sepolti e ossessioni che ritornano alla mente

Gaia è una donna bella, egocentrica e infelice. Un giorno di novembre torna nella città in cui ha studiato, dopo un’assenza di dieci anni. A Pisa niente sembra cambiato; invece è cambiato tutto. Gaia ritrova gli amici di una volta e il suo amore dei tempi dell’università; ma a dividerli ci sono, ora, gli anni passati lontani e la morte di una compagna di studi, Virginia, avvenuta in circostanze oscure. L’inchiesta sul misterioso suicidio si snoda fra le vie della città e i colleghi della Scuola Normale, fra ricordi sepolti e ossessioni che ritornano alla mente. Mentre la protagonista, che si scopre sospettata di aver indotto Virginia ad uccidersi, cerca disperatamente di riallacciare i legami con un passato mai dimenticato e occultato sotto un cumulo di bugie.

Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia proprio alla Scuola Normale di Pisa ed è al debutto nel romanzo per Voland con “Etica dell’Acquario”. Abita e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato.

Su ilLibraio.it le prime pagine del romanzo
(per gentile concessione di Voland)

Per molto tempo ho creduto di dover dimenticare Pisa. Invece dopo ogni fuga finivo sempre per tornare. A volte mi ritrovavo alla stazione nel primo buio della sera, a volte era mattina quando l’aereo atterrava, e c’era il sole, un taxi bianco e un tassista che aveva voglia di chiacchierare. E subito risentivo suonare quell’accento che non avevo ancora capito se mi era indispensabile o insopportabile. O tutt’e due le cose. Erano passati anni senza che tornassi, poi una mattina arrivai in aereo: c’era il sole e un’ombra di neve sulle montagne basse e limpide. Le case screpolate e silenziose come una volta, il fiume colore del fango alto per le piogge d’autunno. Il tassista voleva chiacchierare, ma io ero spaventata. Come se tutte le ossessioni che avevo cercato a poco a poco di erodere negli anni fossero tornate a tormentarmi, e mi rendevo conto di non aver dimenticato niente. O forse avevo solo paura di sentirmi improvvisamente vecchia in una città dove avevo vissuto quando il tempo della vita pareva non esistere. Sembrava una cosa volgare, a Pisa, avere un’età e delle ambizioni, o almeno lo sembrava a me e ai miei amici di allora. Ma in realtà avevamo tutti vissuto, trascinando altrove i nostri anni e i nostri desideri, e ci eravamo convinti di aver dimenticato Pisa. Naturalmente ci sbagliavamo. E ce ne saremmo resi conto presto. La prima volta, quindici anni prima, avevamo diciannove anni ed eravamo abbronzati, settembre finiva e faceva ancora caldo. Abbronzati e orgogliosi di aver passato il concorso di ammissione alla Scuola. Avevamo nostalgie, ognuno le sue, della vita vissuta fino al giorno prima, nelle case dei genitori, ampie e luminose come negli annunci immobiliari, con il divano, la televisione e la spesa nel frigo, nelle camere in cui eravamo cresciuti, con i libri di scuola e le foto degli amici, con i fratelli e le sorelle e le porte che non si chiudevano a chiave. A qualcuno mancava un amore lasciato a casa, o soltanto il profumo del caffè in cucina a interrompere lo studio il pomeriggio, e poi il telefono, gli amici, il suono improvviso del citofono e le sere nelle piazze di paesi o città che non erano le piazze di Pisa. All’inizio vivevamo uno smarrimento euforico. Le stanze di collegio erano squallide, cadevano a pezzi. Il corridoio su cui affacciavano le porte aveva le piastrelle sconnesse, le sentivamo vibrare ogni volta che passava qualcuno. Però c’era sempre il sole, in quei giorni, e ottobre per la prima volta mi sembrava un mese d’estate. La città sonnecchiava, ma sembrava una condizione provvisoria e anche quando ci rendemmo conto che provvisoria non era, non ci preoccupammo troppo perché avevamo capito che noi non avremmo mai avuto l’indolenza, a tratti vagamente astiosa, sempre però placida, dei veri abitanti della città. Nei pomeriggi calmi di ottobre, in quel primo mese passato a Pisa, spiavo i giardini oltre i cancelli, e non pioveva mai; qualche volta andavo a leggere all’orto botanico, sotto palme altissime che sembravano sul punto di crollare ed erano puntellate a terra da intrecci di cavi d’acciaio grandi come un braccio, e la città mi sembrava bella e piena di misteri. Andavamo a prendere il gelato sul lungarno e restavamo seduti sulle spallette a chiacchierare. Al buio, il fiume sembrava meno limaccioso e i lampioni ci coloravano i capelli di una luce aranciata. Le sere erano tiepide e noi diventavamo amici in fretta. La Scuola era un posto anomalo, ci disorientava. Eravamo ancora frastornati per il fatto di essere lì, all’inizio forse intimoriti. Io ero arrivata a Pisa il giorno del mio compleanno. Diciannove anni, una mattina fresca e azzurra alla fine di settembre, una brezza lieve tremolava fra gli ombrelli spalancati dei pini lungo la litoranea. Sbarcai convinta che avrei abitato nel palazzo storico, con la torre antica che era stata la prigione del conte e dei suoi figli. Invece, solenne e giunonica nel suo tailleur rosso lacca, la signora – “signorina, tesoro” – che signoreggiava sulle questioni degli alloggi ci scortò fino a un palazzone sul Lungarno, fatiscente ma luminoso. E lì, con la dolcezza chioccia e forse un po’ cinica che avremmo riconosciuto in tutte le persone incaricate di occuparsi di noi, brandendole a una a una in quelle mani scarlatte di smalto e bigiotteria, ci consegnò le chiavi di stanze decrepite con l’aria abbandonata che – lo scoprivo allora – hanno sempre le stanze di collegio. I mobili erano vecchi e malandati, la tinta delle pareti scrostata. C’era un lettino nella mia stanza, col materasso infossato, e un tavolone di legno per studiare; una libreria minuscola e un armadio ricoperto di carta da parati verde acqua. Imparai allora che anche il verde acqua può sbiadire.
Ma dalla finestra, che aveva infissi di alluminio (vent’anni prima a qualcuno dovevano essere parsi moderni, magari eleganti), si vedeva un giardino nascosto alla strada che pareva dimenticato e invece era tutto vivo. C’era uno stagno artificiale, una magnolia altissima con le foglie lucide e un albero di ginkgo biloba che è l’albero più antico del mondo, ma allora non lo sapevo. Il bagno era stretto, un budello buio con una finestrina a feritoia, una lampadina nuda sullo specchio e un buco nel pavimento. Nel buco, a intervalli, gorgogliava l’acqua. Tutti i miei amici di Milano erano rimasti a casa, e in quei primi giorni mi sorprendevo a pensare quanto fosse diventata diversa la mia vita; sentivo un po’ di nostalgia, ma più spesso ero felice di essere riuscita ad andarmene lontano, perché davvero mi sentivo lontana. Mi piaceva quella sensazione asprigna di malinconia e libertà sotto l’azzurro ininterrotto del cielo. La notte seguivo sul soffitto le sagome di foglie sconosciute, ritagliate nella luce del lampione. Gli altri ospiti del collegio ci parevano inquietanti. Ci eravamo accorti subito di essere un’attrazione: ci studiavano a mensa e nei corridoi e sentivamo che parlavano di noi, con un’insolenza che non si curavano di nascondere. Alcuni dei nostri compagni d’anno, quelli con cui avevamo già capito che non avremmo fatto amicizia, parevano lusingati da tutta quella considerazione. Noi, noi che invece saremmo diventati amici, all’inizio non sapevamo come spiegarcela, ma ci pareva una cosa ridicola e vagamente morbosa. Un giorno, in ascensore, avevo sentito tre ragazzi più grandi, del secondo o terzo anno, che scherzavano e ridevano sotto i baffi. L’ascensore della biblioteca si bloccava, di tanto in tanto. Successe anche quel giorno. Uno di loro schiacciò il pulsante delle emergenze; continuarono a sghignazzare. Parlavano di capezzoli, ripetevano continuamente la parola. Ogni volta che uno dei tre la pronunciava, ogni volta che diceva “capezzoli”, o anche solo “capezz…”, gli altri due si sbellicavano dalle risate. Uno dovette tirare fuori dalla tasca dello zaino lo spruzzino per l’asma, rideva e inalava, inalava e rideva. Oltre a loro, in piedi lì davanti allo specchio dell’ascensore, c’ero solo io. Ricordo che avevo i jeans, come ogni giorno allora, i miei vecchi jeans sopravvissuti all’ultimo anno di liceo, e sopra una maglietta bianca, di cotone a costine, con uno scollo tondo. Ero più alta di loro. Uno dei tre, quello asmatico, iniziava a perderei capelli. L’ascensore si sbloccò, arrivammo al piano terra. Non ci pensai più. Ma tempo dopo scoprii che la storia dell’ascensore era diventata un aneddoto, lo si raccontava in giro, tutti ridevano. Perché quel giorno, mentre l’ascensore era fermo, quei tre ridevano di me. Allora non portavo mai il reggiseno, e di questo loro ridevano, di fronte al nostro riflesso nello specchio. Mi spiegarono poi che – chissà come mai – quelli pensavano che fossi una borsista, straniera, francese, forse. Ma quando seppero che non lo ero, l’idea di avermi umiliata gli parve irresistibilmente divertente e iniziarono a raccontare in giro la storia simulando un imbarazzo compiaciuto. Ancora non lo sapevo, ma era così che si viveva alla Scuola. Iniziai a sentire gli sguardi, le risatine soffocate che mi si appiccicavano addosso ovunque andassi. Non capivo bene il perché, ma mi si appuntavano alle scapole, occhi, sorrisi, mormorii sornioni; cercavo di non farci caso, seguivo solo il ritmo dei miei passi. Un giorno accanto al mio nome, sul registro degli ingressi in biblioteca, trovai un piccolo disegno, quasi uno scarabocchio. Pensai a un inceppo nella penna, qualcuno che aveva sbagliato riga. Firmai l’uscita e mi avviai, ma mentre spingevo la porta a vetri, ricordo che mi assalì la certezza del senso di quel geroglifico vicino al mio nome nel registro degli ingressi che tutti sfogliavano entrando in biblioteca. Era un seno nudo. E pure mal disegnato. Tenevo la testa alta, evitavo gli sguardi, lasciavo che i bisbigli fossero un rumore di fondo che accompagnava i miei passi falsamente spavaldi. Quei mormorii che cercavo di non sentire per convincermi di averli solo immaginati, mi regalarono una finta sfrontatezza, un’andatura altera che a sua volta moltiplicava i mormorii. Scrollavo di tanto in tanto i capelli, che portavo lunghi e sciolti, come una criniera. Con la testa alta, le spalle dritte, imparai a camminare senza vedere niente intorno a me. Fu la prima cosa importante che imparai alla Scuola.

Allora, i pettegolezzi correvano fra le tavolate a mensa, su per le scale della biblioteca, nel chiuso delle stanze; e nella competizione e nelle gelosie, nei malintesi e nell’individualismo che faceva da collante a quell’ingordo spirito di corpo, sapevano diventare crudeli. C’era sempre qualcosa di primordiale, qualcosa delle caserme e delle carceri, un senso di violenza compressa fra quegli adolescenti costretti a una vecchiaia precoce. Un giorno, molto tempo dopo il mio arrivo, lo vidi distintamente. Fu il giorno in cui fissavo i pesci nello stagno del collegio e capivo tutto. Il piccolo stagno nel giardino in realtà era una vasca di cemento, ma l’acqua era verde e ferma e il fondo torbido, e i pesci che ci nuotavano non somigliavano a nessun pesce che avessi mai visto. Potevano essere pesci rossi, ma erano troppo grandi, e poi il rosso sbiadiva in un rosa pallido macchiato di bianco nel punto in cui le pance si dilatavano e si facevano trasparenti. Le pance deformi e sfavillanti di quei pesci enormi si erano sviluppate, si diceva, perché qualcuno aveva avuto un giorno l’idea di buttare nella vasca dei piranha per vedere cosa sarebbe successo.

(continua in libreria…)

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